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Ricchi sempre più ricchi. E la sinistra non vede

Più sei ricco e più alta è la probabilità di un tuo ulteriore arricchimento. Più sei povero e più alte sono le possibilità di rimanere miserabile. Il fenomeno della diseguaglianza è nazionale e mondiale. Sconcerta, ma non cattura l’attenzione dei politici e delle opinioni pubbliche. Neppure di quella di sinistra e dei suoi partiti. Circolano spesso notizie sui rapporti delle istituzioni e delle associazioni della società civile, ma l’emozione dura il tempo di una notizia dell’ultima ora. Forse non vogliamo sapere. Eppure i dati sono pesanti, come quelli contenuti nell’ultimo Rapporto Oxfam (una campagna internazionale di associazioni che si battono contro la povertà e la fame nel mondo). Negli ultimi dieci anni, i miliardari hanno raddoppiato la propria ricchezza, registrando un incremento del valore delle proprie fortune superiore di quasi sei volte a quello registrato dal 50% più povero della popolazione.

Dal 2020 a oggi, la ricchezza dei miliardari è cresciuta al ritmo di 2,7 miliardi di dollari al giorno. Crisi e pandemia, e ora la guerra in Ucraina, non hanno certo favorito la giustizia sociale. Secondo la Banca mondiale, nel primo anno della pandemia, le perdite di reddito del 40% più povero dell’umanità sono state il doppio rispetto a quelle registrate dal 40% più ricco, e la disuguaglianza di reddito globale è tornata ad aumentare nonostante il balzo cinese. Ma con le cifre ci fermiamo qui. Sappiamo quanto possono essere noiose.

Leggi melonissime?

Primo decreto legge, ieri 31 ottobre, e prima conferma del giro di vite che un governo in camicia un po’ bianca e un po’ nera intende dare al Paese (alla “nazione”, come usa dire il presidente del Consiglio, senza rendersi conto della ridicolaggine dell’articolo maschile). Si tratta di un decreto cosiddetto “omnibus”, che contiene cioè un po’ di tutto – secondo una ormai consolidata, per quanto deprecabile, tradizione –, ma il punto ovviamente non è questo, quanto piuttosto il suo contenuto. Viene introdotta una nuova fattispecie di reato: quella del delitto di rave party, si potrebbe dire. Pene severissime per chi organizza feste o raduni con più di cinquanta persone in aree di ogni tipo, anche dismesse: il che potrebbe includere, a discrezione di prefetti o organi di polizia, qualsiasi occupazione di suolo pubblico o privato – anche quelle, eventualmente, a fini di recupero sociale. Nello specifico, si tratterà di vedere come sarà tradotto in legge il decreto, ma le premesse appaiono pessime.

Altro punto controverso, quello che riguarda l’“ergastolo ostativo”, difeso a spada tratta dalla premier e oggetto, invece, di critica da parte del suo ministro della Giustizia, il più liberale Nordio. A monte, c’è un pronunciamento da parte della Corte costituzionale. Non è ammissibile che un ergastolano – sia pure un incallito criminale – non possa accedere ai benefici di legge (come, per esempio, uscire dal carcere e poi rientrarvi nel corso della giornata) se non sia divenuto, nel frattempo, un collaboratore di giustizia. Ciò significa venire meno al principio di una pena non spietatamente punitiva ma rieducativa – e si potrebbe dire che configuri una sorta di ricatto di Stato nei confronti del detenuto: o ti penti o butto via la chiave della tua cella.

Un voto né utile né dilettevole?

È stata la settimana del voto utile. L’arma totale, che il segretario del Pd aveva in serbo per la sua campagna elettorale, è infine stata attivata. Se la destra prende il 70 % dei consensi – ammonisce Letta – potrà cambiare a sua immagine la Costituzione. Dobbiamo fare muro, solo un voto al Pd nei collegi uninominali ridurrebbe l’affermazione della Meloni.

