• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Opinioni » Tra la Russia e l’Ucraina una mediazione cinese?

Tra la Russia e l’Ucraina una mediazione cinese?

Pechino ha ottimi rapporti con ambedue i contendenti e solidi legami economici con Kiev, di cui è diventato principale partner commerciale

3 Marzo 2022 Sandro De Toni  1447

La crisi ucraina ci deve fare riflettere sul fatto che gli Stati Uniti e l’Unione europea non hanno ancora saputo, o voluto, risolvere i contenziosi rimasti aperti in seguito alla fine dell’Unione sovietica. L’Occidente ha commesso, nei riguardi della Russia, lo stesso errore commesso da Francia e Inghilterra nei confronti della Germania sconfitta nella prima guerra mondiale, lo stesso genere di umiliazione politica ed economica, che condusse alla fine della Repubblica di Weimar e alla presa del potere da parte dei nazisti. Annota lo studioso statunitense David Harvey: “Non c’è stato alcun tentativo di integrare il popolo e l’economia russa nel sistema globale, com’è successo nel 1945 con il Giappone e la Germania occidentale. Alla Russia è stata applicata la terapia d’urto neoliberale, con risultati orrendi: il Pil è crollato, l’aspettativa di vita è diminuita precipitosamente, la posizione delle donne è stata svilita, c’è stato un crollo totale del benessere sociale e delle istituzioni governative, l’ascesa della politica mafiosa intorno al potere oligarchico”.

Il consenso dei russi, almeno finora, verso la figura di Putin e verso la sua politica prende origine da questa esperienza traumatica. La Russia, nel frattempo, ha saputo risalire, almeno in parte la china, ampliando il suo apparato militare. E adesso presenta il conto. Niente di tutto ciò giustifica le azioni dell’autocrate russo, l’invasione dell’Ucraina, le sofferenze inflitte alla sua popolazione; ma riproporre come antidoto l’Alleanza atlantica, che ha pesanti responsabilità nella situazione attuale, e l’ulteriore militarizzazione dell’Europa, non rappresenta certo la soluzione.

Dopo la crisi del 2008-2009, è finita l’era dell’unipolarismo americano, e anche l’illusione della “fine della storia”, di cui il capitalismo di matrice occidentale, libero di ogni lacciuolo e minaccia, sarebbe l’ultimo approdo. Assistiamo al declino degli Stati Uniti, che non si rassegnano alla perdita di egemonia che possono provare a riaffermare solo manu militari. Ugualmente per via militare è concepita la rivincita russa. L’Unione europea ha lasciato, in tutti questi anni, gestire a Washington il rapporto con Mosca. Adesso si trova schiacciata sull’America, senza poter sviluppare un’autonoma iniziativa di una qualche efficacia.

Di questo passo, il vecchio continente rischia di tornare a essere un campo di battaglia. Si tratta di una situazione foriera di pericoli: una superpotenza che non accetta il diritto di altri grandi Stati a concorrere alla definizione di un assetto globale multipolare rischia di trascinare tutti verso il baratro. Brutto a dirsi, ma il riequilibrio del quadro internazionale non può prescindere dal riconoscimento di rispettive sfere di influenza, quindi da una certa dose di “politica di potenza”, che deve trovare i suoi limiti nel bilanciamento con l’interesse altrui, e soprattutto nell’interesse generale alla preservazione della sopravvivenza del genere umano.

Gli Stati Uniti, malgrado le promesse fatte a Gorbaciov nel 1991, hanno conseguito l’allargamento progressivo della Nato – passata da 16 a 30 membri in vent’anni –, che rimane come una presenza ingiustificabile e ingombrante dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia. Questa politica aggressiva segnala il permanere di un’ottica che non contempla l’emergere di un mondo multipolare, in cui gli Stati Uniti non siano più “i guardiani del pianeta”, e non rappresentino più l’unico “Impero” del nuovo ordine della globalizzazione (come teorizzato da Toni Negri e da Michael Hardt nel 2003).
Non valgono neanche le semplificazioni che teorizzano la nascita di un unico blocco russo-cinese, né le semplificazioni che teorizzano una omogeneità di posizioni della stessa “Nato asiatica” (il cosiddetto “Quad” che comprende Stati Uniti, Giappone, Australia e India). La Cina, infatti, non ha votato la risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina all’Onu, astenendosi; allo stesso modo neppure l’India ha votato a favore. Hanno assunto questa posizione, tra gli altri, anche il Pakistan, gli Emirati arabi uniti, la Turchia, l’Iran, l’Iraq, l’Algeria, il Sudafrica, il Senegal, mentre il Marocco e il Venezuela non hanno partecipato al voto. Si sono dunque astenuti Paesi che rappresentano la metà dell’umanità. L’Occidente sarà compatto, ma l’Occidente non è tutto.

