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I cattolici alle elezioni

Le esagerazioni mediatiche di Salvini disturbano la Chiesa. Meloni appare più furba, ma l’associazionismo di base non vuole rimanere alla finestra. Il Pd teme delusioni

8 Settembre 2022 Paolo Andruccioli  2530

Come voteranno i cattolici? E soprattutto si può, nel 2022, considerare il mondo cattolico come un blocco unico? Tanto tempo fa la risposta a queste domande sarebbe stata semplicissima: Democrazia cristiana, con quella sua croce nel simbolo storico. Oggi, invece, il cattolicesimo consiste in una costellazione variegata, con culture e orientamenti molto diversi: si va da Comunione e liberazione (su cui vedi qui), da sempre molto a suo agio nello spazio del centrodestra (ricordiamo per tutti Formigoni) e molto attiva in un “privato sociale” sempre più vicino al mercato, fino alle Acli, all’Azione cattolica, ai gruppi Scout, che negli anni della contestazione avevano persino bazzicato gli ambienti di sinistra. C’erano allora i preti operai e i preti di frontiera, sempre sull’orlo della scomunica. E ci sono stati i “cristiani per il socialismo”. Ma stiamo parlando di archeologia politica, anche se oggi ci sono ancora, nel “sociale”, realtà molto attive e influenti nell’ambito della solidarietà internazionale e l’accoglienza, come la Comunità di Sant’Egidio o, più localmente, la Comunità di Capodarco.

Nelle stanze vaticane

Negli ambienti ovattati di oltre Tevere, le alte gerarchie ecclesiastiche non si esprimono, in attesa del 25 settembre. Trapela ogni tanto qualche indiscrezione, mentre le dichiarazioni ufficiali sono all’insegna di un appello a tutti i cattolici a non rimanere alla finestra. Dovrebbe essere necessario rendere viva la fede religiosa e tradurla in azioni concrete nella società, ma anche nel contesto più propriamente politico. Insomma, un messaggio opposto a quello antico del non expedit, quel “non conviene” sporcarsi le mani proprio della fine dell’Ottocento (stiamo parlando delle prime elezioni per il Regno d’Italia). Per ora, dalle stanze vaticane, nessuno endorsement, ma c’è chi dice che la Chiesa – in caso di vittoria del centrodestra, come prevedono all’unisono i sondaggi – tra i litiganti, Berlusconi, Salvini, Meloni, preferirebbe quest’ultima.

Del leader leghista, che usa sui manifesti elettorali la parola “credo” come grimaldello, disturba l’ostentazione del rosario, dei crocefissi mostrati in ogni occasione come fossero i simboli di una squadra di calcio. Giorgia Meloni potrebbe essere più “digeribile”. Si è detta “madre e cristiana”, in vari comizi, e non nasconde il suo odio per i saraceni. Ma come abbiamo letto sul “Foglio”, i prelati apprezzerebbero il fatto che la candidata premier “si ritiene parte della Chiesa, rispettosissima di papa Francesco, anche quando magari non comprende o condivide certe sue dichiarazioni o atti”. E poi ci sono le rassicurazioni dell’ufficiale di complemento, Guido Crosetto, delegato ai rapporti con la Santa Sede: Giorgia non è pericolosa.

Le prediche dei parroci

Antonio Gramsci equiparava i parroci agli intellettuali. Anzi, vista la diffusione capillare della Chiesa cattolica, il fondatore del Pci attribuiva al parroco un ruolo strategico particolare nella formazione dell’immaginario e della coscienza politica. Le sue previsioni e le sue analisi sono state confermate, nella storia d’Italia, in tutti i momenti cruciali in cui si è trattato di scegliere. Sarebbe interessante oggi leggere un reportage sulle prediche della domenica in vista del voto (“storico”?) del 25 settembre, anche se ovviamente il quadro è totalmente cambiato. Stando alle cifre dovremmo infatti dirci tutti (o quasi) cattolici: su circa sessanta milioni di abitanti a inizio 2021, la maggior parte dei cristiani italiani risultava cattolica; si tratta di circa 43,2 milioni di persone. Ma profonde trasformazioni si registrano proprio tra i cattolici nostrani. Si assiste prima di tutto a un calo progressivo e inesorabile dei credenti: nel 2007 l’Ipsos calcolava fossero l’85,4% della popolazione residente. Nel 2019, secondo la Doxa, i non credenti erano il 15,3% della popolazione. I credenti cattolici sarebbero in diminuzione (−7,4% dal 2015), mentre crescerebbero gli atei (+3,8%).

