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Il fantasma della deregulation

L’Italia è di fronte a un bivio. All’uscita del lungo tunnel della pandemia si tratta di fare scelte che determineranno i prossimi sei-dieci anni...

Appalti e sciacalli. Il rischio di un nuovo “post-terremoto”

Circolano ipotesi di riforma del codice degli appalti che possono essere interpretate come un messaggio indiretto di cortesia nei confronti dell’economia illegale. E non...

Parità di genere? Nel Piano di Draghi quasi non si vede

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”: così recita l’articolo 37 della nostra Costituzione. E l’uguaglianza di remunerazione per un lavoro di egual valore è un principio che era già contenuto nella Costituzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 1919, organizzazione della Società delle nazioni, nata con l’obiettivo di perseguire la giustizia sociale e il riconoscimento universale dei diritti umani nel lavoro, attraverso la promozione di un lavoro dignitoso – il cosiddetto decent work – in condizioni paritarie in termini di uguaglianza, libertà e sicurezza per tutte le donne e tutti gli uomini.

Nel secondo dopoguerra questo principio fu rafforzato nella Convenzione OIL n. 100, che venne ratificata dall’Italia nel 1956 dando il via a un processo di riforme, culminato con la legge 903/77 con cui il parlamento ratificò la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Eppure, dati Istat alla mano, il cosiddetto gender pay gap – cioè il differenziale retributivo di genere che misura le sperequazioni tra donne e uomini a parità di mansioni – continua a esistere nel nostro Paese.

Global Health Summit di Roma: un’occasione mancata soprattutto per la sinistra

Alla fine non ricorderemo le accuse dei nemici quanto il silenzio degli amici, diceva Martin Luther King dinanzi all’ipocrisia dei progressisti americani. Una constatazione che torna di attualità, dopo la straordinaria occasione persa a Roma con il Global Health Summit della settimana scorsa. Un appuntamento della sanità mondiale che è arrivato dopo più di un anno dall’infuriare della pandemia, e che è sembrato rimuovere completamente il trauma sociale e sanitario che stiamo vivendo.

A parte qualche retorico riferimento nel cerimoniale, i lavori del Summit sono scivolati come acqua sul vetro rispetto alla tragedia che ancora miete vittime in gran parte del mondo. Le mattanze in corso in Brasile e in India, il silenzio che avvolge gran parte dell’Africa, la spietata realtà che vede il 15% del mondo – la parte più ricca, ovviamente – assorbire l’85% dei vaccini, non ha scosso né le istituzioni né tanto meno gli osservatori. A colpire è stata proprio l’indifferenza da parte del mondo scientifico, culturale, politico, rispetto a questa scadenza, che invece avrebbe dovuto imprimere un’accelerazione verso una nuova visione dell’epidemia, legata agli squilibri sociali, come aveva spiegato qualche mese fa il direttore di Lancet, Richard Horton, che parlava non di pandemia ma di “sindemia”, ossia di un fenomeno prettamente indotto dalle sperequazioni dell’ecosistema planetario.

Il risveglio di Enrico Letta

Nelle righe finali del suo articolo pubblicato su questo sito il 12 maggio scorso, Paolo Barbieri esortava il Pd a "mettere le vele a vento", considerando come Biden, negli Stati Uniti, si stia impegnando in una politica economica di spesa pubblica fortemente espansiva – ed esortava a farlo anche a costo di mettersi un po' in urto con il governo Draghi. Detto fatto, Letta sembra essersi scosso dal suo torpore (che, per quanto riguarda il Pd, durava già dalla fase terminale della segreteria di Zingaretti), e ha tirato fuori la grande mossa di uno straccio di proposta in materia di fisco: intervenire sulla tassa di successione – oggi in Italia ridicolmente bassa rispetto ad altri paesi europei – almeno per i patrimoni superiori a un milione di euro, con il fine di destinare le risorse ai giovani. Una cosuccia in fondo leggera leggera, a cui però Draghi ha risposto a stretto giro picche: "Non è questo il momento di prendere, da parte dello Stato, ma di dare". Una frase che gli avevamo già sentito dire, e che ci aveva già un po' colpito. Uno Stato, infatti (anche una comunità sovranazionale di Stati come quella europea), non può "dare" all'infinito e senza limiti, evitando di porsi il problema: da chi prendere? Sappiamo anche noi che, in economia, si parla di un effetto "moltiplicatore" della spesa pubblica. E questo va bene, nel senso di un "se dai cento, poi, per l'effetto di volano che così si produce, riprendi centodieci o centoventi o centotrenta"; e a quel punto le tasse le fai pagare sul sovrappiù che si è creato (parlando certo piuttosto alla buona).

