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Costituzione

Le (impossibili) dimissioni di Enrico Letta. Un appello

In questi giorni sta succedendo l’inverosimile – ma sappiamo bene quale sia l’origine dell’enorme pasticcio che ne è venuto fuori. Esso non è che la conseguenza di un’unica scelta sbagliata iniziale, quella di avere lasciato cadere, da parte del Pd, il rapporto preferenziale, faticosamente costruito negli anni, con il Movimento 5 Stelle. Ora non è più il momento delle balle (di cui sono specialisti i due comici della commedia all’italiana, Carlo Calenda e Matteo Renzi). Con il modo di presentazione alle elezioni in cui il Pd si sta cacciando – pur con il positivo apporto di Europa verde e Sinistra italiana, e, a quanto pare, di +Europa – il rischio non è quello di una semplice vittoria del cartello delle destre ma di una débâcle di proporzioni immani, in cui persino la Costituzione sarebbe a rischio (si ricordi che, con una maggioranza dei due terzi dei parlamentari, è possibile cambiarla senza passare per un referendum). È rimasta solo una settimana per ricucire con i 5 Stelle di Conte e arrivare a un patto elettorale.

Il responsabile principale di quanto accaduto è Enrico Letta. È anzitutto lui, in quanto segretario, che si è fatto abbindolare nel tira e molla con Calenda, e perciò dovrebbe farsi da parte. Non si tratterebbe di vere e proprie dimissioni – perché un partito non potrebbe affrontare le elezioni con un segretario dimissionario –, ma occorrerebbe, da parte di Letta, il riconoscimento di essersi infilato nell’impasse, lasciando ai suoi due vice, Giuseppe Provenzano e Irene Tinagli, il difficile compito di trattare con Conte e i suoi.

Allodola

L’allodola e lo struzzo: Calenda indica alla sinistra come si costruisce...

Rimane grande la confusione sotto al cielo del centrosinistra, e – a differenza di quanto era portato a credere il presidente Mao – la situazione non appare per nulla eccellente. Non era difficile immaginare che l’intesa fra Letta e Calenda, per il modo in cui è maturata e i contenuti che l’hanno caratterizzata, suscitasse un vespaio di polemiche e rivalse. Si tratterebbe di un pasticcio fra un cavallo e un’allodola – dice qualcuno –, in cui però il gusto dominante, incredibilmente, sarebbe quello dell’esile pennuto.

In realtà, la dinamica e gli effetti di quell’intesa, che assegnano ad Azione (con +Europa) il 30% dei seggi dell’intero centrosinistra, ci dice che l’allodola è stata pesata almeno come uno struzzo. E non a caso. In poco più di un anno, il parlamentare europeo eletto nelle liste del Pd – e poi uscito dal partito sbattendo la porta, dopo le intese con i grillini – ha messo in campo un concentrato di opportunismo politico, acrobazia tattica e lucido marketing, che gli ha permesso di bruciare tutti i cantieri aperti di partiti in costruzione, arrivando rapidamente a mettere il tetto al suo edificio politico. Al netto di considerazioni di merito, sarebbe utile capire come questo percorso sia stato possibile, nonostante in questi ultimi trent’anni (diciamo dal disfacimento del Pci) la corsa a costruire partiti sia stata più affollata della maratona di New York.

Ritratto di Carlo Calenda

(Questo articolo è stato pubblicato l'11 ottobre 2021) Nel rispondere in tv in maniera peraltro triviale a Jasmine Cristallo (ma la nostra Sardina ha saputo...
Rewerse Flow

Un partito del “reverse flow” per battere la destra?

Reverse flow: sembra questa la formula destinata a caratterizzare il prossimo dibattito post-elettorale e soprattutto a identificare la nuova natura del sistema produttivo nazionale rispetto all’evoluzione europea. Reverse flow, o “flusso inverso”, è il termine con il quale si identifica il processo che rovescia il condotto degli oleodotti. Come spiega in una recente intervista su “Repubblica” Michael Stoppard, vicepresidente di S&P, l’agenzia di analisi delle strategie degli approvvigionamenti energetici globali, “al momento le pipeline sono state concepite per trasportare gas e petrolio da nord a sud e da est a ovest, ma possono essere riprogrammate e invertire il ciclo”.

Questa opportunità renderebbe plausibile la strategia che era stata definita dal governo Draghi: costruire un’intelaiatura di alleanze e forniture capace di rendere il nostro Paese il nuovo hub di raccolta e smistamento dei flussi energetici dall’Italia verso i Paesi nordeuropei, emancipando l’intero continente dalla dipendenza dalla Russia. Una strategia dagli evidenti risvolti geopolitici che – fa intendere Stoppard – potrebbe non essere estranea alla decisione di far cadere l’esecutivo di Draghi, presa proprio dalle forze più vicine al Cremlino.

“Uber files”, quell’attività di lobbying in Europa

Il copione è quello ormai consueto: fuoriuscita di documenti da un data base, rivelazioni di nomi e relazioni compromettenti, autocritica dei responsabili, bonifica dei...

