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Il problema è il Pd

Non si chiedeva molto al Partito democratico e al suo gruppo dirigente postdemocristiano. Non di rinverdire i fasti progettuali dei convegni di San Pellegrino degli anni Sessanta; non certo di avere un quadro chiaro intorno alla dinamica delle classi sociali in Italia; e neppure di avviare un’analisi sul perché – da quando c’è – il Pd perde regolarmente le elezioni o non le vince come dovrebbe (è il caso della segreteria Bersani e della sua coalizione, spostata appena leggermente a sinistra, nel 2013). Si desiderava soltanto che, sulla base di una qualche capacità manovriera (appresa da uno come Letta, magari, fin dagli anni giovanili nell’Azione cattolica), ponessero il Paese al riparo dall’onda nera che faceva seguito (e i segnali c’erano tutti, provenienti dai sondaggi così come dall’agitazione reazionaria e bottegaia nel momento più buio della pandemia) all’onda gialla del 2018, che aveva visto un agglomerato qualunquistico, come i 5 Stelle, arrivare a sfiorare il 33% dei voti. Capacità manovriera significherebbe, poi, abilità politico-tattica nel proporre una coalizione di governo dotata di un programma credibile.

Nulla di tutto questo. Il Pd di Letta e Franceschini si è sdraiato sul governo Draghi, nato da un’operazione di palazzo propiziata dal loro stesso ex segretario Renzi, dimenticando che prima c’era stato un governo Conte 2 che non si sarebbe voluto far cadere, e intorno a cui si era andato costruendo un rapporto privilegiato con un Movimento 5 Stelle in via di trasformazione in qualcosa di diverso dallo scomposto agglomerato qualunquistico iniziale. Non un partito di sinistra, certo no – ma una formazione politica che, sia pure perdendo pezzi, confermava il suo radicamento nel Paese, soprattutto in quelle trascurate regioni del Mezzogiorno, delle quali i cacicchi del Pd (vedi De Luca in Campania), con il loro collaudato sistema di potere, stentavano ormai a reggere lo storico malessere.

Impressioni elettorali a caldo

Previsioni della vigilia rispettate. Il cartello delle destre vince le elezioni trainato dal partito di Giorgia Meloni che arriva intorno al 25%. Si apre una fase apparentemente scontata – quella del conferimento dell'incarico da parte di Mattarella alla leader di Fratelli d'Italia –, ma il governo di destra-centro che nascerà avrà al suo interno la grossa incognita della sorte di Salvini, che crolla all'8-9%: la Lega lo farà fuori? Berlusconi salva la pellaccia ottenendo un risultato molto vicino a quello leghista. Si conferma un'analisi che vuole Meloni come l'erede del berlusconismo, oltre che del fascismo, e che vede la sua formazione come espressione emergente, ormai, del blocco borghese del Nord, pronto a orientarsi opportunisticamente verso una destra vandeana, guidata da una romana di estrazione popolare.

Per quanto riguarda la "non destra", il Pd, come previsto, non supera il 20%: e si porrà di fatto la questione della segreteria Letta, che ha condotto una inesistente campagna elettorale, oltre ad avere sbagliato il modo di presentarsi alle elezioni. Un fallimento su tutta la linea. Che ha fatto, in gran parte, le fortune di Conte e dei suoi che rimontano, come previsto, fino al 17% circa. Al palo – ma sopra lo sbarramento – resta la lista unitaria tra i verdi e la sinistra di Fratoianni.

Letta e Meloni: i commenti sulla cravatta triste e il vestito...

Il confronto faccia a faccia fra Letta e Meloni non è stato granché. Ognuno ha puntato a mischiare le carte, cercando di smussare i propri angoli e mostrando, invece, le proprie flessibilità. Il fatto di essere uno a fianco all’altra, potendo contestare direttamente le rispettive tesi, non ha dato alcun brio: ognuno se n’è andato per i propri vicoli.

Più significativi sono stati i commenti all’evento. Il padrone di casa, innanzitutto, cioè il “Corriere della sera”. Il giornalone milanese si sta palesemente riposizionando. Il direttore Fontana, nel gestire il faccia a faccia, è stato assolutamente impeccabile, cronometro alla mano. Il suo giornale, il giorno seguente, ha sancito la nuova gerarchia: Meloni una leader da scoprire, Letta un déjà vu senza sugo, con una cravatta triste. Svanite le apprensioni sulla collocazione internazionale, sminuite le ansie anti-europee, tutta l’attenzione si sposta sul caratterino della signora e sul suo vestito verde. Per Letta solo uno scoraggiante “non ha vinto né perso”. Si intravede un “mielismo” di ritorno, una riedizione di quel cerchiobottismo, di quel barcamenarsi nei confronti del potere di turno, come si diceva una volta, in cui l’ex direttore del “Corrierone”, e attuale eminenza grigia dell’editore Cairo, è stato un campione. Stupisce la rassegnata subalternità dei comunicatori del centrosinistra, che si avviano a questi dibattiti come capri al macello, addirittura ringraziando i carnefici.

