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Home » Editoriale » L’ombra del Colle e i dolori di Enrico Letta

L’ombra del Colle e i dolori di Enrico Letta

8 Dicembre 2021 Aldo Garzia  1667

Dopo l’entusiasmo per l’esito delle recenti elezioni amministrative (la conquista di Roma, Milano, Napoli, Torino, eccetera), Enrico Letta ha più problemi che strada in discesa davanti a sé. Il Pd è fermo infatti dietro la scia del governo Draghi, che finisce per essere la sua sola identità. Non mostra, inoltre, iniziative particolari per l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, non morde il freno per cambiare la legge elettorale, vorrebbe che l’esecutivo procedesse fino al termine della legislatura e semmai pure oltre il 2023.

Letta deve poi tenere a bada gruppi parlamentari che furono scelti da Matteo Renzi nella sua composizione, e convincere il Pd che il rapporto con i 5 Stelle è più proficuo di quello con Italia viva o Azione di Carlo Calenda, che tra l’altro si detestano tra loro, pur invocando un’alleanza con i “riformisti” e non con i “populisti”. Ultimo caso da sbrogliare: le elezioni del prossimo 16 gennaio nel collegio Roma 1, che sono quelle suppletive per il posto da deputato lasciato libero da Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma (in questa zona della capitale si voterà per la terza volta dal 2018, inizio legislatura, a causa dell’elezione e poi delle dimissioni di Paolo Gentiloni, diventato commissario europeo, sostituito in seguito da Gualtieri, a sua volta decaduto dopo l’elezione a sindaco).

Letta aveva avuto l’idea di candidare unitariamente per il centrosinistra Giuseppe Conte, leader dei 5 Stelle. Ma il segretario del Pd non aveva fatto bene i conti. Dopo che Calenda aveva minacciato di correre anche lui per quel seggio – nonostante sia deputato europeo eletto nelle liste piddine e abbia rinunciato al seggio nel consiglio comunale di Roma dove la sua lista ha preso più voti di quella del Pd –, è arrivato il passo indietro dello stesso Conte. Lui ha dichiarato, infatti, che vuole entrare in parlamento alle prossime elezioni politiche dalla porta principale. La verità è che nello scontro eventuale con Calenda poteva uscire sconfitto e dimezzato come figura di prestigio del nuovo centrosinistra che piace a Letta. Ora quest’ultimo deve decidere chi candidare nel Collegio Roma 1 (Gianni Cuperlo, per esempio, non sarebbe male).

L’idea di candidare Conte, intanto, non piaceva neppure a Renzi, che aveva scritto sul suo blog: “Se nel collegio Roma 1 il Pd mette in campo una candidatura riformista, noi ci siamo. Se il Pd candida Conte, la candidatura riformista noi la troveremo in ogni caso ma non sarà Conte. Perché il Pd può fare quello che crede, ma regalare il seggio sicuro (a quel punto forse non più sicuro?) al premier del sovranismo, all’uomo che ha firmato i decreti Salvini, all’avvocato che non vedeva differenza tra giustizialismo e garantismo significherebbe subalternità totale”. Un niet dall’alto sapore polemico.

Quindi grande grana per Letta, che ha avuto l’avvisaglia di quanto può accadere se il Pd confermasse l’asse preferenziale con i 5 Stelle in vista di una nuova coalizione di centrosinistra. Secondo i sondaggi, i grillini possono contare sulla carta ancora sul 15% dei consensi, mentre Calenda-Renzi-Bonino, più l’incognita centrista e neodemocristiana di Clemente Mastella & company, difficilmente vengono dati oltre il 10%. Prima o poi Letta dovrà decidere chi privilegiare una volta per tutte, mentre il suo partito nei sondaggi – che valgono quello che valgono – è tornato primo superando il 20% dei consensi potenziali. La complicazione è che uno schieramento è alternativo all’altro: Conte e Calenda-Renzi-Mastella non possono convivere nella medesima alleanza. Fanno ovviamente il tifo per la prima soluzione Sinistra italiana e Articolo uno, che entrerebbero di corsa in un’alleanza se ci fosse un baricentro Pd-5 Stelle.

Una prima verifica per le intenzioni di Letta si avrà con l’elezione del presidente della Repubblica. O si elegge Mario Draghi con voto pressoché unanime o un candidato che deve avere una larga maggioranza con il concorso dei renziani o grillini come asse decisivo. Marta Cartabia (attuale ministro della Giustizia) o Pier Ferdinando Casini (ex segretario di Arnaldo Forlani, democristiano doc, eletto alla Camera dal Pd nel 2018 in un collegio di Bologna)? Se la ragion di Stato farà fare un passo indietro a Draghi, Casini ha molte frecce al suo arco.

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Tags5 stelle Aldo Garzia Carlo Calenda elezioni suppletive Enrico Letta Giuseppe Conte partito democratico Pier Ferdinando Casini Roma

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