Praticanti e simpatizzanti

L’impatto sociale complessivo delle eventuali prediche dei parroci, a favore di questo o quel partito, è quindi stato ridimensionato. Basta citare i dati sui “cattolici reali”, ovvero quelli che mettono in pratica tutti gli insegnamenti e le regole imparate ai tempi del catechismo: andare a messa la domenica, sposarsi in Chiesa, battezzare i figli, prendere i sacramenti e, ovviamente, non peccare – oppure peccare e poi confessarsi. Nel 2020, in Italia, solo il 21% delle persone con più di 6 anni ha frequentato un luogo di culto almeno una volta alla settimana (36% nel 2001), mentre il 29% non ha mai frequentato un luogo di culto (16% nel 2001). Nel 2020, come negli altri anni, risultano evidenti differenze territoriali; nel Nord le percentuali sono 19,8% e 33,5%, nel Centro 17% e 33,7%, nel Sud 25,9% e 18,9%. Di fatto, secondo molti analisti, l’Italia sta vivendo un processo storico di secolarizzazione religiosa.

Sondaggi tra i credenti

Premesso tutto questo, il bacino elettorale dei cattolici rimane uno snodo fondamentale. Dopo la Dc erano stati Forza Italia, e in parte i Ds (Democratici di sinistra), a ereditare il voto cattolico. Oggi prevale la frammentazione, come ha scritto Nando Pagnoncelli sul “Corriere”. Tra chi dice di partecipare assiduamente alla santa messa, il Pd sarebbe comunque il primo partito con il 27,1% del consenso; segue, a una certa distanza, il 18,3% di Fratelli d’Italia, il 15,3% della Lega e l’11,8% di Forza Italia. Per gli osservatori, è un fenomeno singolare vedere come il Partito democratico di Letta – che pure spinge per leggi Lgbtq+, posizioni pro-aborto e pro-eutanasia – riscuota consensi nei cattolici più “fedeli”.

Dall’interno dell’area che fa riferimento al Pd, anche nel mondo sindacale come quello della Cisl (l’ex segretaria generale Anna Maria Furlan è candidata con il Pd in Sicilia e nel Lazio), non ci sono stati pronunciamenti o prese di posizione esplicite in favore del voto a Enrico Letta, che nelle sue esternazioni continua a dire “o noi o la destra”. Nell’ambito dei cattolici ci sono state piuttosto prese di posizione dissonanti e critiche, come quella di Maria Prodi, secondo la quale nelle ultime legislature la “questione cattolica” è stata risolta mettendo qualche esponente cattolico nelle liste per premiare qualche associazione e movimento. “Oggi facciamo i conti con partiti che vivono di comunicazione e si occupano della collocazione del loro ceto politico. Partiti che non riescono a ospitare al loro interno elaborazioni e dibattiti. Partiti sempre più inadatti a essere luoghi di idee, partiti sempre più inadatti a essere luoghi di discussione”.

Centro o centralità?

Rilanciato sul sito “Riformismo e solidarietà”, un editoriale di Francesco Occhetta (gesuita, giornalista e scrittore), pubblicato inizialmente sul sito “Comunità di connessioni”, ha catalizzato il dibattito tra i cattolici. “Dopo le incertezze e le derive politiche degli schieramenti tradizionali – scrive Occhetta – molte persone che appoggiavano le forze moderate si stanno chiedendo cosa fare e chi votare. Tra queste, ci sono anche i cattolici liberali, i cattolici popolari e i cattolici democratici, radici diverse di un unico albero…”.

Secondo Occhetta, la nuova questione cattolica, in un momento in cui la Chiesa rilancia il “fare” evangelico (dare da mangiare agli affamati, visitare gli infermi e i carcerati e così via), può ripartire solo dall’insegnamento di De Gasperi e da una nuova idea di “moderazione”, che operi come il lievito, servendo alla democrazia per lievitare. Per il gesuita “essere moderati è un modo di vivere lo spazio pubblico, un’attitudine mite, non gridata, mai estrema”. Ma moderazione e centro non coincidono con il concetto di centralità, perché essa (la centralità politica) “è come la rosa dei venti: un punto di intersezione dove le politiche di ‘destra’ e di ‘sinistra’ e le nuove politiche del ‘nord’ e del ‘sud’ sono obbligate a passare per mantenere il Paese nel suo assetto democratico inscritto nella Costituzione. Il ‘centro’ politico, inteso come ‘centralità’, è un metodo, un’antropologia, un gradualismo di riforme, la moderazione dei linguaggi, il rispetto dell’avversario, la cultura della mediazione”.

