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Bergoglio a Cipro e in Grecia

Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

Crisi tra Polonia e Bielorussia, una partita geopolitica

A consumarsi in queste ore nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia non è solo l’ennesima crisi umanitaria che vede protagonisti, da un lato, alcune migliaia di migranti (provenienti, in questo caso, soprattutto dal Kurdistan iracheno e dalla Siria) protesi a raggiungere l’eldorado europeo, e dall’altro le forze polacche di polizia e dell’esercito. Dentro questa crisi ce n’è un’altra, che ha le vesti di una complicata partita geopolitica e coinvolge gran parte delle aree roventi del pianeta. Vladimir Putin – zar di ciò che è rimasto della dissoluzione di un impero, protettore della satrapia post-sovietica bielorussa – ha potuto dichiararlo con beffarda chiarezza: l’Europa, sulla questione dei profughi, si gioca la credibilità rispetto ai propri strombazzati princìpi umanitari, ed è inoltre corresponsabile della devastazione di quelle terre da cui essi fuggono.

Che ciò sia vero o falso (vero per quanto riguarda l’Iraq, in cui gli europei intervennero nell’insensata guerra voluta dagli Stati Uniti, falso relativamente alla Siria, dov’è piuttosto la Russia responsabile dell’appoggio al dittatore locale e alle sue persecuzioni ai danni degli oppositori), non toglie nulla alla circostanza che voli charter da Damasco a Minsk, con tanto di visto turistico, siano stati organizzati di recente, alimentando così il miraggio di chi non ce la fa più a vivere dove vive. E non v’è dubbio che i profughi siano per il satrapo bielorusso, anziché dei rifugiati, un’arma impropria da spingere verso i confini occidentali, ben conoscendo l’allergia ai migranti manifestata dall’attuale regime polacco, tra l’altro a un passo dalla rottura con l’Unione europea.

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

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Spagna e Marocco ai ferri corti, e non solo sui migranti

Com’è solito dire Renzo Arbore: “Ogni Paese ha il suo Sud, cioè la parte meno sviluppata”. Si può aggiungere che ogni Paese del Mediterraneo ha la sua Lampedusa, cioè il punto più critico della pressione migratoria. Per la Spagna questo luogo si chiama Ceuta e Melilla, enclave a giurisdizione iberica in territorio nordafricano, e marocchino in particolare, in posizione strategica lungo lo Stretto di Gibilterra, ceduto dal Portogallo alla Spagna fin dal 1668. Il Marocco non smette di chiederne la restituzione territoriale dagli anni Settanta post-dittatura franchista, dopo che nel 1995 Ceuta e Melilla sono state dichiarate “città autonome” dalla Spagna. Madrid da questo orecchio però non ci sente: né con i governi socialisti che si sono succeduti nei decenni, né con quelli di destra. In quelle due cittadine, come un timer a orologeria, esplode periodicamente il tema migratorio con sconfinamenti di migliaia di persone in cerca di fortuna, e con la conseguente risposta autoritaria della polizia spagnola e marocchina che non possono permettersi di mettersi da parte senza far rispettare leggi e regole.  

È quanto accaduto anche negli ultimi giorni. La situazione è così caliente che Pedro Sánchez, premier di Madrid, ha annullato un viaggio ufficiale a Parigi per recarsi a Ceuta e Melilla a visionare la situazione e dichiarare: “Agiremo con fermezza di fronte a qualsiasi sfida e circostanza. La situazione è grave per la Spagna e per l’Europa”. L’indifferenza europea è un altro tema ricorrente nelle crisi migratorie del vecchio continente. Si interviene solo quando la bomba dell’immigrazione esplode e si cerca di suddividere i migranti in Paesi diversi a seconda delle percentuali di inclusione. Ora tutto si aggrava per il Covid, che attanaglia l’Africa e ha messo in ginocchio le economie europee, quella spagnola inclusa. C’è perciò da attendersi altri episodi del genere.

Migranti: da Minniti a Draghi nulla è cambiato

C’è un numero di passaporto intorno a cui l’Italia oggi dovrebbe discutere per chiarirsi le idee su come il nostro Paese affronti – coerentemente, da almeno cinque anni – la questione “migranti”. Intanto è bene chiarire che si è trovato il modo per definirli tutti “migranti forzati”. Mi sembra l’unica definizione corretta e li chiamerò così. Ma veniamo al numero: G52FPYRL; è quello del passaporto di Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, il potente capo della guardia costiera libica ospitato nel 2017 in Italia, quando al Viminale c’era Minniti, per quei negoziati che dovevano avviare a soluzione la questione del controllo delle coste libiche.

Accusato di essere un trafficante di uomini, di petrolio e di armi, Bija dichiarò che quello era il suo passaporto, con il quale era entrato in Italia, con tanto di visto. La circostanza fu smentita dal governo Conte 2, che negò che fosse quello il documento di Bija. Se era venuto in Italia, ci era venuto da clandestino. Ora, però, è l’Interpol a confermare che si tratta proprio del numero di passaporto di Abd al-Rahman al-Milad detto Bija, nel frattempo scarcerato a Tripoli, dopo alcuni mesi di detenzione per i reati citati, quale eroe nazionale. Subito dopo è stato promosso. La sigla compare nel documento con cui l’Europa rinnova le sanzioni contro di lui, congelandone i beni in patria e all’estero.

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