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Resistenza costituzionale per un’opposizione di governo

Abbiamo dinanzi elezioni che la sinistra non può vincere, ma può forse riuscire a perdere nel modo più indolore possibile, scomponendo le forze e mischiando bene le carte. Al voto del 25 settembre il centrosinistra si presenta pressoché nelle stesse condizioni del 2018, quando le forze di destra segnarono un indubbio risultato positivo, mitigato solo dall’eccezionale e irripetibile affermazione dei 5 Stelle, che comunque confluirono nel governo gialloverde con la Lega. Il Pd si trova dinanzi all’evidenza dell’inaccettabilità di un “campo largo”: sia per la divaricazione strategica, sia per la rottura fra le due forze che la caduta del governo Draghi ha comportato, e anche perché gli stessi grillini sembrano all’inizio di un processo centrifugo che sparpaglierà l’ex gruppo di maggioranza relativa lungo tutto l’arco politico.

Un’eventuale affermazione del partito di Letta, che contende alla Meloni la palma di prima formazione politica del Paese, non cambierebbe di molto il senso generale. Anzi, avrebbe il sapore beffardo di raccogliere voti che non potranno in alcun modo concorrere a una maggioranza di governo. Ammesso, infatti, che le forze del centrosinistra – Pd più cespugli vari che confluiranno nel “campo stretto” – possano arrivare al 25-28 %, persino con un exploit al 30, poco muterebbe circa il futuro inquilino di Palazzo Chigi.

Verso il voto anticipato

Era uno degli esiti possibili, quello visto ieri in Senato, con l’apertura di una via che porta dritto alle elezioni anticipate in autunno. Potrebbe essere definito lo sbocco di una concorrenza inter-populistica: i 5 Stelle di Conte hanno fatto la prima mossa, desiderosi di riacciuffare un po’ del loro elettorato; ma nel varco sono entrati di slancio i leghisti, seguiti dai forzitalioti, ansiosi di non lasciarsi risucchiare tutti i voti di protesta dalla destra di opposizione di Fratelli d’Italia. Tanto peggio per il “draghismo di governo”, che prospera, come si sa, da una parte e dall’altra degli schieramenti politici.

E Draghi, lui, come si è comportato? Non ha fatto sconti e non ha assunto atteggiamenti concilianti. Ha bacchettato chi, secondo lui, andava bacchettato – principalmente i 5 Stelle, ma senza trascurare quello che può essere detto il “poujadismo” della destra, sempre pronta a dare spazio, alla rinfusa, a qualsiasi protesta –, mostrando, una volta di più, la caratteristica probabilmente più saliente dell’uomo: una certa rigidità, che può essere un bene o un male, a seconda delle circostanze. In questo caso, per il Paese, è stato meglio o peggio avviarsi verso elezioni anticipate? A noi sembra piuttosto indifferente: nel senso che una fine anticipata della legislatura di alcuni mesi non dovrebbe incidere granché sul risultato finale. Anzi, la caduta “gloriosa” di Draghi, determinata in fin dei conti dalla destra, potrebbe rafforzare il suo partito virtuale, cioè quel centrismo tecnocratico a cui tanti sono affezionati, sottraendo voti proprio alla destra collocatasi in una posizione, complessivamente, troppo estrema.

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Torna l’ombra della Catalogna (e dei suoi “prigionieri politici”) sull’Europa

Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Catalogna. Separatismo indipendentista? Riscrittura del patto di coabitazione in una Spagna confederale? Convivenza tra Barcellona e Madrid, come una coppia che non può divorziare? Il “problema Catalogna” torna questione irrisolta nella realtà spagnola del 2021. E non può essere ignorato dal resto d’Europa.

Il Partito socialista catalano (Psc) è stato il più votato con il 23%, ottenendo 33 seggi (li ha raddoppiati). Un successo, soprattutto nella metropoli Barcellona, per la forza principale che governa la Spagna insieme a Podemos, da sempre disponibile a discutere forme di riforma costituzionale ma non di divisione unilaterale del Paese. Affermazione pure delle liste indipendentiste, forti nelle zone rurali: Sinistra repubblicana (Erc) di centrosinistra con il 21, 3 per cento dei voti e 33 seggi; Insieme per la Catalogna (Junts per Catalunya), di centrodestra, con il 20% dei voti e 32 seggi, Candidatura popolare unita (Cup), di estrema sinistra, con il 6,6 % dei voti e 9 seggi.  Questi partiti hanno quindi 74 seggi per governare. La quota della maggioranza assoluta è stabilita in 68. Da non dimenticare, però, che l’astensione ha superato il 47 per cento, complici forse la pandemia e pure una certa stanchezza per il braccio di ferro con Madrid che non trova soluzione. Da segnalare, infine, l’inquietante affermazione di Vox, partito neofranchista di estrema destra, con il 7,6% dei voti, e il risultato di Comú Podem (Unidas Podemos), formazione di sinistra con il 6,8% dei voti. Forti flessioni al “centro” per Ciudadanos (5,5, passa da 30 deputati a 6) e per il Partito popolare (solo il 3,8).