Tra Renzi e Calenda, quale dei due le destre dovrebbero ringraziare con maggiore abbondanza di salamelecchi? Ce lo si chiede, in questa vigilia elettorale che vede il cartello formato da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, nettamente favorito. Chi le ha avvantaggiate di più? Fermo restando che il mancato contrasto alle destre viene principalmente dalla funzione del Pd, il partito-sistema che non sa vedere i mutamenti e le radicalizzazioni della realtà sociale italiana, attenendosi a un moderatismo privo di spessore, in cui le spruzzate di sinistra nelle sue candidature non possono cancellare la strutturale insufficienza del “partito sbagliato” (come lo ha definito Antonio Floridia), una risposta alla domanda potrebbe essere: in egual misura entrambi, visto che si presentano insieme alle elezioni. Ma gli antefatti contano almeno quanto i fatti: e se è vero che, con il fuggire subito dopo avere sottoscritto un accordo con il Pd, Calenda ha dato il colpo di grazia finale in un certo numero di collegi uninominali ancora contendibili, è anche vero che l’avanzata delle destre viene da più lontano (e nemmeno sarebbe giusto imputarla soltanto a Draghi e al suo governo, che indubbiamente le ha avvantaggiate, se non altro in virtù della doppia veste con cui esse hanno potuto presentarsi: al governo e al tempo stesso fuori dal governo, con una componente che si è configurata come l’unica opposizione di qualche consistenza in parlamento).

È Renzi, senz’altro, il genietto malefico che da segretario del Pd diede il “la”, nel 2018, alla risalita delle destre, messe in difficoltà dal qualunquismo grillino, che aveva drenato una grossa parte di voti. Come? Con la trovata di evitare qualsiasi accordo con i grillini, rendendo così possibile il primo governo Conte, quello gialloverde, molto spostato a destra, soprattutto per l’ossessiva propaganda anti-immigrati di Salvini. Un anno dopo, doppia giravolta di Renzi: per evitare le elezioni anticipate, governo con i 5 Stelle (il Conte 2) e al tempo stesso scissione dal Pd, con la costituzione dello pseudo-partito di “Italia viva” che, per quanto inesistente, lo rende tuttavia ago della bilancia al Senato (anche grazie all’appoggio del senatore Nencini del Psi postcraxiano, debitore a Renzi di una candidatura sicura alle elezioni precedenti, che gli permette di costituire un gruppo autonomo).

Non finisce qui. Renzi, come sappiamo, si fa promotore della caduta del Conte 2 – dopo che questo aveva portato a casa un decisivo cambiamento da parte dell’Europa, nel contrasto alla crisi post-pandemica, con la messa sul piatto di bel po’ di denaro –, e quindi del governo tecnocratico di “larghe intese” di Mario Draghi, con le destre nella maggioranza e insieme all’opposizione, come si diceva. E appare oggi piuttosto umoristico che la cosiddetta “agenda Draghi”, quella che ha finito col dare una spinta all’avanzata di Meloni e soci, sia considerata il non plus ultra dal Pd di Letta.

Veniamo a Calenda. Quando si dice “commedia all’italiana” è a lui che si pensa, in primo luogo. Non solo perché è il nipote di Luigi Comencini, uno dei maestri del genere, ma soprattutto per le pose pseudo-morali che assume – una politica intesa come “competenza” e “coerenza” (sempre contrario, il nostro, a qualsiasi accordo con i 5 Stelle) –, che però si traducono in una postura marcatamente ondivaga: appena di qua per essere subito di là. L’ultimissima mossa sembra che sia consistita nella costruzione delle candidature: chi le ha esaminate dice che fanno schifo, e che, attraverso di esse, potrebbe profilarsi nel prossimo parlamento uno scilipotismo di ampia portata. Del resto Calenda non ha già dimostrato di pescare a destra il più possibile? Cosa sono, se non questo, le candidature di Gelmini e Carfagna, due berlusconiane doc?

Dunque abbiamo, nella parte più centrale di uno schieramento politico complessivo già spaventosamente sbilanciato al centro, due improvvisatori, due comici che, se arriveranno a superare lo sbarramento del 3%, com’è del tutto possibile, riproporranno in parlamento le circonvoluzioni e i numeri del loro repertorio. Se non si fossero riuniti, nessuno dei due sarebbe riuscito a spuntarla: e perciò è pressoché certo, già da ora, che si separeranno dopo le elezioni, dando così ulteriore prova del loro opportunismo.