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Il presidenzialismo e il “colpo di Stato liberale”

Sul “Fatto quotidiano” del primo febbraio, Marco Travaglio presenta una spassosissima collezione di interventi dei maggiori giornali italiani (il gruppo di proprietà degli eredi...

Draghi o non Draghi? Questo è il problema

Certo, con Draghi presidente della Repubblica potrebbe consolidarsi la tendenza “bonapartista” e presidenzialista tipica del declino delle democrazie, e molto cara alla destra (che però, almeno per il momento, sembra non voglia saperne di Draghi, preferendo tenerlo fermo alla casella in cui si trova adesso). Ma la questione è: con un Draghi presidente del Consiglio fino al termine della legislatura, questa prospettiva negativa non sarebbe addirittura rafforzata? Se ci si pensa su un attimo, infatti, il rischio maggiore è di trovarsi dinanzi a una “grande coalizione” pressoché in eterno. Il blocco borghese del Nord del Paese nutre una vera e propria passione per Draghi, per le sue connessioni internazionali, e così via, come dimostrano del resto gli atteggiamenti della Confindustria e della Lega (in particolare nella versione Giorgetti). Perciò, con elezioni in vista l’anno prossimo, e soprattutto in mancanza di una seria riforma della legge elettorale, non può essere affatto esclusa una prosecuzione del governo Draghi, e quindi del soporifero “draghismo di governo” del Pd.

Un passaggio del Super-Mario al Quirinale – che, ricordiamolo, ha un’importante funzione di garanzia nel nostro ordinamento, ed è un freno al possibile debordare degli esecutivi verso un “direttismo” del tutto estraneo allo spirito di una Repubblica parlamentare come la nostra – lo collocherebbe in un alveo che proteggerebbe noi (e anche lui) da qualsiasi tentativo di tirarlo per la giacca verso forme più o meno larvate di presidenzialismo, di premierato forte, che tutto sommato non sarebbero neppure nelle sue corde di compassato “nonno” delle istituzioni, come lui stesso si è definito.

Draghi è la soluzione meno peggiore

Mario Draghi alla presidenza della Repubblica è la scelta da augurarsi per un insieme di ragioni. La prima – piuttosto ovvia – è che, intorno al nome di Draghi, può raccogliersi un voto trasversale, indispensabile, date le forze in campo, per eleggere il capo dello Stato. Staccare la Lega dall’abbraccio con gli yesmen e le yeswomen di Berlusconi non sarebbe secondario; e vorrebbe anche dire offrire una sponda ai leghisti meno salviniani, tra cui l’attuale ministro Giorgetti, amico stretto di Draghi. L’obiezione che si può muovere è che la candidatura di Draghi spaccherebbe i 5 Stelle. Ciò senz’altro è possibile, ma non impedirebbe, con tutta probabilità, il raggiungimento alla quarta votazione di una maggioranza comunque ampia (ricordiamo che, nelle prime tre, servirebbe una maggioranza qualificata che appare fuori portata per chiunque, al momento).

La seconda ragione è che Draghi, in quanto persona almeno apparentemente super partes, potrebbe ottenere quella fiducia da parte della gran parte dei cittadini che – spoliticizzati da anni di qualunquismo e di attacchi alle istituzioni democratiche – tendono a non fidarsi più di nessuno, se non di coloro che si presentano come “esterni” rispetto al mondo della politica. È un’illusione, d’accordo – ma tant’è. Poiché non si può non essere interessati a una tenuta della suprema carica dello Stato, collocata in una funzione di presidio della Costituzione repubblicana, Draghi può essere il nome giusto per assicurare all’istituzione un alto grado di consenso popolare.

Il Risiko del premier e del candidato alla presidenza della Repubblica

Mario Draghi ha deciso di rischiare. Rischia sulla riapertura delle scuole, sulla sua candidatura al Quirinale, sulla permanenza alla presidenza del Consiglio (su questo punto rischierebbe di meno, se volesse rimanerci). I suoi nemici invisibili sono i contagi della variante Omicron. Quelli visibili si annidano a destra, perché Salvini e Meloni (oltre all’autocandidato Berlusconi) vorrebbero eleggere un loro pupillo.

