Accordo sì, accordo no. Come avvenuto negli ultimi trent’anni, anche in questo caso si è riproposto il dilemma che agita i sonni della sinistra, ovvero realizzare o meno un’intesa con il più grande partito dell’area “progressista”, che dal 2007 è il Partito democratico. Le liste ormai sono state presentate e i giochi sono fatti; ma questo tema è tutt’altro che archiviato e riemergerà come un fiume carsico nel corso della legislatura. Tenendo conto, inoltre, della presenza – sia pure fortemente ridimensionata ma tutt’altro che trascurabile – dei 5 Stelle, ai quali guardano con interesse le varie anime degli eredi di Sinistra ecologia e libertà (Sel) e di Rifondazione comunista.

Dentro il partito presieduto da Nicola Fratoianni, non è stato per nulla facile far prevalere la linea dell’accordo tecnico con il Nazareno. Nel corso delle numerose assemblee che si sono tenute, una minoranza consistente, circa il 30%, aveva messo l’accento sulla difficoltà, se non impossibilità, di realizzare un’intesa con chi, come il segretario Enrico Letta, si è dimostrato più draghiano di Draghi – mentre Sinistra italiana aveva votato cinquantacinque volte contro l’esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce – e più atlantista del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, timoroso com’è stato il segretario del Pd di dire una parola che potesse annoverarlo tra i “putiniani” (orrendo aggettivo coniato dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Mosca). Questi dissidenti (chiamiamoli così per comodità) avrebbero preferito realizzare un’intesa con gli uomini e le donne di Giuseppe Conte, da un lato, coinvolgendo nell’operazione politica, dall’altro, anche Unione popolare: nuovo soggetto, si fa per dire, guidato da Luigi De Magistris e realizzato con Rifondazione comunista, Potere al Popolo e le quattro parlamentari che hanno dato vita – è questa l’unica vera novità – al gruppo ManifestA.

Questa linea è stata sconfitta, com’è noto, a favore di un’intesa tecnica della lista di Sinistra italiana con Europa verde di Angelo Bonelli e Possibile di Beppe Civati con il Pd (il cui accordo politico con Azione di Calenda era andato nel frattempo a farsi benedire) e con +Europa di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova.  La tormentata decisione di Sinistra italiana si è inoltre caratterizzata per un problema tutt’altro che marginale. Dopo il “sì” dell’assemblea nazionale – una sorta di comitato centrale del ventunesimo secolo –, gli iscritti avevano manifestato il desiderio di essere consultati per dire “sì” o “no” all’intesa con il Pd. Lo statuto prevede questa modalità, peraltro accettata dal segretario Fratoianni. Ma l’11 agosto scorso la commissione nazionale di garanzia dichiarava “inammissibile” la richiesta della consultazione. Una vicenda che ha riproposto con forza il tema della democrazia, sia pure in questo caso all’interno di un piccolo partito, che comunque, mentre si attendeva l’ok alla consultazione, stava procedendo di fatto rapidamente alla realizzazione dell’accordo. Non proprio un bel vedere. A questo punto, il rapporto con il Nazareno sarà verificato dopo le elezioni, presumibilmente dai banchi di quella opposizione che la creatura di Walter Veltroni è poco abituata a fare, essendo nella stanza dei bottoni ininterrottamente dal 2011, a eccezione della parentesi del primo governo Conte.

La discussione non ha riguardato i verdi, pronti ad accordarsi da soli con Letta di fronte alle incertezze di Fratoianni e di Possibile, la microscopica formazione fondata nel 2015 da Civati, uscito dal Pd durante la segreteria di Matteo Renzi. Un partitino il cui nome richiama la formazione spagnola Podemos, come del resto Unione popolare si rifà all’omonima coalizione francese, senza peraltro, in entrambi i casi, poter sperare minimante di raggiungere i consensi di quelle due formazioni.

A proposito della coalizione guidata dall’ex sindaco di Napoli, l’aspetto più interessante riguarda, come si diceva, le quattro deputate ex grilline – Doriana Sarli, Yana Ehm, Simona Suriano, Silvia Benedetti – uscite dal Movimento 5 Stelle, confluite nel gruppo misto e poi ideatrici di ManifestA, operazione che ha consentito a forze politiche come Rifondazione e Potere al Popolo di avere una rappresentanza parlamentare. Malgrado si tratti dell’unica novità di questo ennesimo tentativo di creare qualcosa di nuovo a sinistra, ManifestA sta avendo scarsissima visibilità nei media a favore, invece, di De Magistris, veterano di iniziative di questo tipo (si ricordi il Movimento arancione del 2012). Una scelta sbagliata visto che il tema della presenza femminile in politica è molto sentito.

Detto questo, le previsioni per l’Unione popolare non lasciano molte speranze. Se il cartello Europa Verde-Sinistra italiana più Possibile è dato intorno al 4%, l’Unione popolare viaggerebbe intorno all’1%. Se il quadro venisse confermato, potrebbe arrivare la parola fine per quelle aggregazioni da prefisso telefonico che, con tutto il rispetto per chi conduce battaglie politiche di civiltà, non prende atto che un’era è finita da tempo.