Settimana nera per Olaf Scholz, quella che si è conclusa domenica scorsa. Prima tegola sul capo del cancelliere le conseguenze dell’interminabile vicenda della turbina che deve alimentare il gasdotto Nord Stream 1. Del planetario girovagare della turbina da riparare, in barba alle sanzioni, abbiamo già parlato (vedi qui). Riassumiamo i tratti principali della faccenda: la gigantesca turbina Siemens guasta è stata inviata in Canada per riparazioni, bloccata là dalle sanzioni, poi sbloccata dalla Unione europea in virtù del continuo impetrare di Scholz, e finalmente tornata in Russia. Dove però le riparazioni sono state giudicate inadeguate, insufficienti a una completa riapertura del gasdotto, che quindi “per motivi tecnici” ha funzionato nell’ultimo mese a singhiozzo – attualmente al 20% della capacità –, creando non pochi problemi all’economia tedesca.

Del pasticcio sul gasdotto ha approfittato l’ex cancelliere Schröder, da tempo in stretto contatto politico e di affari con Putin, per rilanciare l’ipotesi dell’apertura dell’altro gasdotto, il Nord Stream 2, pronto per essere inaugurato subito prima dell’inizio della guerra, che giace completamente inutilizzato. Schröder non è il solo ad avere riproposto la riapertura del Nord Stream 2, l’idea, come abbiamo già ricordato, è circolata parecchio negli ambienti dei Putinversteher (quelli che hanno comprensione per Putin), e in particolare se n’è fatto portavoce Klaus Ernst, presidente del Comitato per l’energia e il clima del Bundestag, in quota alla Linke.

Molti malumori circondano il destino di questa opera gigantesca, costata miliardi che, allo stato attuale delle cose, rischiano di essere stati gettati completamente al vento. La situazione è tale che l’Associazione industriali della Sassonia-Anhalt ha chiesto espressamente a Scholz di abolire le sanzioni contro la Russia – e di risolvere una volta per tutte la questione dei gasdotti. Il cancelliere ha risposto rilanciando l’opzione rigassificatori, che, a prezzo di un colossale investimento economico, dovrebbero diventare parzialmente attivi già verso i primi mesi del 2023, per funzionare a pieno regime verso la fine dell’anno prossimo; e ha prospettato anche la possibilità di un nuovo gasdotto che, dall’Algeria, giungerebbe fino in Germania attraverso Portogallo e Spagna.

Ma il problema dell’approvvigionamento energetico non è l’unica spina nel fianco di Scholz: a destabilizzare la sua posizione è tornato a galla lo scandalo bancario Cum-ex, che già aveva gettato ombre sulla campagna elettorale. Lo scandalo riguarda la banca Warburg di Amburgo, che avrebbe sottratto, mediante trucchi finanziari, milioni di euro al fisco, e di cui Scholz avrebbe incontrato i vertici quando era sindaco, subito prima che l’amministrazione della città rinunciasse a chiedere un adeguamento dei versamenti fiscali. Il processo sta andando avanti e rischia di trasformarsi in una bomba a orologeria per il cancelliere. La sua difesa è infatti piuttosto debole, basata sul negare di avere avuto gli incontri e su una serie di “non ricordo”. A complicare ulteriormente le cose, la scoperta qualche giorno fa di duecentomila euro in contanti nella cassaforte di un deputato Spd di Amburgo. Viene così messa in dubbio l’integrità e l’affidabilità che erano le caratteristiche principali di Scholzomat (soprannome del cancelliere) per il tedesco medio, e che avevano giocato un ruolo importante nel suo successo elettorale.

Altra questione che incombe sul cancelliere è quella della pace sociale. Il rischio di turbolenze sociali in autunno pare crescere, tanto che prima di ferragosto Scholz ha detto ai tedeschi, riprendendo un celebre coro da stadio che “nessuno sarà lasciato solo” (you’ll never walk alone). Ha però dovuto ammettere che gli effetti del primo pacchetto di aiuti di trenta miliardi “non si sono ancora visti”, e ha promesso misure più consistenti, “rivolte a tutti i ceti sociali” e non solo ai più poveri, in ottobre.

Certo, la riduzione delle imposte sulla benzina e il biglietto del treno a nove euro mensili sono già in vigore, e hanno per ora prodotto numerosi vantaggi sul fronte dei trasporti; ma i tedeschi si aspettano qualcosa di più sostanzioso in busta paga a fronte dell’aumento dell’inflazione, e si parla di provvedimenti consistenti sui salari, previsti dai nuovi stanziamenti. Anche se la riforma del fisco, nei termini in cui è stata finora tratteggiata dal ministro delle Finanze, Christian Lindner, ha dato immediatamente adito a polemiche, perché finirebbe per avvantaggiare principalmente i ceti medi.

Tra le misure di certa introduzione, Scholz ha menzionato stanziamenti per la casa e un incremento dei sussidi previsti dallo Hartz IV, e ha rivendicato di avere portato il salario minimo a dodici euro. Ha però riconosciuto che l’inflazione rischia di provocare un’esplosione sociale. Anche in Germania la povertà cresce, e la miccia della possibile esplosione è stata innescata già tempo fa da una serie di politiche sociali molto discutibili. Sono sempre più i pensionati in difficoltà che si affidano ai servizi. La “Berliner Zeitung” riportava, il mese scorso, che nella capitale il 7% degli ultrasessantacinquenni dipende oggi dalla previdenza di base per la vecchiaia, o semplicemente dallo Hartz IV. Negli ultimi tre anni, solo nella città di Berlino, più di 5.100 persone si sono andate ad aggiungere alle liste di coloro che dipendono completamente dall’aiuto pubblico.

Ultima, ma non meno importante, questione in ballo è quella dei finanziamenti alla Ucraina in guerra. Nelle dichiarazioni rilasciate in occasione del vertice in Canada con il premier Justin Trudeau, tenutosi nei giorni scorsi, è stato confermato sia un nuovo invio di armi, sia il rinnovo del supporto finanziario: si tratta di armi antiaeree, carri armati e droni, per un controvalore di cinquecento milioni di euro; ma il  rinnovo del pacchetto di “stanziamenti di guerra” ha suscitato malumori in Germania, e  da parte ucraina è stato manifestato, oltre alla gratitudine, anche un certo disappunto per il fatto che gli armamenti arriveranno solo all’inizio del prossimo anno.

Certo è che la posizione del cancelliere, e lo stesso governo della “coalizione semaforo”, non sono mai apparsi così pericolanti come nelle ultime settimane. Scholz appare come la preda braccata di un safari in cui i battitori si avvicinano da ogni lato; e ci si chiede, nonostante la tranquillità che continua a ostentare, quanto a lungo potrà ancora resistere prima che su di lui si chiuda la rete dei cacciatori.