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Home » Analisi » La crisi degli Stati Uniti e il tempo della diplomazia

La crisi degli Stati Uniti e il tempo della diplomazia

Riaprire la stagione dei trattati e restituire autorevolezza alle organizzazioni internazionali, perché non c’è nessuno dei principali conflitti in atto che non possa essere mediato coinvolgendo gli attori regionali dei rispettivi scacchieri

12 Dicembre 2024 Stefano Rizzo  1190

Su una cosa tutti gli esperti di politica internazionale sono d’accordo: il mondo alla fine del 2024, che è anche la fine della presidenza Biden, è diventato molto più pericoloso di quanto non fosse nel 2020, all’inizio della sua presidenza. Allora i problemi che sembravano più impellenti sulla scena mondiale erano le ondate migratorie verso gli Stati Uniti e verso l’Europa, il riscaldamento globale che provoca disastri naturali di crescente intensità, e la drammatica pandemia da Covid-19 che si stava diffondendo in tutto il pianeta, provocando decine di milioni di morti.

Alla fine del 2020, il mondo non era certo in pace, ma molti conflitti, se non spenti, sembravano sopiti: le guerre interstatali si erano ridotte a schermaglie lungo i confini (tra India e Cina, tra India e Pakistan, tra la Cina e i Paesi dell’Indopacifico per dispute territoriali). Le forever wars (le guerre senza fine) americane, stavano per terminare, riportando l’Afghanistan e l’Iraq allo status quo ante. Quelli che erano aumentati erano i conflitti civili, intra-statali, particolarmente sanguinosi in Sudan, in Yemen, in Myanmar, in Libia, e poi le minacce terroristiche dell’Isis in Siria e Iraq.

L’Europa era in pace, protetta dall’ombrello militare americano; il Medio Oriente, dopo gli “accordi di Abramo”, conclusi nell’ultimo anno dell’amministrazione Trump, appariva sulla strada di un accomodamento diplomatico, e a taluni sembrava che anche la soluzione della questione palestinese fosse a portata di mano. Rimaneva la “spina” di Taiwan, sempre rivendicata come proprio territorio dalla Cina continentale, ma era per il momento un conflitto “freddo”. Non il migliore dei mondi possibili, ma neppure il peggiore: un mondo dove i conflitti erano congelati e le grandi potenze – Stati Uniti, Cina, Russia – sembravano in grado di gestirli, o almeno di evitare che esplodessero in scontro aperto.

Lo scenario odierno, dopo quattro anni di presidenza Biden, è completamente diverso. Rimangono all’orizzonte le minacce strategiche – riscaldamento globale, pericolo di nuove pandemie, vaste migrazioni dal Sud del mondo – per affrontare, prevenire o contrastare le quali nulla, o molto poco, è stato fatto. Rimangono i conflitti civili preesistenti, in un succedersi di colpi di Stato, di putsch militari realizzati o tentati e di cruente repressioni. Ma soprattutto, a differenza di quattro anni fa, sono aumentati i conflitti interstatali, che minacciano di allargarsi coinvolgendo, oltre agli attori direttamente interessati, anche le grandi potenze.

A Taiwan, l’elezione di un presidente “indipendentista” ha portato la Cina ad aumentare la pressione militare e a intensificare i preparativi di invasione. Contemporaneamente, è cresciuto il sostegno militare degli Stati Uniti nei confronti dell’isola: senza abbandonare la “ambiguità strategica”, che ha caratterizzato la politica americana degli ultimi cinquant’anni, la presidenza Biden ha inviato, per la prima volta, un contingente di “istruttori” militari sull’isola, rafforzato le sue difese e aumentato il proprio dispositivo militare nello stretto di Taiwan e oltre, in tutto l’Indopacifico. Sono state rafforzate le precedenti alleanze con l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud, e strette nuove alleanze con le Filippine e il Vietnam, in preparazione di uno scontro militare aperto con la Cina.

In Europa, a febbraio del 2022, la Russia ha invaso l’Ucraina, decisa a impedire il suo ingresso nella Nato, a conquistarla o almeno ad annettere vasti territori dell’est del Paese (il Donbass), oltre a consolidare il proprio controllo sulla Crimea. Ne è seguita una guerra – di enorme potere distruttivo, la prima nel cuore dell’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale – alla quale gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno contribuito con ingenti invii di armamenti anche ad altissima tecnologia, provocando centinaia di migliaia di morti tra militari e civili, e distruggendo le infrastrutture del Paese. A oggi, dopo quasi tre anni di durissimi combattimenti, la Russia si trova in una posizione di vantaggio relativo, senza che tuttavia si veda la fine del conflitto.

