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Trump in Iowa: dal sassolino una valanga

Il tycoon ha sbaragliato i propri contendenti. Ma con i pochi voti ricevuti – appena il 6,7% di tutti gli elettori repubblicani dello Stato – si possono considerare le primarie una grande prova di democrazia?

17 Gennaio 2024 Stefano Rizzo  720

Tanto tuonò che piove. In Iowa è andata com’era previsto che andasse, solo un po’ meglio per Trump e un po’ peggio per i suoi contendenti. A conti fatti l’ex presidente ha preso il 51% dei consensi nei circa 1600 caucus, cioè riunioni di elettori repubblicani, tenuti il 16 gennaio per decidere quanti delegati alla convention repubblicana assegnare a ciascun candidato. Dei quaranta disponibili, Trump ne ha presi venti; i restanti venti sono stati divisi tra i suoi rivali. Dopo Trump, con trenta punti di distacco, è arrivato il suo più temibile avversario, il governatore della Florida, Ron DeSantis, con il 21%, mentre l’ex governatrice della Carolina del Sud, Nikki Haley, per la quale si prevedeva una grande rimonta, si è fermata al 19%. Il terzo incomodo, l’imprenditore miliardario Vivek Ramaswamy, di origini indiane, ha preso solo il 9%, e ha subito annunciato che abbandona la gara per la nomination. In tutto, per questa prima competizione nella lunga corsa verso le elezioni presidenziali che si concluderà il 5 novembre, sono stati spesi, da parte dei candidati, circa 123 milioni di dollari in pubblicità televisiva ed eventi elettorali, con Trump che ha speso più della metà del totale.

Si sapeva che Trump era favorito, ma DeSantis e Haley ci tenevano a intaccare la sua posizione per dimostrare ai grandi finanziatori di essere valide alternative, avendo in questo modo abbastanza soldi per continuare la gara. Così non è stato. Trump è arrivato in testa in tutte le novantanove contee dello Stato, nonostante non si fosse fatto vedere che poche volte e solo negli ultimi giorni, a differenza di DeSantis e di Haley, che si erano praticamente trasferiti in pianta stabile in Iowa battendo palmo a palmo l’intero territorio. Per DeSantis la sconfitta è stata particolarmente bruciante, perché aveva l’appoggio della governatrice repubblicana, Kim Reynolds, e dei gruppi cristiani evangelici particolarmente influenti nello Stato. Adesso il prossimo appuntamento sarà il 23 gennaio nel New Hampshire, dove la Haley dovrebbe andare meglio presso un elettorato repubblicano più moderato di quello dello Iowa. Ma fin da adesso – a meno che uno dei due (Haley e DeSantis) non rinunci, cosa abbastanza improbabile – i giochi sono fatti, ed è quasi certo che Trump sarà il prossimo candidato repubblicano alla presidenza.

Naturalmente, anche se la sua nomina può dirsi scontata, continuerà – Stato dopo Stato – il circo delle primarie per la delizia dei sondaggisti, dei guru elettorali, delle testate giornalistiche, che sguinzaglieranno centinaia di giornalisti al seguito dei candidati; e soprattutto delle reti televisive nazionali e locali che incasseranno centinaia di milioni in spot pubblicitari. La residua incertezza (e speranza per i democratici) è che una volta vinte le primarie e nominato ufficialmente candidato, Trump perda le elezioni generali, come già è successo nelle presidenziali del 2020 e, nel 2022, nelle elezioni di midterm ai candidati da lui sostenuti. (Anche nel 2016, quando vinse contro Hillary Clinton, in realtà prese meno voti di lei e divenne presidente solo grazie al meccanismo distorsivo del collegio elettorale).

Quanto alle primarie, che si sono appena tenute in Iowa, è il caso di dire che il sassolino ha messo in moto una valanga. Con meno di tre milioni e mezzo di abitanti, di cui l’85% bianchi (contro il 70% di bianchi a livello nazionale) e un’economia prevalentemente agricola, lo Stato è molto poco rappresentativo dell’insieme degli Stati Uniti. Anche se Barack Obama lo aveva vinto, nel 2008 e nel 2012, a partire dal 2016 è diventato solidamente repubblicano. Trump lo ha vinto nel 2016 e ha aumentato i propri consensi nel 2020. Come si è detto, l’attuale governatrice è repubblicana, e repubblicani sono i quattro deputati e i due senatori nel congresso federale.

Si dice solitamente che le primarie sono una grande prova di democrazia. Spesso però finiscono con l’essere poco più di un sondaggio, con una base più estesa, ma pur sempre molto ristretta. Complice forse l’intenso freddo, che in questi giorni sta spazzando la regione, buona parte degli elettori repubblicani non sono andati a votare. Si trattava, inoltre, di caucus chiusi, cioè limitati ai repubblicani iscritti come tali nelle liste elettorali: su un totale di circa ottocentomila iscritti hanno preso parte ai caucus poco più di centomila, circa il 12%, che si sono divisi tra i tre candidati, dando a Trump 54.000 voti, cioè appena il 6,7% degli elettori repubblicani dello Stato. Con questo piccolo pacchetto di consensi, Trump è ora sulla strada giusta per conquistare, a valanga, la nomination repubblicana, e così sperare di diventare di nuovo presidente. Lungi dall’essere una grande prova di democrazia le primarie americane, insieme con il sistema di voto maggioritario per collegi uninominali, finiscono per avere un effetto distorsivo sulla scelta dei candidati, che di fatto è determinata da una piccola minoranza di militanti di partito e – cosa più importante – da poche centinaia di grandi finanziatori delle costosissime campagne elettorali. Si dirà: e gli altri non sono forse liberi di scegliere? No, non lo sono, e non perché qualcuno dall’alto impedisca loro di votare (anche questo succede), ma perché il 5 novembre, quando si terranno le elezioni generali, un elettore repubblicano potrà soltanto votare per il candidato che il sassolino dello Iowa ha fatto diventare una valanga. È il caso di dire “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Speriamo soltanto che un sufficiente numero di repubblicani di buon senso, che nonostante Trump ancora sicuramente ci sono, decida di saltare – cioè almeno non vada a votare per lui.

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