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Il discorso di Putin: la montagna ha partorito il topolino

Il 9 maggio si era caricato di attese messianiche: eravamo alla vigilia dell’Armageddon. Si attendevano le parole del capo del Cremlino come un giudizio divino. Ci si chiedeva: come reagirà ai colpi subiti e come uscirà dall’angolo? Putin ha risposto che rimane nell’angolo in cui si è cacciato, prolungando il suo nuovo posizionamento antioccidentale, di aspirante leader di un fronte orientale che dovrebbe, prima o poi, contendere allo schieramento della Nato l’egemonia sul mondo. Ma nel frattempo vola basso.

Il presidente russo, con uno stringato e scialbo discorso, dinanzi a una piazza muta e circondato dalle cariatidi del suo regime in grande spolvero di divise e medaglie, non ha risposto agli interrogativi che angosciavano le cancellerie europee. Ha tentato di giustificare la sua mossa, la sua “operazione militare speciale” – formula che sembra archiviata, dato che lui stesso non l’ha mai citata –, con la strampalata minaccia di un’invasione della Russia minacciata dalle forze occidentali. Una specie di replica di Operazione Barbarossa, con cui Hitler aggredì l’Urss nel giugno del 1941. Pur senza richiamare minimamente la memoria sovietica, Putin ha giocato continuamente sul parallelismo, facendo intendere che l’attacco all’Ucraina sia stata una mossa difensiva; anzi, come l’ha definita, un’azione preventiva, accreditando, forse per la prima volta nel gergo strategico, il diritto ad attaccare con tutti i mezzi qualora si percepisca il rischio di essere bersaglio di un’operazione aggressiva imminente.

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Il paradosso bellicista di Putin

Difficile criticare gli Stati Uniti e l’Europa per le pesanti sanzioni annunciate contro la Russia per avere invaso il territorio ucraino, rompendo gli accordi di Minsk e mirando, ormai sempre più chiaramente, a un’annessione della regione orientale del Donbass, com’è avvenuto con la Crimea nel 2014. Un regime, per quanto abbia al suo vertice qualcuno che avvelena i propri oppositori o dissidenti in giro per il mondo, non può violare impunemente il diritto internazionale senza pagarne le conseguenze. C’è da chiedersi piuttosto se le sanzioni saranno efficaci. Sarebbe ingenuo sorvolare sulla circostanza che l’Europa, la Germania e l’Italia in particolare, sono dipendenti dal gas che arriva dalla Russia. Si pone ora come una questione urgentissima quella necessaria transizione energetica, più in generale ecologica, che taluni vorrebbero risolvere con il nucleare, fingendo di non sapere che – a parte ogni altra considerazione di merito – la costruzione di nuove centrali richiederebbe alcuni anni.

Nel quadro di una pandemia per nulla ancora veramente domata, e di un’inflazione che ha rialzato la testa, un dirigente senza scrupoli ha pensato bene di aggravare la situazione internazionale dando fiato alle trombe dell’espansionismo territoriale. Come al solito, in casi come questi, sarebbe da vedere quanto la galvanizzazione dei rapporti politici, mediante una scossa militare, sia utile a Putin e alla sua cerchia per rinsaldare il consenso. La guerra è anzitutto una droga nazionalistica mediante cui un regime mira ad affrontare problemi interni. Tanto più quando ci si colloca palesemente nel paradosso di dichiarare di non volere la Nato alle proprie frontiere – il che sarebbe un obiettivo da raggiungere attraverso l’iniziativa diplomatica –, e contemporaneamente si invade un Paese che, a quel punto, solo nella Nato potrebbe trovare un appoggio. Con la mossa militare, si fornisce così all’Alleanza atlantica – che non avrebbe più ragion d’essere – un valido pretesto per continuare a esistere e a espandersi.

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Diplomazia è parola di origine greca che ha la stessa radice di doppiezza. Nel G20 appena concluso a Roma di diplomazia, ovvero di doppiezza,...