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Un voto né utile né dilettevole?

9 Settembre 2022 Michele Mezza  1649

È stata la settimana del voto utile. L’arma totale, che il segretario del Pd aveva in serbo per la sua campagna elettorale, è infine stata attivata. Se la destra prende il 70 % dei consensi – ammonisce Letta – potrà cambiare a sua immagine la Costituzione. Dobbiamo fare muro, solo un voto al Pd nei collegi uninominali ridurrebbe l’affermazione della Meloni.

Non sembra che la mossa abbia prodotto un risultato. I commenti degli opinionisti, sia dei quotidiani sia dei talk show, sono stati generalmente molto scettici, se non proprio critici. Il “Corriere”, pur esibendo una sua diffidenza per l’annunciata affermazione del centrodestra, ha stigmatizzato la strategia dei democratici. Folli e Polito hanno insistito sulla contraddittorietà del ritornello di Letta, dopo le ultime capriole con Conte, Calenda e infine Fratoianni. “Repubblica” tiene il gioco per ragion di Stato, ma cerca di spostare il baricentro della polemica sui contenuti economici, usando Cottarelli come fustigatore della flat tax. I sondaggi registrano puntualmente questa dinamica, dando il Pd in logoramento, addirittura sotto la fatidica soglia del 20%, mentre Conte e Calenda sembrano relativamente in ripresa, pur rimanendo comunque sotto i rispettivi tetti annunciati.

Ora, il vero elemento contraddittorio della questua elettorale lanciata da Letta, chiedendo voti se non per convinzione almeno per resistenza, è proprio il fatto di dare per scontata l’inarrestabilità della vittoria della destra. In questa prospettiva, in un quadro di frantumazione sociale, in cui ogni partito ormai tende a identificarsi con interessi corporativi – dal “reddito di cittadinanza” dei grillini, all’evasione fiscale della Lega, ai finanziamenti a pioggia di Berlusconi, fino alla Meloni, che stende il suo mantello su ogni categoria e professione, con Calenda e Renzi che cercano di catturare le aree urbane competitive, deluse dal centrosinistra – sancire che fra  un mese avremo un esecutivo guidato da Meloni e Tremonti apre il mercato  delle prebende, spingendo ogni gruppo sociale a posizionarsi per negoziare il decreto ad personam.

Il Pd, che pure avrebbe due jolly da giocare, come la sincronia europea e la famosa agenda Draghi, annebbia il programma economico per l’ormai logora chiamata alle armi antifascista. Non certo più efficace è stata la torsione a sinistra che il vertice democratico, sulla spinta delle sue componenti legate a Orlando e Provenzano, ha tentato con il rigetto del jobs act. Troppo estemporaneo l’annuncio, e soprattutto slegato da una più articolata strategia sui lavori e la dinamica negoziale da sostenere. Fragoroso il silenzio sindacale, nonostante le due dirigenti di gran nome, Camusso e Furlan, candidate con il partito di Letta.

In tutto questo bailamme, appare sorprendente il silenzio del Pd su due temi che pure dovrebbero aprire spazi alla sua offerta politica: pandemia e innovazione. Sul primo argomento, dopo due anni di scontro frontale con la destra, che ancora oggi si trova legata a frange “no vax”, e con i casi clamorosi del flop della sanità lombarda e veneta, non si vede alcuna iniziativa che rivendichi l’azione di difesa e protezione sociale dal contagio. La candidatura di Andrea Crisanti, un testimonial di grande richiamo, rimane nascosta nell’ambito degli italiani all’estero, e non è usata come guastatore nei confronti delle velleità permissiviste di Salvini e Meloni.

Ancora più grave l’esorcizzazione dell’intera questione tecnologica. Una larga fetta di elettorato, soprattutto al Nord, è legata alle relazioni tecnologiche. Temi come la rete unica, il caso Tim, il Cloud nazionale, dovrebbero essere usati per allacciare direttamente dialoghi con il mondo della ricerca e delle piccole e medie aziende. Qui ancora agisce la contraddizione del governo Draghi, dove il ministro per la Transizione digitale, Colao, aveva legato il sistema Italia alla scia dei grandi provider multinazionali, schiacciando, come nel caso del bando Cloud, gli interessi delle aziende italiane.

Una settimana in deficit per il centrosinistra, nella quale si registra un impaccio sia politico sia comunicativo, mentre il sistema mediatico ormai sembra dare per scontato che tutta l’attenzione sarà diretta alla dialettica interna al centrodestra. Cosa attendersi in chiusura di campagna per dare fiato, almeno, a una prospettiva di consistente opposizione?

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TagsCostituzione destra elezioni 2022 Enrico Letta Michele Mezza pandemia Pd tecnologia voto voto utile

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