In Medio Oriente, quello che pochi anni fa sembrava uno scenario di incerta pace è improvvisamente esploso a seguito dell’incursione terroristica di Hamas, che il 7 ottobre 2023 dalla striscia di Gaza ha attaccato insediamenti civili e postazioni militari in Israele, provocando oltre 1400 morti e sequestrando almeno 250 persone. Ne è seguita la brutale rappresaglia delle forze israeliane, che a oggi ha causato la morte di oltre quarantamila abitanti della striscia, la maggior parte civili inermi, la quasi totale distruzione dell’abitato, quella dei servizi idrici, igienici, del sistema ospedaliero, e una diffusa carestia. Anche nei territori occupati della Cisgiordania l’azione delle forze di sicurezza israeliane, sovente a sostegno dei “coloni” armati, ha provocato centinaia di morti, e la distruzione di interi villaggi e insediamenti agricoli. In conseguenza degli attacchi dell’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania, gli Hezbollah libanesi e gli Huthi yemeniti hanno intensificato i loro attacchi verso Israele, con il lancio di migliaia di missili (la stragrande maggioranza intercettati); ne è seguita un’ulteriore escalation del conflitto, con bombardamenti ad alto potenziale da parte di Israele sulle postazioni degli Huthi in Yemen, e soprattutto su quelle degli Hezbollah in Libano, arrivando a colpire ripetutamente anche la capitale Beirut, la Siria e depositi di armi in Iran. All’attacco israeliano, l’Iran ha risposto con il lancio di ondate di missili, cui è seguita un’ulteriore rappresaglia israeliana e la minaccia di una contro-rappresaglia iraniana.

Infine, nel calderone ribollente mediorientale, improvvisamente è apparso in Siria un nuovo, o comunque poco conosciuto, soggetto: Hayat Tahrir al-Sham, l’Organizzazione per la liberazione del Levante, che, nel giro di poco più di una settimana, dalla sua base ad Idlib conquista Aleppo, Hama e Damasco, provocando la caduta del dittatore al-Assad e la sua precipitosa fuga in Russia. Subito dopo, i diversi attori presenti militarmente in Siria –  Stati Uniti, Russia, Turchia e numerosi altri gruppi militari –  ne approfittano per conquistare terreno e consolidare le proprie posizioni: gli israeliani si ritagliano un’altra fetta del Golan, i turchi una striscia di territorio al confine sud-occidentale, i curdi ampliano la zona che controllano nel nord-est, gli americani si asserragliano, con i loro novecento soldati, nelle basi del nord; mentre Hezbollah, privato (almeno per il momento) del corridoio di rifornimento che dall’Iran passa attraverso la Siria e ridimensionato dagli attacchi israeliani, dovrà ripensare la propria strategia; e lo stesso Iran, indebolito dalla caduta di un regime alleato, dovrà decidere se negoziare con gli Stati Uniti (ammesso che questi ultimi lo vogliano) o compiere l’ultimo miglio verso la creazione di un ordigno nucleare.

Intanto, a Washington, il presidente in carica Biden afferma in un comunicato che va “mantenuta la presenza americana in Siria per contrastare i terroristi dell’Isis”, mentre il futuro presidente Trump twitta che “non bisogna immischiarsi”. I russi, dopo avere concesso l’asilo alla famiglia Assad tacciono; ma con ogni probabilità stanno negoziando con i nuovi padroni della Siria per mantenere le loro basi militari a Tartus e Latakia, le uniche di cui dispongono nel Mediterraneo. L’Europa, com’è suo costume, predica la pace e invita al dialogo, ma non ha alcun peso negoziale. La Cina, per il momento, sta a guardare; forte dell’accordo mediato lo scorso anno tra Iran e Arabia saudita, osserva con malcelata soddisfazione la paralisi in cui si sono cacciati americani, russi ed europei in Ucraina e in Medio Oriente, pronta a entrare in gioco con il peso della propria influenza economica e di leader de facto del Sud globale.

