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Gli esiti farseschi del vertice Nato

Il 5% del Pil per le spese militari è un obiettivo insostenibile, fissato per compiacere Trump, e nel segno della tradizionale subordinazione dei Paesi europei alla politica statunitense

30 Giugno 2025 Giorgio Graffi  1107

Quale valutazione dare del recente vertice Nato? Apparentemente, è stata presa una decisione epocale: l’aumento delle spese militari al 5% del Pil per ciascuno dei Paesi aderenti all’Alleanza. In Italia, questa decisione è stata salutata con giubilo da due dei partiti di maggioranza (Forza Italia e Fratelli d’Italia), mentre ha suscitato i soliti mugugni nella terza gamba della coalizione, cioè la Lega, sempre restia a inghiottire la pillola dell’aumento delle spese militari. Opposte, invece, le reazioni dei partiti di opposizione, tra cui spicca – una volta tanto per la sua chiarezza – quella della segretaria del Pd, Elly Schlein, anche se non si sa, però, cosa pensino gli esponenti “atlantisti” dello stesso partito, cioè i vari Gori, Picierno & c. Qui faremo alcune considerazioni in merito agli effettivi risultati del vertice: in primo luogo, sulla realizzabilità dell’obiettivo del 5%; in secondo luogo, sulle dichiarazioni emesse in merito al conflitto russo-ucraino.

Per quanto riguarda il primo punto, dovremmo parlare di “progettato” aumento, in quanto non è affatto certo che l’obiettivo del 5% sia realistico. Anzitutto, com’è noto, l’aumento di spesa in autentico materiale militare è stato fissato non al 5%, ma al 3,5%: la spesa restante è infatti prevista per investimenti in infrastrutture, logistiche, informatiche, ecc., cioè di tipo civile, anche se, come buona parte delle strutture civili, la loro efficienza può essere decisiva sotto l’aspetto militare. Tuttavia, non tutte sono da porre sullo stesso piano. Per esempio, pare che, tra queste strutture, il nostro governo vuole che sia conteggiato anche il ponte sullo stretto di Messina. A parte la sua realizzabilità, tuttora in forse, c’è da domandarsi quale possa essere la sua funzione strategica. Non sappiamo esattamente di quanti carri armati e armi pesanti in genere disponga l’Italia, ma certo la maggior parte non è dislocata in Sicilia, dove si trovano, semmai, basi aeree importanti: e non sembra che gli aerei, per decollare e atterrare, debbano usare il ponte sullo stretto. Forse si prevede di utilizzare la Sicilia come “ridotto” in caso di invasione russa? In questo caso, le nostre forze armate si gioverebbero certamente del ponte per accelerare la loro ritirata, ma poi dovrebbero farlo saltare…

Facezie a parte, è alquanto incerto che anche lo stesso obiettivo del 3,5% sia effettivamente raggiungibile: per molti Paesi, tra cui il nostro, che attualmente non stanziano neppure il 2% del Pil per le spese militari, si tratterebbe quasi di un raddoppio. Come – e se – questo possa realizzarsi è stato messo in dubbio da molti autorevoli economisti, tra cui Carlo Cottarelli, che, in un’intervista apparsa sul “Fatto quotidiano” del 27 giugno, dice testualmente: “Il rischio che Putin attacchi un paese Nato non è zero, ma non è certamente altissimo. Non vedo la necessità di portare la spesa a un simile livello per creare un effetto deterrente verso Putin. Non è un avversario per cui spendere il 3,5% in armi. Un aumento ci stava, ma non è chiaro perché doveva essere così forte”. In ogni caso – ricorda ancora Cottarelli –, se si vuole arrivare a un obiettivo del genere, è necessario tagliare spese o introdurre nuove tasse, perché, trattandosi di una spesa permanente, non si può ricorrere a nuovo debito pubblico.

Quindi, la promessa di Giorgia Meloni, solennemente enunciata subito dopo la fine del vertice, che l’aumento di spese militari non porterà né a un aumento delle tasse, né a tagli nell’istruzione, nel welfare o nella sanità, è realizzabile solo a patto che in Italia i soldi comincino a crescere sugli alberi. Data la politica dell’attuale governo, che non può alienarsi la sua base elettorale con un aumento delle entrate fiscali, non c’è null’altro da aspettarsi se non una drastica riduzione delle spese in tutti questi settori.