Il moderatismo italiano e i suoi destini

Un principio fatale regge i destini del moderatismo italiano, e lo si può esprimere così: “Per quanti sforzi facciate per collocarvi al centro dello schieramento politico, ci sarà sempre un altro che si posizionerà più al centro di voi”. È una sorta di centrismo sempiterno, quello scaturito dalla fine dell’unico partito che abbia coperto tutte le sfumature del centro per oltre quarant’anni: la Democrazia cristiana. Dopo di questa, c’è stata una diuturna corsa al centro da parte di partiti, partitini, o semplici frammenti. L’ultimo in ordine di apparizione ha preso il nome di “Insieme per il futuro”: e i malevoli già pensano che il “futuro” consisterebbe nel conservare almeno un posto di ministro in un prossimo governo, qualunque sia la maggioranza di cui quello sarà espressione (del resto, l’attuale responsabile degli Esteri ha già dimostrato, nella legislatura in corso, capacità indubbie al riguardo). Di Maio si posiziona un po’ più al centro rispetto a Conte – che pure è al centro, ma con qualche lieve inclinazione a sinistra. E nei confronti del povero Letta? Ancora più al centro, naturalmente.

C’è una difficoltà, però. Pare che sia in cantiere un’altra iniziativa, più centrista di tutti i centrismi possibili, che dovrebbe aggregare anche Renzi, e forse perfino l’amico-nemico Calenda (che di centro tuttavia non si autodefinisce), intorno al sindaco di Milano Sala, sponsor un imprenditore e deputato dallo specchiato curriculum centrista – Forza Italia-Scelta civica-Pd-Italia viva –, uno del varesotto che ci metterebbe i soldi. Si tratterebbe di una “cosa” più draghiana di quanto siano draghiani tutti gli altri. Che farà a quel punto il draghianissimo Di Maio? Sarà o no della partita?

Il chiacchiericcio sulle armi e il vincolo della deterrenza

Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

Renzi, il centrismo e la vecchia “palude” parlamentare

Affinché un fenomeno abbia le caratteristiche di una “formula politica” (utilizzando la tecnica verbale degli “ismi”, quindi, ma senza banalizzarla oltremisura), occorre che presenti qualche tratto di originalità. Se si parla di “berlusconismo”, poniamo, è perché il passaggio diretto di un’azienda dei mass media nell’agone politico era qualcosa che non si era mai visto prima, pur essendo senza dubbio in germe, per via della crescente spettacolarizzazione, nel sistema della democrazia liberale, mostrandone peraltro tutti i limiti. Che consistono in una marcata commistione di sfere le quali, in astratto, sarebbero distinte: cosicché il potere dei media, con la capacità d’influenza di cui dispone, può scavalcare la soglia dalla politica propriamente detta e occuparne l’ambito, senza troppi problemi, in assenza di leggi specifiche.

Nulla di simile nel caso di Renzi e dei suoi. L’inchiesta intorno alla Fondazione Open sta palesando per via giudiziaria ciò che, da un punto di vista per così dire sociologico, è noto da tempo. Un gruppo di affari e di potere inizialmente locale, grazie ai mezzi materiali raccolti con una specie di colletta, si proietta sulla scena politica nazionale facendo il grande salto. Il suo capo assurge infatti, in poco tempo, alla carica di presidente del Consiglio. Ora, nell’Italia del notabilato liberale del passato postrisorgimentale, come pure nelle clientele democristiane della storia più recente, c’era sempre, o quasi sempre, un politico che si costruiva anzitutto un “feudo” per lanciare da là la propria scalata nazionale. Si pensi, per fare un esempio, al potere napoletano dei Gava, e del capostipite Silvio, che, nonostante fosse di origine veneta, aveva mosso i primi passi da Castellammare di Stabia.

La Fondazione Open e la guerra di Renzi

Un déjà-vu. Matteo Renzi va alla guerra contro i magistrati, e in un attimo sembra di tornare indietro di qualche anno. La procura di...

Desiderio centrista e legge elettorale

I panni sporchi si lavano, eccome. In pubblico, però. E così nel centrodestra non si fa mistero della delusione, per non dire incazzatura, di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia per la gestione Salvini delle trattative quirinalizie, concluse con la rielezione di Sergio Mattarella al Colle. Dovranno ricucire i rapporti, i due. Lega e Fratelli d’Italia, la destra sovranista e populista italiana, non possono separarsi.

È vero, nel Carroccio c’è un sottile mal di pancia politico, una differenziazione di prospettive tra l’ala movimentista di Matteo Salvini e i governisti draghiani del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Friuli e del Veneto, Fedriga e Zaia. Le divergenze sono così profonde da potere condurre alla scissione? In trent’anni di vita, la Lega non è mai arrivata al punto di non ritorno. Vediamo quello che accadrà nelle prossime settimane. E c’è poi ciò che rimane del grande “sogno” berlusconiano, Forza Italia. Che ha rotto l’unità interna della coalizione, dichiarando di voler giocare autonomamente la partita Quirinale, proprio in dirittura d’arrivo. Lo stesso Silvio Berlusconi vorrebbe ritrovarsi in una casa centrista, anche se è consapevole che, per arrivarci, deve attraversare le forche caudine della riforma elettorale.