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Per Aldo Garzia

“Terzogiornale”, nato per parlare di “poche cose”, deve oggi occuparsi di ciò di cui mai avrebbe voluto occuparsi: la scomparsa dell’amico e compagno Aldo...

In Cile la “sinistra meticcia” alla prova

A dar credito all’ultimo sondaggio Cadem, se si votasse oggi, il 44% dei cileni sarebbe contro l’approvazione della nuova Costituzione, a fronte di un...

Il chiacchiericcio sulle armi e il vincolo della deterrenza

Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

Troppi immigrati? Perché il Nord Europa si difende

Che cosa accade a Stoccolma e Copenaghen sul fronte immigrati? È in atto una forte frenata nelle avanzatissime politiche di accoglienza e integrazione di cui si vantavano la Svezia e la Danimarca? Sì, è così. I partiti socialdemocratici, tornati a governare nelle due capitali, hanno corretto energicamente da qualche tempo le proprie politiche sul tema. Come mai e perché? Vale la pena contestualizzare il problema prima di parlare di “stretta autoritaria” o, peggio, di perdita della tradizionale civiltà scandinava e socialdemocratica.

La Svezia ha poco più di dieci milioni di abitanti, di cui un milione e duecentomila sono immigrati regolarmente registrati. In realtà sono molti di più, e comunque oltre il 10% del totale della popolazione, barriera ritenuta compatibile per non creare scossoni sociali e procedere a politiche inclusive. È poi indubbio che negli ultimi vent’anni i Paesi scandinavi abbiano assorbito, in percentuale, più immigrati che gli altri Paesi europei. Inoltre, le società del Nord Europa sono ritenute assai democratiche e accoglienti, ma sociologicamente compatte: religione maggioritaria protestante, valori etici condivisi, parità uomo/donna raggiunta, alta natalità grazie alle politiche sociali.

Il Risiko del premier e del candidato alla presidenza della Repubblica

Mario Draghi ha deciso di rischiare. Rischia sulla riapertura delle scuole, sulla sua candidatura al Quirinale, sulla permanenza alla presidenza del Consiglio (su questo punto rischierebbe di meno, se volesse rimanerci). I suoi nemici invisibili sono i contagi della variante Omicron. Quelli visibili si annidano a destra, perché Salvini e Meloni (oltre all’autocandidato Berlusconi) vorrebbero eleggere un loro pupillo.

Come al solito sicuro di sé, pragmatico, freddo nell’esposizione delle repliche nella conferenza stampa che lunedì pomeriggio serviva a spiegare gli ultimi provvedimenti in materia di Covid-19, con l’unica autocritica del tardivo incontro con i giornalisti (conferenza “atto riparatore” ha detto). Con stile assai discutibile, trattandosi pur sempre di una conferenza stampa, è poi venuta da Draghi la ferma richiesta di non rispondere ai quesiti sul suo possibile futuro al Quirinale, insieme con il diniego di non chiarire se nel prossimo futuro permarrà o meno nel ruolo di premier. Non si è infatti sciolto il rebus su chi sarà il prossimo inquilino del Colle. Anche se, allo stato attuale, l’ipotesi più accreditata resta quella che vede Draghi avere l’identikit giusto per occupare il ruolo, perché tra l’altro Mattarella non ha intenzione di offrire un replay nonostante le insistenze del Pd di questi giorni (pur sempre il suo partito) che lo mettono a disagio non poco.

America latina, l’ora di una nuova sinistra meticcia

Cambia il vento o, per meglio dire, cambia il ciclo politico in America latina? I fatti indicano probabilmente di sì. Dopo il ritorno delle destre al governo (Cile, Brasile, Ecuador), che aveva seguito il primo decennio Duemila della sinistra con il vento in poppa (il Venezuela di Chávez, il Brasile di Lula, il Cile di Bachelet, la Bolivia di Morales, l’Uruguay di Pepe Mujica), l’elezione di Gabriel Boric alla presidenza cilena consolida la possibile inversione di rotta. Il barometro, infatti, indica bel tempo a sinistra. L’esito delle elezioni in Cile, le lotte popolari in Colombia, il ritorno della sinistra al governo della Bolivia nel 2020, hanno un sapore che travalica i confini nazionali delle singole situazioni.

La controtendenza aveva avuto un’ulteriore luce verde lo scorso 11 aprile, quando le elezioni in Perù erano state vinte dal leader sindacale Pedro Castillo proveniente dal mondo rurale andino. In Centroamerica la buona notizia era venuta lo scorso 28 novembre con l’affermazione della progressista Xiomara Castro, prima donna a essere eletta presidente in Honduras. La vittoria di Boric in Cile riaccende pure le speranze di un ritorno alla presidenza di Lula in Brasile, il che potrebbe confermare una tendenza (si andrà alle urne nell’ottobre 2022).

Renzi: “Il riformista sono me”

Guerra aperta tra il Pd e Matteo Renzi. È assai probabile (per non dire certo) che non ci sarà il centrosinistra “larghissimo”, o “largo”,...

Quirinale, Renzi cerca di convincere il centrodestra

Marcello Pera (ex presidente del Senato, filosofo già legato a Lucio Colletti) o Maria Elisabetta Casellati (attuale presidente del Senato) o Letizia Moratti (ex...

L’ombra del Colle e i dolori di Enrico Letta

Dopo l’entusiasmo per l’esito delle recenti elezioni amministrative (la conquista di Roma, Milano, Napoli, Torino, eccetera), Enrico Letta ha più problemi che strada in discesa davanti a sé. Il Pd è fermo infatti dietro la scia del governo Draghi, che finisce per essere la sua sola identità. Non mostra, inoltre, iniziative particolari per l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, non morde il freno per cambiare la legge elettorale, vorrebbe che l’esecutivo procedesse fino al termine della legislatura e semmai pure oltre il 2023.

Letta deve poi tenere a bada gruppi parlamentari che furono scelti da Matteo Renzi nella sua composizione, e convincere il Pd che il rapporto con i 5 Stelle è più proficuo di quello con Italia viva o Azione di Carlo Calenda, che tra l’altro si detestano tra loro, pur invocando un’alleanza con i “riformisti” e non con i “populisti”. Ultimo caso da sbrogliare: le elezioni del prossimo 16 gennaio nel collegio Roma 1, che sono quelle suppletive per il posto da deputato lasciato libero da Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma (in questa zona della capitale si voterà per la terza volta dal 2018, inizio legislatura, a causa dell’elezione e poi delle dimissioni di Paolo Gentiloni, diventato commissario europeo, sostituito in seguito da Gualtieri, a sua volta decaduto dopo l’elezione a sindaco).

La sinistra del futuro e il comunismo come orizzonte

Si è svolto a Rimini, il 27 e 28 novembre scorsi, un incontro seminariale per ricordare Lucio Magri, tra i fondatori del gruppo del...