Del resto, il premier britannico Starmer – che, pur essendo nominalmente un laburista, persegue una politica non molto diversa da quella meloniana – ha già annunciato provvedimenti del genere per la Gran Bretagna, in primo luogo per quanto riguarda la spesa sociale. In conclusione, Meloni non ha che due opzioni disponibili: o tagliare la spesa pubblica, con gravi conseguenze sul piano sociale; o ridurre di molto, nei fatti, l’aumento delle spese militari. In entrambi i casi, avrà mentito: agli italiani nel primo; agli alleati Nato, nel secondo.

L’impressione è che sceglierà la seconda opzione, come il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha già annunciato di voler fare. È importante tenere presente che, nonostante questa esplicita presa di posizione, Sánchez ha firmato il comunicato finale, facendo gridare di gioia gli altri alleati. Il sospetto (suffragato dal parere di alcuni analisti) è che, in realtà, ben pochi paesi Nato abbiano la reale intenzione di arrivare al 3,5% di spese militari (una sicura eccezione è la Polonia, che l’ha già superato; un’altra possibile è la Germania): se così fosse, il vertice, più che un successo, si rivelerebbe una farsa.

Veniamo ora al secondo punto, cioè al modo in cui il conflitto russo-ucraino è stato trattato dal vertice. Il comunicato finale non ha condannato espressamente l’aggressione russa all’Ucraina. Se, da un lato, la “minaccia a lungo termine rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica” è stata la motivazione essenziale per l’aumento delle spese militari, dall’altro, come scrive la corrispondente da Kiev del “New York Times”, Kim Barker, “l’invasione russa del Paese, tema centrale dei recenti vertici della Nato, sembra essere scivolata in fondo alla lista delle priorità di quello di quest’anno”. Infatti, mentre in precedenza si era sempre proclamata “l’irreversibilità” dell’adesione dell’Ucraina alla Nato, essa è stata sì ribadita, nell’ultimo vertice, dal segretario generale Mark Rutte, ma il comunicato finale non la menziona, limitandosi a riaffermare “l’impegno costante” a sostenere il Paese di Zelensky nella guerra contro la Russia.

Dietro questa reticenza sta, com’è ovvio, l’atteggiamento conciliante di Trump nei confronti di Putin. Non discuteremo qui né di tale atteggiamento né della possibilità o meno di chiudere il conflitto in maniera negoziata, ma ci limitiamo a rilevare, ancora una volta, che la Nato si rivela una sostanziale appendice degli Stati Uniti, dai quali non ha in realtà alcuna autonomia. La politica Nato cambia in relazione a quella dei governi statunitensi: quando il presidente era Biden, non aveva problemi a condannare l’aggressione russa; ora che il presidente è Trump, è diventata reticente. Di fatto, tutto il vertice è stato una continua genuflessione nei confronti del presidente americano: dal messaggio, definito “untuoso” dal “New York Times”, di Rutte allo stesso Trump, prima dell’inizio dei lavori, in cui lo si lodava per la sua “azione decisiva in Iran, che è stata davvero straordinaria, e qualcosa che nessun altro ha osato fare”, alla decisione finale di innalzare il livello delle spese militari al 5%, inchinandosi alle pretese espresse dal tycoon fin dall’inizio del suo mandato. Se poi questo impegno verrà effettivamente mantenuto non è certo, per i motivi discussi sopra: in ogni caso, l’atto di sottomissione è stato compiuto, e certamente questo non può che far piacere al presidente americano, che ama sempre apparire vincente.

Comportandosi in questo modo, i Paesi europei della Nato non hanno fatto altro che riconoscere lo stato di fatto in vigore ormai da tre quarti di secolo: non possono sperare di rendersi autonomi dagli Stati Uniti sotto l’aspetto militare. Cosa si può dire allora della coalizione dei “volenterosi”, che solo pochi mesi fa, su iniziativa del tamburino Macron, proclamava solennemente di voler andare proprio in questa direzione? Che i leoni si sono trasformati in pecore. Un esito farsesco, anche in questo caso.

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