Un voto né utile né dilettevole?

È stata la settimana del voto utile. L’arma totale, che il segretario del Pd aveva in serbo per la sua campagna elettorale, è infine stata attivata. Se la destra prende il 70 % dei consensi – ammonisce Letta – potrà cambiare a sua immagine la Costituzione. Dobbiamo fare muro, solo un voto al Pd nei collegi uninominali ridurrebbe l’affermazione della Meloni.

Non sembra che la mossa abbia prodotto un risultato. I commenti degli opinionisti, sia dei quotidiani sia dei talk show, sono stati generalmente molto scettici, se non proprio critici. Il “Corriere”, pur esibendo una sua diffidenza per l’annunciata affermazione del centrodestra, ha stigmatizzato la strategia dei democratici. Folli e Polito hanno insistito sulla contraddittorietà del ritornello di Letta, dopo le ultime capriole con Conte, Calenda e infine Fratoianni. “Repubblica” tiene il gioco per ragion di Stato, ma cerca di spostare il baricentro della polemica sui contenuti economici, usando Cottarelli come fustigatore della flat tax. I sondaggi registrano puntualmente questa dinamica, dando il Pd in logoramento, addirittura sotto la fatidica soglia del 20%, mentre Conte e Calenda sembrano relativamente in ripresa, pur rimanendo comunque sotto i rispettivi tetti annunciati.

Il “mistero” di un Pd votato alla sconfitta

È arcinoto, e su “terzogiornale” ci siamo ritornati più volte, che il Pd ha scelto di “passare” in queste elezioni (come nel gioco delle carte) e di dare partita vinta all’avversario, intenzionato soltanto a misurare l’entità della sconfitta che si profila, soprattutto mediante il giochino del “chi arriva primo” tra Letta e Meloni: risultato del tutto ininfluente ai fini della costruzione di una maggioranza parlamentare, ma che comunque – nel caso di un successo peraltro sempre più improbabile – potrebbe salvare il gruppo dirigente piddino, quando si tratterà di una resa dei conti intorno a una linea politica che, già da ora, appare fallimentare. Si poteva, infatti, perdonare l’avventurismo grillino che, timoroso di perdere ulteriormente voti, ha minato il fulgido percorso del governo Draghi, e proseguire nell’alleanza con i 5 Stelle. Oppure si poteva cercare di mettere insieme una coalizione centrista, con un programma di governo draghiano, e allora bisognava trattare, insieme, con i due improvvisatori Renzi e Calenda. Scartata senza troppe spiegazioni la prima ipotesi e mai risolutamente praticata la seconda (avendo per giunta subìto il rapido voltafaccia di Calenda), la segreteria di Letta vacilla.

Tutto ciò è chiaro. Quello che è più difficile da comprendere è il totale silenzio all’interno del Pd. Lasciamo stare i 5 Stelle, con le loro complicate procedure di consultazione, ancora in parte viziate dall’originario morbo “antipolitico” – ma il Pd? Questo partito ultra-composito, formato da una quantità di componenti e potentati, come mai si è mostrato così passivamente compatto nell’accettare la perdente tattica elettorale del suo segretario? Rispondere a questa domanda sarebbe un’impresa non da poco per dei sociologi della politica, o forse per degli psicologi della politica. Come mai un partito, che si vuole democratico e di centrosinistra, offre così palesemente il fianco alla concreta possibilità di orbanizzazione del Paese?

Elezioni, la parola a numeri e sondaggi

Il 18 febbraio del 2021, all’insediamento del governo presieduto da Mario Draghi, la supermedia dei sondaggi politici, apprezzato strumento (firmato YouTrend per Agi) di...

Ci salverà Casini?

Enrico Letta ha giustificato la scelta della ennesima presentazione alle elezioni di Pier Ferdinando Casini, nel collegio blindato di Bologna, con l’argomento che l’ex presidente della Camera avrebbe le qualità per difendere la Costituzione dai probabili (veramente lui ha detto “possibili”) tentativi di un suo sconvolgimento da parte delle destre nel prossimo parlamento. Peccato che sia la persona meno indicata allo scopo. Casini, infatti, prese parte alla riforma costituzionale voluta da Berlusconi e dai suoi tirapiedi, dando indicazione per il “sì”, con l’Unione di centro, al referendum del 2006, in cui prevalse invece il “no”. Evidentemente scontento – dopo mille giravolte, diventato un supporter di Renzi – lo troviamo nel 2016 schierato a favore della pasticciata, ancor più della precedente, riforma voluta dal genietto politico di Rignano sull’Arno. Entrambe prevedevano un “premierato forte”, cioè l’elezione diretta del capo del governo.