Contro ogni sovranismo

Spulciando i vari siti e blog cattolici, più che indicazioni politiche di partito, troviamo indicazioni “valoriali”. Su “La Voce” leggiamo: “In questo senso non si può non sottolineare la assoluta inconsistenza del riferimento alla dottrina sociale della Chiesa fatto dalla onorevole Meloni a Rimini”. Su un sito piemontese cattolico, si legge: “È persino patetico quando leggiamo qualche commento giornalistico che attribuisce a quello o quell’altro esponente politico la patente di ‘cattolico doc’ o del rappresentante di quel mondo – opportunamente suggerito dal politico medesimo – come se vivessimo ancora nella prima Repubblica”.

Le organizzazioni cattoliche importanti, come la Caritas, per esempio, invece di perdersi in polemiche scivolose preferiscono rilanciare la loro agenda, che non sembra combaciare perfettamente con quella di Draghi. Si parla di approvazione della legge sulla non autosufficienza (in Italia, ha detto Antonio Russo, vicepresidente delle Acli, abbiamo quattordici milioni di italiani over 65 e tre milioni non autosufficienti), di sostegno pubblico ai più poveri, sempre più numerosi anche tra gli italiani oltre che tra i rifugiati e gli immigrati, di misure a sostegno dei giovani, che vivono oggi in una condizione di perenne incertezza esistenziale. Di misure pubbliche per ridurre le diseguaglianze.

Le Acli (fondate da Achille Grandi nel 1944, circa un milione di aderenti), scrivono sul loro sito: “Vogliamo un Paese che non discrimina e non accetta disparità. Un Paese dove il colpevole è chi genera miseria e non i poveri. Un Paese con soli contratti di lavoro veri, solidi, nel quale si operi in sicurezza. Un Paese dove servizi, welfare e sanità, mobilità siano garantiti e dignitosi per ogni persona e famiglia. Un Paese che accolga chi fugge, che dia cittadinanza a chi ci nasce o risiede, che sostenga le nostre comunità all’estero. Un Paese che investa sui giovani, sull’educazione, sull’istruzione e la formazione. Un Paese che non sfrutti e non speculi, non evada e dica no alle mafie. Un Paese dove contino la conoscenza, la buona volontà e non le conoscenze. Un Paese dove la ricchezza sia guadagnata, non sia solo rendita e non dia privilegi e potere”.

Guardare oltre gli orticelli

Una prospettiva totalmente opposta al sovranismo alla Orbán (e alla Meloni) sembra essere anche quella dell’Azione cattolica (fondata nel 1867, circa 400mila aderenti, anche se nel 1954 contava due milioni e mezzo di iscritti). “Molte persone – dicono i rappresentanti dell’Azione cattolica – si girano dall’altra parte, verso il proprio orticello, la propria famiglia, le proprie tradizioni e la propria nazione. Lo stesso fanno tanti politici”. “In realtà ogni seria questione interna a una nazione è oggi sempre prevalentemente internazionale e le sole soluzioni efficaci e sostenibili sono quelle decise e messe in atto da tante nazioni insieme, in forma collaborativa e inclusiva”. Il riferimento è ovviamente alla Fratelli tutti di papa Francesco, che prega così Dio: “Il nostro cuore si apra a tutti i popoli e le nazioni della terra, per riconoscere il bene e la bellezza che hai seminato in ciascuno di essi, per stringere legami di unità, di progetti comuni, di speranze condivise”.

Ma è anche probabile che tutte queste belle parole – e tutti i messaggi di solidarietà che arrivano da associazioni e organizzazioni come la Comunità di Sant’Egidio – non si traducano affatto in un voto a sinistra, o nell’ambito del centrosinistra. Un conto sono infatti le intenzioni culturali, altra cosa è l’atto della croce elettorale. Potrebbe avere ragione il giornalista Jacopo Scaramuzzi, prossimo vaticanista di “Repubblica”, che ha pubblicato il libro Dio? In basso a destra, sul come e il perché i populismi sfruttano il messaggio cristiano.

Appello alla laicità

Di segno opposto, quello lanciato in tv dal cardinal Matteo Zuppi, scelto da papa Francesco per guidare la Conferenza episcopale italiana: “L’Italia deve credere nel proprio futuro – ha detto al giornalista Damilano – e la politica deve aiutare questa grande idealità, con la stessa passione e con lo stesso senso di interesse nazionale ed europeo che animò quella generazione che ci ha consegnato il Paese”. “La laicità è fondamentale, la Chiesa è la prima che è attenta alle distinzioni. Questo non significa che le proprie convinzioni spirituali e religiose non abbiano una conseguenza sulle scelte pratiche che devono essere nella laicità. Tutti devono dare il loro contributo alto. Penso che i cristiani debbano avere ancora di più un senso di attenzione per la cosa comune e anche le risposte necessarie, sempre con laicità”.

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