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Politica economica al passo di gambero

Gli ultimi dati sull’andamento dell’economia – non solo nel nostro paese ma a livello internazionale – evidenziano l’accavallarsi di problematiche a fronte delle quali tanto la politica economica della Unione europea, quanto quella del nostro paese appaiono del tutto inadeguate. Per usare un eufemismo. Il clima di ottimismo sulle possibilità di una corposa ripresa dell’economia italiana aveva contrassegnato nelle ultime settimane i commenti degli esperti e le dichiarazioni di imprenditori ed esponenti politici. A onore del vero, già in una conferenza stampa nei primi giorni di ottobre, Draghi era parso più prudente, malgrado che la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), presentata il 30 settembre, confermasse nella sostanza tale ottimismo, seppure con un linguaggio misurato.

Nel giro di pochissimi giorni, però, quel clima si è di molto raffreddato. Il 6 ottobre il ministro dell’Economia, Daniele Franco, avvertiva il rischio che la nostra “ripresa” potesse essere frenata dall’incremento veloce e continuo dei prezzi su scala mondiale dell’energia. In effetti quella impennata sottolinea, con più forza, una serie di elementi che in breve tempo sono andati accumulandosi, quali, per fare solo alcuni esempi, l’interruzione delle forniture di alcune materie prime e di semilavorati strategici per le industrie più innovative e più produttrici di valore, come i semiconduttori; l’acuirsi delle tensioni geopolitiche con ricadute in particolare sull’approvvigionamento energetico; la tentazione sempre più marcata di alcune banche centrali di ritornare nei vecchi alvei della gestione del debito dopo il suo enorme aumento; la crescente incertezza negli investimenti da parte delle imprese e nei consumi da parte delle famiglie.

Si annuncia una settimana nervosa

Non è finita, per la Cgil. Un nuovo attacco, questa volta informatico, ha bloccato il sistema di comunicazione del più grande sindacato italiano. Gli hacker hanno colpito ma sono stati, per fortuna, anche neutralizzati. In mattinata il presidente del Consiglio Draghi era andato alla Cgil, per esprimere la solidarietà del governo dopo l’attacco squadrista di sabato pomeriggio. Una visita “non scontata”, ha commentato il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che ha aggiunto come nell’incontro con Draghi si sia discusso dell’“impegno delle istituzioni per impedire che il passato ritorni”.

Nel ricostruire la giornata di sabato, il prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, si è soffermato proprio sull’assalto alla sede nazionale della Cgil. Le sue valutazioni sono drammatiche: “L’invasione ha evocato i momenti più bui della vita del nostro Paese e ha restituito plasticamente la carica eversiva e antidemocratica che si annida nelle deprecabili azioni di questi delinquenti”. Forza Nuova, ex arnesi della destra eversiva degli anni Ottanta, i Nar, “Liberi cittadini” e “Io apro”, i commercianti e settori della società civile che in questi mesi sono stati sulle barricate delle proteste contro le misure anti-Covid del governo, sono stati i protagonisti dell’assalto alla Cgil.

Draghi: come espungere il conflitto sociale dalla storia d’Italia

Il discorso tenuto da Draghi agli imprenditori riuniti da Confindustria ha avuto un indubbio successo che ha un preciso significato politico, su cui conviene riflettere. Non disponendo di un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati all’assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del Consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assisi confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Banca centrale europea.

Ma stavolta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del Lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’avviso comune fra governo e sindacati, al punto da toglierne qualsiasi efficacia.

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Economisti contro Draghi

Pochi giorni fa il governo ha nominato cinque consulenti nel Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica presso il Dipartimento di Programmazione Economica. Ciò che colpisce immediatamente è il contrasto fra la missione del Pnrr, che prevede il più ampio intervento di investimenti pubblici da molti anni a questa parte, e la biografia intellettuale dei nuovi nominati. Tutti quanti portatori delle più estremistiche tesi in campo neoliberista.

Vediamo di chi si tratta. Carlo Stagnaro dirige il think tank di punta del neoliberismo italiano, ovvero l’Istituto Bruno Leoni, distintosi, per rimanere alle questioni più recenti, per caldeggiare la non applicazione del referendum di dieci anni fa sull’acqua pubblica; per avere contrastato ogni proposta, anche la più timida, di adeguare la tassa di successione almeno al livello dei più avanzati paesi europei; per avere criticato la proposta emersa nel G7 sulla tassazione delle multinazionali. Riccardo Puglisi non gli è da meno, persino il calmieramento dei prezzi delle mascherine anti-Covid gli è andato di traverso. Francesco Filippucci nel think tank Tortuga riprende e rilancia tutti i mantra del neoliberismo. Infine Carlo Cambini del Politecnico di Torino e Marco Percoco, un bocconiano sostenitore della liberalizzazione dei trasporti. Ovviamente siamo di fronte a una piena omogeneità di genere, e tutti sono operanti al Nord. Non solo, ma alcuni di questi sottovalutano apertamente i pericoli derivanti dal cambiamento climatico e l’urgenza di porvi rimedio.

Il fantasma della deregulation

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Appalti e sciacalli. Il rischio di un nuovo “post-terremoto”

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Parità di genere? Nel Piano di Draghi quasi non si vede

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”: così recita l’articolo 37 della nostra Costituzione. E l’uguaglianza di remunerazione per un lavoro di egual valore è un principio che era già contenuto nella Costituzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 1919, organizzazione della Società delle nazioni, nata con l’obiettivo di perseguire la giustizia sociale e il riconoscimento universale dei diritti umani nel lavoro, attraverso la promozione di un lavoro dignitoso – il cosiddetto decent work – in condizioni paritarie in termini di uguaglianza, libertà e sicurezza per tutte le donne e tutti gli uomini.

Nel secondo dopoguerra questo principio fu rafforzato nella Convenzione OIL n. 100, che venne ratificata dall’Italia nel 1956 dando il via a un processo di riforme, culminato con la legge 903/77 con cui il parlamento ratificò la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Eppure, dati Istat alla mano, il cosiddetto gender pay gap – cioè il differenziale retributivo di genere che misura le sperequazioni tra donne e uomini a parità di mansioni – continua a esistere nel nostro Paese.