Sarebbe questa la linea di compromesso decisa da Letta, nel caso dovesse andare avanti la proposta meloniana sul presidenzialismo? Ripiegare sulla elezione diretta del premier per non doversi beccare quella del presidente della Repubblica? Il segretario del Partito democratico dovrebbe essere chiaro in proposito, e dovrebbe assumere degli impegni prima delle elezioni. Il Pd è per il “premierato forte” come male minore? O una soluzione del genere a Letta piacerebbe proprio, magari con l’introduzione di una legge elettorale a doppio turno? E questa, eventualmente, come dovrebbe essere? Sarebbe un doppio turno riguardante solo l’elezione del premier, o un doppio turno nei collegi, ossia anche per l’elezione dei parlamentari?

Presidenzialismo amore mio!

Il presidenzialismo è la passione, o per meglio dire l’ossessione, della destra italiana. Da sempre. Se Mussolini non fosse stato fucilato, dopo qualche anno...
Costituzione

Le (impossibili) dimissioni di Enrico Letta. Un appello

In questi giorni sta succedendo l’inverosimile – ma sappiamo bene quale sia l’origine dell’enorme pasticcio che ne è venuto fuori. Esso non è che la conseguenza di un’unica scelta sbagliata iniziale, quella di avere lasciato cadere, da parte del Pd, il rapporto preferenziale, faticosamente costruito negli anni, con il Movimento 5 Stelle. Ora non è più il momento delle balle (di cui sono specialisti i due comici della commedia all’italiana, Carlo Calenda e Matteo Renzi). Con il modo di presentazione alle elezioni in cui il Pd si sta cacciando – pur con il positivo apporto di Europa verde e Sinistra italiana, e, a quanto pare, di +Europa – il rischio non è quello di una semplice vittoria del cartello delle destre ma di una débâcle di proporzioni immani, in cui persino la Costituzione sarebbe a rischio (si ricordi che, con una maggioranza dei due terzi dei parlamentari, è possibile cambiarla senza passare per un referendum). È rimasta solo una settimana per ricucire con i 5 Stelle di Conte e arrivare a un patto elettorale.

Il responsabile principale di quanto accaduto è Enrico Letta. È anzitutto lui, in quanto segretario, che si è fatto abbindolare nel tira e molla con Calenda, e perciò dovrebbe farsi da parte. Non si tratterebbe di vere e proprie dimissioni – perché un partito non potrebbe affrontare le elezioni con un segretario dimissionario –, ma occorrerebbe, da parte di Letta, il riconoscimento di essersi infilato nell’impasse, lasciando ai suoi due vice, Giuseppe Provenzano e Irene Tinagli, il difficile compito di trattare con Conte e i suoi.

Allodola

L’allodola e lo struzzo: Calenda indica alla sinistra come si costruisce...

Rimane grande la confusione sotto al cielo del centrosinistra, e – a differenza di quanto era portato a credere il presidente Mao – la situazione non appare per nulla eccellente. Non era difficile immaginare che l’intesa fra Letta e Calenda, per il modo in cui è maturata e i contenuti che l’hanno caratterizzata, suscitasse un vespaio di polemiche e rivalse. Si tratterebbe di un pasticcio fra un cavallo e un’allodola – dice qualcuno –, in cui però il gusto dominante, incredibilmente, sarebbe quello dell’esile pennuto.

In realtà, la dinamica e gli effetti di quell’intesa, che assegnano ad Azione (con +Europa) il 30% dei seggi dell’intero centrosinistra, ci dice che l’allodola è stata pesata almeno come uno struzzo. E non a caso. In poco più di un anno, il parlamentare europeo eletto nelle liste del Pd – e poi uscito dal partito sbattendo la porta, dopo le intese con i grillini – ha messo in campo un concentrato di opportunismo politico, acrobazia tattica e lucido marketing, che gli ha permesso di bruciare tutti i cantieri aperti di partiti in costruzione, arrivando rapidamente a mettere il tetto al suo edificio politico. Al netto di considerazioni di merito, sarebbe utile capire come questo percorso sia stato possibile, nonostante in questi ultimi trent’anni (diciamo dal disfacimento del Pci) la corsa a costruire partiti sia stata più affollata della maratona di New York.