C’è un numero di passaporto intorno a cui l’Italia oggi dovrebbe discutere per chiarirsi le idee su come il nostro Paese affronti – coerentemente, da almeno cinque anni – la questione “migranti”. Intanto è bene chiarire che si è trovato il modo per definirli tutti “migranti forzati”. Mi sembra l’unica definizione corretta e li chiamerò così. Ma veniamo al numero: G52FPYRL; è quello del passaporto di Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, il potente capo della guardia costiera libica ospitato nel 2017 in Italia, quando al Viminale c’era Minniti, per quei negoziati che dovevano avviare a soluzione la questione del controllo delle coste libiche.

Accusato di essere un trafficante di uomini, di petrolio e di armi, Bija dichiarò che quello era il suo passaporto, con il quale era entrato in Italia, con tanto di visto. La circostanza fu smentita dal governo Conte 2, che negò che fosse quello il documento di Bija. Se era venuto in Italia, ci era venuto da clandestino. Ora, però, è l’Interpol a confermare che si tratta proprio del numero di passaporto di Abd al-Rahman al-Milad detto Bija, nel frattempo scarcerato a Tripoli, dopo alcuni mesi di detenzione per i reati citati, quale eroe nazionale. Subito dopo è stato promosso. La sigla compare nel documento con cui l’Europa rinnova le sanzioni contro di lui, congelandone i beni in patria e all’estero.

Scrive Nello Scavo su Avvenire dell’11 maggio: “La legittimazione anche internazionale di cui hanno goduto diverse milizie libiche ha permesso di rafforzare le posizioni dei capiclan che ieri hanno sfidato platealmente con un atto dimostrativo il nuovo governo di unità nazionale. Uomini armati hanno assediato l’Hotel Corinthia di Tripoli, che funge da quartier generale del Consiglio presidenziale libico. La prova di forza delle milizie, secondo i media locali, è stata inscenata per intimidire la ministra degli Esteri Najla al-Mangoush, che ha chiesto ai mercenari e ai combattenti stranieri dislocati nel Paese, comprese le truppe turche, di farsi da parte”.

Forse la signora Najla al-Mangoush ha dimenticato che, senza i mercenari turchi e le milizie, il colonnello Haftar non avrebbe conquistato Tripoli. Difficile dire loro “arrivederci e grazie” senza qualche argomento, soprattutto agli occhi di chi li ha armati e inviati. Ma, se si guarda al contemporaneo aumento dei numeri di barconi che arrivano o fanno naufragio, la scarcerazione di Bija potrebbe aver galvanizzato le milizie di cui lui è solo un simbolo e che, secondo il primo giornalista italiano che lo ha intervistato, Amedeo Ricucci, “giocano a guardie e ladri, in modo però molto remunerativo. I trafficanti si fanno pagare i viaggi della disperazione, le guardie costiere libiche (sono quattro) li riportano indietro e a quel punto, riportati nei campi di internamento, o li usano come schiavi nei campi o li obbligano a farsi mandare nuovi denari da loro parenti per tentare nuovi viaggi della disperazione”. Queste richieste alle volte avvengono al telefono mentre il “migrante forzato” viene torturato, in modo che l’interlocutore telefonico si renda conto dell’urgenza della richiesta.

La prima lezione che se ne può trarre è che appare evidente una continuità della politica “libica” italiana dai tempi di Minniti a oggi, e la vicenda del passaporto di Bija lo conferma: questa politica va sotto il nome di “esternalizzazione dei confini”. Nel caso di specie vuol dire affidarsi alle milizie libiche: è stata questa la scelta dal 2017, confermata recentemente da Draghi, che a Tripoli ha ringraziato la guardia costiera libica che “salva vite”.

È chiaro che l’orientamento italiano è di fare in Libia come si è fatto in Turchia. Ma la Turchia esiste, la Libia no: è un insieme di bande. A capo di queste c’è un governo inesistente, come dimostra l’irruzione nel lussuoso Hotel Corinthia. In Libia i “migranti forzati” vengono internati nei lager, come ha ribadito il dirigente dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, Filippo Grandi: “Non ci sarebbe nulla di sbagliato nel rafforzare la guardia costiera libica se il sostegno fosse finalizzato a interventi efficienti e secondo sani principi”. Ma gli intercettati “dalla guardia costiera libica finiscono in un sistema di abusi dove nulla funziona, e allora non ci siamo”.

Se l’Italia e l’Europa pensano di cancellare tramite Turchia e Libia il diritto d’asilo, impedendo agli asilanti di arrivare sul loro territorio, possono farlo con uno Stato, cioè con la Turchia: ma è una scelta suicida. L’idea di Europa-fortezza è un’idea che condurrà a un fallimento. Però può essere una scelta, dimenticandosi di uno dei più elementari principi giuridici, come quello del diritto d’asilo. Anche l’obbligo di soccorso in mare può essere dimenticato perché per soccorrere occorre vedere, e se non si vede… Tuttavia è impossibile pensare di perseguire questa politica con le bande di trafficanti. Non per i loro metodi – basta non mandare gli ispettori per non sapere che i “migranti forzati” sono detenuti nei lager –, ma perché le bande non rispettano i patti.

Ripensare al vecchio slogan degli anti-immigrazione “aiutiamoli a casa loro” diventa un sogno rivoluzionario: si chiama partenariato euro-africano. Ma sembra interessare solo a turchi e cinesi – a modo loro ovviamente. A noi non interessa neanche arrivare a quel contenutissimo 0,70% del Pil indicato come obiettivo per l’aiuto internazionale allo sviluppo; siamo addirittura scesi, nel 2019 (pre-Covid), allo 0,20% del Pil. Così l’esternalizzazione delle frontiere diventerà la scelta di vivere in un mare nemico privo di qualsiasi principio. Rimanendo pure senza manodopera specializzata, visto che non esistono neanche le vecchie “quote” di potenziali immigrati “regolari”. Un fabbisogno che in un paese in decrescita nessuno ha il coraggio di ammettere.