Come al solito sicuro di sé, pragmatico, freddo nell’esposizione delle repliche nella conferenza stampa che lunedì pomeriggio serviva a spiegare gli ultimi provvedimenti in materia di Covid-19, con l’unica autocritica del tardivo incontro con i giornalisti (conferenza “atto riparatore” ha detto). Con stile assai discutibile, trattandosi pur sempre di una conferenza stampa, è poi venuta da Draghi la ferma richiesta di non rispondere ai quesiti sul suo possibile futuro al Quirinale, insieme con il diniego di non chiarire se nel prossimo futuro permarrà o meno nel ruolo di premier. Non si è infatti sciolto il rebus su chi sarà il prossimo inquilino del Colle. Anche se, allo stato attuale, l’ipotesi più accreditata resta quella che vede Draghi avere l’identikit giusto per occupare il ruolo, perché tra l’altro Mattarella non ha intenzione di offrire un replay nonostante le insistenze del Pd di questi giorni (pur sempre il suo partito) che lo mettono a disagio non poco.

Un Draghi a due teste

Dopo la conferenza stampa di fine anno, sappiamo con certezza che Draghi è disponibile a farsi eleggere alla presidenza della Repubblica. Peraltro non ne dubitavamo: come presidente ha una lunga carriera alle spalle, gli manca soltanto l’ultimo gradino per poter fare il “nonno”, come lui stesso si è definito, coronando probabilmente l’ambizione di una vita. Ma la questione non è il carrierismo di Draghi (del resto sostenuto anche dal “Financial Times”, secondo il cui autorevole parere meglio sette anni in un bel posto sicuro, anziché ancora un anno, o poco più, al governo). È piuttosto l’inghippo istituzionale che ciò comporta. Abbiamo infatti un presidente del Consiglio che, nelle prossime settimane, sarà tutto preso da una trattativa più o meno sottobanco per trovare un accordo tra i partiti sul governo che dovrà succedergli, mentre lui rassegnerà le dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente – per ripresentarsi subito dopo come il capo dello Stato entrante, olé!

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Non sarebbe sensato attendersi una mobilitazione sindacale troppo vigorosa per i prossimi mesi, ma le tensioni non mancano. A dispetto degli sforzi sostenuti dal Pd, in questi mesi, per “intestarsi” l’agenda Draghi, c’è da prevedere qualche imbarazzo al Nazareno per il malumore delle organizzazioni dei lavoratori di fronte al capo del governo che, secondo il gergo giornalistico d’antan, tornato in auge nel 2021, “tira diritto”. La norma-tampone di “quota 102” serve ad attutire l’impatto per partiti e sindacati, pur in sofferenza. La Fiom annuncia uno sciopero contro la manovra, ma è già bollato come “fuga in avanti” rispetto alla ritualità dell’unità fra le confederazioni. Qualche negoziato parlamentare è prevedibile sugli strumenti parziali esistenti per la flessibilità in uscita dei pensionandi.

Pensioni, non c’è solo il problema “quota 100”

Aveva settant’anni Romano Bonfatti, e secondo il “Corriere della sera” (per citarne uno) “era regolarmente assunto” presso la ditta esterna incaricata di ispezionare il tetto del capannone di una officina. È morto dopo essere caduto da un’altezza di otto metri. Saranno le autorità competenti a individuare cause e responsabilità; ma è interessante notare come la dicitura “operaio di settant’anni” venga usata senza particolari note a margine su molte testate locali e nazionali. Non è il primo caso e non sarà l’ultimo: solo una coincidenza che colpisce nei giorni in cui si torna a discutere di “sostenibilità” del sistema previdenziale in coincidenza con la scadenza temporale di “quota 100”, provvedimento transitorio adottato tre anni fa, con l’obiettivo di favorire una corposa sostituzione di anziani con giovani lavoratori, ma che – com’è noto – non ha raggiunto appieno i suoi obiettivi (hanno aderito in 341mila, soprattutto uomini con una forte continuità lavorativa, rispetto al milione atteso dai promotori; mentre il tasso di sostituzione con nuovi lavoratori secondo Confindustria è di 0,4 assunti per ogni pensionato anticipato, anche se va considerata la drammatica frenata dovuta alla pandemia).

Mesi fa Mario Draghi aveva dichiarato, per rispondere a chi parlava di tassa di successione o di patrimoniale, che il 2021 “è un anno in cui non si chiedono soldi, ma si danno soldi”; oggi si prepara, secondo quanto ha spiegato lui stesso, a superare “quota 100” con la legge di bilancio che dovrebbe essere licenziata in questi giorni dal Consiglio dei ministri. La proposta elaborata dal ministero dell’Economia indica “quota 102” nel 2022 e “quota 104” nel 2023 come passaggi transitori.