Appare ora possibile una mediazione della Cina, richiesta dal ministro egli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, al suo omologo cinese Wang Yi. Lo stesso “Financial Times” si spinge a definire la Cina “il possibile mediatore”. La Cina potrebbe riuscire a inserirsi dove né gli Usa né l’Europa possono; e potrebbe così dimostrare di essere realmente un attore responsabile sulla scena internazionale; la sua mediazione potrebbe ottenere un notevole risultato politico e di prestigio, soppiantando Washington come perno degli equilibri mondiali. Così si metterebbe il suggello alla “profezia” di Giovanni Arrighi che prevedeva, nella successione dei paesi egemoni nel sistema capitalistico mondiale, dopo i secoli dominati rispettivamente da Genova, dai Paesi Bassi, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, il Ventunesimo secolo della Cina.  

La Cina ha ottimi rapporti con ambedue i contendenti. Il 4 febbraio scorso, alla vigilia dei giochi olimpici invernali, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno firmato accordi su diversi terreni dichiarando che l’amicizia tra i due Paesi “non ha limiti”. Nei giorni scorsi, Wang Yi ha “deplorato” l’invasione dell’Ucraina, ma ha altresì sottolineato come “la sicurezza regionale non può essere raggiunta espandendo i blocchi militari”. L’“impero di mezzo” ha poi solidi legami economici anche con l’Ucraina, di cui è diventata il principale partner commerciale. Insomma, ha le physique du rôle per raggiungere un accordo tra le parti.

In Europa, invece, tira una brutta aria da 1914: nel giubilo generale sembra che non si veda l’ora di partecipare al conflitto; si invia materiale bellico all’Ucraina, si rafforza la presenza militare Nato ai confini est dei Paesi aderenti all’Alleanza atlantica, si adottano pesanti sanzioni economiche. L’Unione europea intende “fornire le armi necessarie per una guerra” – secondo i termini del commissario, Josep Borrell, incaricato delle relazioni esterne –, inasprendo le sanzioni contro le esportazioni russe di gas e petrolio, e contro le operazioni interbancarie.

Certo, l’esclusione degli istituti di credito russi dalla piattaforma Swift per gli scambi interbancari rallenterà notevolmente le attività delle banche russe. Ma vanno fatte due osservazioni. Innanzitutto, questa misura è stata già utilizzata, senza effetti decisivi, per sanzionare i tiri missilistici della Corea del Nord nel 2017, e, un anno dopo, contro l’Iran su iniziativa dell’amministrazione Trump. Inoltre, queste sanzioni economiche stanno spingendo la Russia sempre più verso un’organica alleanza economica, politica e militare con la Cina, che può fornirle in qualche modo alternative commerciali, tecnologiche e finanziarie, a partire dalla piattaforma per le relazioni interbancarie Cips. La misura più efficace, a detta di molti esperti, è il congelamento dei fondi della banca centrale russa. Ma questo provvedimento non è una “sanzione”: è di fatto un atto di guerra aperta, infinitamente più grave dell’estromissione parziale della Russia da Swift, su cui si concentra l’attenzione dei mass media. Accompagnato dall’invio di armi, e magari dall’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione europea, significa un passo da gigante verso la guerra totale.

La risposta deve essere diplomatica: l’Europa deve esserne protagonista e riprendere in mano il proprio destino, in parallelo con l’azione mediatrice di Pechino. È necessario convocare una sessione straordinaria dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), organizzazione creata a questo scopo dagli accordi di Helsinki nel 1975. L’obiettivo sarebbe quello di definire, nel nostro continente, un’aerea denuclearizzata che garantisca russi, ucraini e gli altri europei. Il presidente Zelensky ha ufficialmente detto di essere pronto a dichiarare la neutralità del proprio Paese. D’altra parte, questa neutralità è stata adottata dal parlamento ucraino nel 1990, il giorno del voto della sua dichiarazione di sovranità, in cui si legge che l’Ucraina “dichiara solennemente la sua intenzione di essere uno Stato neutrale, permanentemente, che non partecipa a nessun blocco militare”. Si potrebbe per questa via far terminare il martirio del popolo ucraino e imporre un “cessate il fuoco” alla Russia.

1.462
Archiviato inOpinioni
TagsCina diplomazia Dmytro Kuleba Europa Nato pace Russia Sandro De Toni Stati Uniti swift Ucraina

Articolo precedente

Che cosa fare per l’Ucraina

Articolo successivo

L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

Sandro De Toni

Articoli correlati

Negli Usa ritorna il socialismo?

Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito

Le nozze con i fichi secchi, ovvero la guerra senza i soldi

“La Russia? Non è più un nostro nemico”

Dello stesso autore

Difesa europea, una chimera?

Le presidenziali francesi e il voto utile a sinistra

Corsica, una sommossa che dura da più di quindici giorni

Chernobyl, teatro di guerra e monito

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Meloni nel suo brodo
Rino Genovese    15 Luglio 2026
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Ultimi articoli
Legge elettorale, Vannacci scompiglia la destra
Stefania Limiti    20 Luglio 2026
Porto di Fiumicino, prima vittoria
Marianna Gatta    20 Luglio 2026
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia
Eliana Riva    14 Luglio 2026
Ultime opinioni
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA