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Home » Editoriale » Le (impossibili) dimissioni di Enrico Letta. Un appello

Le (impossibili) dimissioni di Enrico Letta. Un appello

8 Agosto 2022 Rino Genovese  3255

Costituzione

In questi giorni sta succedendo l’inverosimile – ma sappiamo bene quale sia l’origine dell’enorme pasticcio che ne è venuto fuori. Esso non è che la conseguenza di un’unica scelta sbagliata iniziale, quella di avere lasciato cadere, da parte del Pd, il rapporto preferenziale, faticosamente costruito negli anni, con il Movimento 5 Stelle. Ora non è più il momento delle balle (di cui sono specialisti i due comici della commedia all’italiana, Carlo Calenda e Matteo Renzi). Con il modo di presentazione alle elezioni in cui il Pd si sta cacciando – pur con il positivo apporto di Europa verde e Sinistra italiana, e, a quanto pare, di +Europa – il rischio non è quello di una semplice vittoria del cartello delle destre ma di una débâcle di proporzioni immani, in cui persino la Costituzione sarebbe a rischio (si ricordi che, con una maggioranza dei due terzi dei parlamentari, è possibile cambiarla senza passare per un referendum). È rimasta solo una settimana per ricucire con i 5 Stelle di Conte e arrivare a un patto elettorale.

Il responsabile principale di quanto accaduto è Enrico Letta. È anzitutto lui, in quanto segretario, che si è fatto abbindolare nel tira e molla con Calenda, e perciò dovrebbe farsi da parte. Non si tratterebbe di vere e proprie dimissioni – perché un partito non potrebbe affrontare le elezioni con un segretario dimissionario –, ma occorrerebbe, da parte di Letta, il riconoscimento di essersi infilato nell’impasse, lasciando ai suoi due vice, Giuseppe Provenzano e Irene Tinagli, il difficile compito di trattare con Conte e i suoi.

I nostri lettori, pur magari in vacanza, devono comprendere che il momento è grave. Dovrebbero farsi sentire in tutti i modi possibili, premendo sul Pd e sui 5 Stelle affinché arrivino a un accordo in extremis. Purtroppo questa campagna elettorale estiva – una cosa finora mai vista nella storia della Repubblica – presentava già in partenza il rischio di un’assenza di quella che si è soliti chiamare la “cittadinanza attiva”. Il movimento grillino, pur con i suoi indubbi connotati qualunquistici, aveva saputo però mettere in campo una rete di comunicazione sociale senza precedenti. È il momento che questa ritorni a farsi sentire. Lo stesso dicasi per la base del Pd. È in gioco la qualità della nostra democrazia.

Postscriptum – Alcuni amici hanno espresso l’opinione che si potrebbe ricorrere, se non altro, a un meccanismo di desistenza: in taluni collegi in bilico, i 5 Stelle non dovrebbero presentarsi e così, viceversa, il Partito democratico in certi altri (si consideri che, in Sardegna per esempio, nonostante il 10% dei voti complessivi di cui sono accreditati, i 5 Stelle hanno ancora delle riserve di voti tali da potere essere competitivi, da soli, in un paio di collegi). Questa soluzione, tuttavia, non è percorribile per via della legge elettorale vigente, che non vieta espressamente la desistenza, ma di fatto la impedisce. A causa della mancanza della possibilità del voto disgiunto, infatti, l’elettore sceglie la lista e, contemporaneamente, il candidato nell’uninominale, il cui nome è impresso sulla scheda: in questo modo, non presentarsi da qualche parte per un partito significa molto semplicemente prendere zero voti in quel collegio nel proporzionale, voti persi che si ripercuoterebbero sul risultato finale del partito stesso. Per un Pd la cui speranza – magra consolazione – sarebbe quella di arrivare in testa superando, sia pure di poco, Fratelli d’Italia, questa strada non è percorribile. E allo stesso modo neppure potrebbe andare bene ai 5 Stelle, che stanno tentando una rimonta. L’unica soluzione è dunque quella di un patto elettorale, anche solo tecnico, tra il Pd e i 5 Stelle. Ma il tempo sta per scadere.

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TagsCarlo Calenda Enrico Letta Giuseppe Provenzano Irene Tinagli M5S matteo renzi Pd Rino Genovese

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