Non sembra che la mossa abbia prodotto un risultato. I commenti degli opinionisti, sia dei quotidiani sia dei talk show, sono stati generalmente molto scettici, se non proprio critici. Il “Corriere”, pur esibendo una sua diffidenza per l’annunciata affermazione del centrodestra, ha stigmatizzato la strategia dei democratici. Folli e Polito hanno insistito sulla contraddittorietà del ritornello di Letta, dopo le ultime capriole con Conte, Calenda e infine Fratoianni. “Repubblica” tiene il gioco per ragion di Stato, ma cerca di spostare il baricentro della polemica sui contenuti economici, usando Cottarelli come fustigatore della flat tax. I sondaggi registrano puntualmente questa dinamica, dando il Pd in logoramento, addirittura sotto la fatidica soglia del 20%, mentre Conte e Calenda sembrano relativamente in ripresa, pur rimanendo comunque sotto i rispettivi tetti annunciati.

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I dati non lasciano dubbi: siamo dinanzi a una nuova ondata, la prima dall’inizio della pandemia che colpisce in piena estate, con esiti e dinamiche ancora imprevisti. Un anno fa avevamo un quarto dei contagiati di oggi, e le stime ci dicono che l’abbandono di ogni cautela, e soprattutto il crollo dei tamponi, non permettono di avere una visione realistica del fenomeno. Per Andrea Crisanti non ci sono dubbi: siamo all’inizio di una spirale che non potrà che peggiorare. L’estate, con la sua inevitabile promiscuità e il messaggio di un “liberi tutti” che ormai sta dilagando – dice il direttore della clinica di microbiologia dell’Università di Padova –, moltiplicherà geometricamente l’area del contagio.

La domanda che torna implacabile è la seguente: cosa abbiamo oggi, dopo più di due anni di vicissitudini con il virus, più del febbraio del 2020, quando iniziò l’epidemia? Al netto dei vaccini, peraltro ormai palesemente inadeguati e superati, dobbiamo rispondere niente. Non abbiamo una rete territoriale più robusta ed efficiente, non abbiamo una strategia ospedaliera più adeguata alle ondate dei ricoveri, non abbiamo una dotazione di letti di terapia intensiva che ci rassicuri. Ma soprattutto non abbiamo, e questa è la colpa imperdonabile, sistemi di controllo e misurazione del fenomeno che ci facciano reagire almeno con il minimo ritardo, se non proprio con quella capacità predittiva che ci siamo sempre detti essere indispensabile per ridurre l’area delle vittime.

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Violenza poliziesca al tempo della pandemia

Le teste rotte degli studenti, che manifestavano per la morte atroce di uno di loro durante uno “stage lavorativo” parascolastico, hanno riportato all’ordine del giorno una certa disinvoltura nell’utilizzare la maniera forte, che è stata una costante dell’azione della polizia nel biennio pandemico. La ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, se l’è cavata sommariamente, parlando del verificarsi di un “cortocircuito” e della violazione della norma, motivata dal Covid, che proibisce “manifestazioni non statiche”. In realtà, le botte somministrate senza parsimonia e senza criterio a ragazzini che avevano tutte le ragioni per protestare pongono un problema non risolvibile con argomentazioni tecniche e cianciando di “infiltrati”, cercando così di giustificare un operato evidentemente ingiustificabile.

Nemmeno pare risolutiva l’introduzione di codici identificativi sui caschi dei poliziotti, di cui si parla da anni, e che è stata spesso invocata quale panacea a questo male, dato che le violenze cui stiamo assistendo non rappresentano una questione riconducibile unicamente all’azione “anomala” e all’iniziativa di singoli agenti, quanto piuttosto sono da considerare nell’ambito dell’operato delle forze dell’ordine nel loro complesso. E d’altro canto non sono stati solo i ragazzini dei licei a sperimentare sulla loro pelle il corso poliziesco che pare delinearsi nel mondo inedito che si sta schiudendo, tra “emergenza” e “ripresa”. Già abbiamo visto, negli ultimi due anni, caricare senza farsi tanti problemi i picchetti degli operai in sciopero, già abbiamo visto le mattanze in carcere.

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