Soleva dire Mao Zedong (citando il classico cinese I Ching): “Grande è il disordine sotto il cielo. Tutto bene”. E in effetti il disordine mondiale è grande ed è cresciuto sotto il cielo. Come insegnano i manuali di relazioni internazionali (H. Morgenthau, Politics Among Nations), la situazione più pericolosa è quando un sistema di Stati è dominato da un egemone di gran lunga più potente di tutti gli altri, perché al suo interno si generano in continuazione conflitti e tensioni provocati da altri aspiranti egemoni: è quanto è successo negli ultimi anni dopo che, con la vittoria nella guerra fredda all’inizio degli anni Novanta, gli Stati Uniti erano emersi come unico egemone mondiale, per poi vedere gradualmente contestata la loro egemonia. Meno instabile di questo, invece, è un sistema internazionale costituito da numerosi Stati di potenza più o meno equivalente che si equilibrano a vicenda: è il caso del concerto d’Europa che, dopo la fine delle guerre napoleoniche, garantì per molti decenni la pace tra gli Stati europei. Il sistema più stabile, tuttavia, secondo gli internazionalisti, è quello in cui due egemoni si dividono il mondo provocando l’allineamento dei vari Stati, e assicurando la pace ciascuno all’interno della propria area di influenza, mentre, a causa della sua estrema letalità, viene esclusa una guerra diretta tra i due egemoni: è la situazione dei quattro decenni di guerra fredda tra Stati Uniti e Unione sovietica.

Il disordine odierno è dovuto al fatto che l’egemone globale, gli Stati Uniti, viene oggi impunemente contrastato non solo dai suoi avversari (la Russia, l’Iran, la Cina, la Corea del Nord), ma anche dai suoi alleati (Israele, la Turchia, l’Ungheria), oltre che da un numero crescente di Paesi che non si considerano né suoi alleati né suoi avversari. L’egemone, insomma, non è più in grado di garantire l’ordine all’interno del sistema, che di conseguenza diventa sempre più instabile, con nuovi conflitti interni e internazionali.

L’emergere di un nuovo egemone regionale, la Cina (nella regione dell’Indopacifico, con propaggini verso l’Africa e il Medio Oriente), è la conseguenza e il possibile sbocco di questa situazione di pericolosa instabilità del sistema in procinto di trasformarsi da unipolare a bipolare, e quindi, auspicabilmente, da meno stabile e più conflittuale a più stabile e meno conflittuale. La massima di Mao suggerisce proprio questo: l’instabilità attuale è positiva, perché offre la possibilità di un nuovo più stabile equilibrio. Purché la potenza in perdita di egemonia sappia cogliere l’opportunità che si presenta di riallineamento del sistema.

I quattro anni di presidenza Biden hanno dimostrato in tutti gli scacchieri – dall’Asia orientale, all’Europa, al Medio Oriente – l’incapacità degli Stati Uniti, nonostante la loro supremazia militare ed economica, di prevenire e risolvere i conflitti; anzi, con azioni sconsiderate, li hanno spesso aggravati. Oggi sarebbe arrivato il momento di cambiare radicalmente rotta, non con le armi, le sanzioni economiche, l’esportazione della democrazia – insomma, non agendo da egemone globale, ma da partner alla pari e insieme agli altri Stati.

Non c’è nessuno dei principali conflitti in atto – Taiwan, Palestina-Israele, Ucraina –, per quanto apparentemente intrattabili, che non possa essere mediato coinvolgendo gli attori regionali dei rispettivi scacchieri. Invece di rifornire i belligeranti (spesso tutti i belligeranti dell’una e dell’altra parte) di armamenti, occorrerebbe riaprire la fruttuosa stagione dei trattati di disarmo e della riduzione degli armamenti nucleari di quarant’anni fa, aumentando, attraverso la stipula di trattati multilaterali, la fiducia reciproca; occorrerebbe restituire autorevolezza alle organizzazioni internazionali, al diritto internazionale, alle Nazioni Unite che da decenni approvano risoluzioni inascoltate, alle Corti internazionali di giustizia, che emettono mandati di cattura ignorati, alle organizzazioni umanitarie considerate alla stregua di anime candide.

Insomma, di fronte non solo all’immoralità ma all’inefficacia della forza armata, sarebbe giunto il momento della diplomazia.

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Tagsconflitto in Siria conflitto israelo-palestinese diplomazia guerra Ucraina riaprire stagione trattati Stefano Rizzo

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