Draghi, verso una controriforma fiscale?

Come si ricorderà, Mario Draghi, nel presentare alle camere il suo programma di governo il 17 febbraio scorso, aveva sottolineato come una riforma fiscale...

Migranti: da Minniti a Draghi nulla è cambiato

C’è un numero di passaporto intorno a cui l’Italia oggi dovrebbe discutere per chiarirsi le idee su come il nostro Paese affronti – coerentemente, da almeno cinque anni – la questione “migranti”. Intanto è bene chiarire che si è trovato il modo per definirli tutti “migranti forzati”. Mi sembra l’unica definizione corretta e li chiamerò così. Ma veniamo al numero: G52FPYRL; è quello del passaporto di Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, il potente capo della guardia costiera libica ospitato nel 2017 in Italia, quando al Viminale c’era Minniti, per quei negoziati che dovevano avviare a soluzione la questione del controllo delle coste libiche.

Accusato di essere un trafficante di uomini, di petrolio e di armi, Bija dichiarò che quello era il suo passaporto, con il quale era entrato in Italia, con tanto di visto. La circostanza fu smentita dal governo Conte 2, che negò che fosse quello il documento di Bija. Se era venuto in Italia, ci era venuto da clandestino. Ora, però, è l’Interpol a confermare che si tratta proprio del numero di passaporto di Abd al-Rahman al-Milad detto Bija, nel frattempo scarcerato a Tripoli, dopo alcuni mesi di detenzione per i reati citati, quale eroe nazionale. Subito dopo è stato promosso. La sigla compare nel documento con cui l’Europa rinnova le sanzioni contro di lui, congelandone i beni in patria e all’estero.

Il Recovery plan si è fermato a Eboli?

Se leggiamo il Recovery Plan dobbiamo constatare che anch’esso, come il Cristo di Carlo Levi, si è fermato a Eboli, non considerando “bravi cristiani”...

A fare la differenza è Draghi

C’è qualche differenza tra il Recovery Plan di Conte e quello di Draghi? Le opinioni sono le più diverse. Chi, come gli esponenti dei...

Auguri pasquali

Questa Pasqua 2021, come quella dell’anno scorso, ci vede ancora in piena pandemia. Mai avremmo immaginato di dover vivere una catastrofe del genere e così prolungata. Tuttavia, com’è stato detto e ripetuto da molti, forte è l’auspicio, la speranza, di potere uscire dalla spaventosa esperienza non identici ma in un certo senso migliori. Continueremo a produrre e consumare nello stesso modo di prima? O si farà strada l’idea che cambiare è possibile e necessario?

Gli spunti teorici e anche politici per mirare a una trasformazione profonda della nostra forma di vita ci sono già, e sono molteplici. Alcuni di questi si possono trovare negli articoli di questa piccola impresa editoriale che dura da due mesi. Li abbiamo riassunti con le parole socialismo ed ecologia, con le quali indichiamo la ripresa di un discorso critico intorno al capitalismo e la costruzione di un’alternativa, al tempo stesso “dall’alto” e “dal basso”, imperniata cioè su un “pubblico” non meramente statale, come quello che abbiamo conosciuto nel passato novecentesco, ma intrecciato con la difesa e la gestione – anche nel senso dell’autogestione – dei “beni comuni”, di contro all’opera di colonizzazione da parte del “privato” e del mercato. La battaglia per un intervento pubblico nell’economia – che, a causa dei danni provocati dall’epidemia, è già in atto – passa oggi per una riqualificazione del progetto europeo. Il primo augurio, dunque, è che l’Europa non torni mai più a essere quella che abbiamo conosciuto negli scorsi anni. Una sua integrazione in senso federalistico appare ormai una necessità, se si vogliono impostare politiche redistributive degne del nome, incentrate cioè su una fiscalità comune di tutta la zona della moneta unica.