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Violenza poliziesca al tempo della pandemia

10 Febbraio 2022 Agostino Petrillo  1791

Le teste rotte degli studenti, che manifestavano per la morte atroce di uno di loro durante uno “stage lavorativo” parascolastico, hanno riportato all’ordine del giorno una certa disinvoltura nell’utilizzare la maniera forte, che è stata una costante dell’azione della polizia nel biennio pandemico. La ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, se l’è cavata sommariamente, parlando del verificarsi di un “cortocircuito” e della violazione della norma, motivata dal Covid, che proibisce “manifestazioni non statiche”. In realtà, le botte somministrate senza parsimonia e senza criterio a ragazzini che avevano tutte le ragioni per protestare pongono un problema non risolvibile con argomentazioni tecniche e cianciando di “infiltrati”, cercando così di giustificare un operato evidentemente ingiustificabile.

Nemmeno pare risolutiva l’introduzione di codici identificativi sui caschi dei poliziotti, di cui si parla da anni, e che è stata spesso invocata quale panacea a questo male, dato che le violenze cui stiamo assistendo non rappresentano una questione riconducibile unicamente all’azione “anomala” e all’iniziativa di singoli agenti, quanto piuttosto sono da considerare nell’ambito dell’operato delle forze dell’ordine nel loro complesso. E d’altro canto non sono stati solo i ragazzini dei licei a sperimentare sulla loro pelle il corso poliziesco che pare delinearsi nel mondo inedito che si sta schiudendo, tra “emergenza” e “ripresa”. Già abbiamo visto, negli ultimi due anni, caricare senza farsi tanti problemi i picchetti degli operai in sciopero, già abbiamo visto le mattanze in carcere.

Si dirà che, in fondo, qualcosa del genere è sempre avvenuto; ma questo tipo di considerazioni rischia di non fare i conti con gli elementi di novità che la situazione attuale presenta. Le società cambiano, e con esse cambia la polizia. E non pare si stia procedendo in direzione di un “ritorno al passato”, di una regressione a una dimensione arcaica di polizia ancien régime, caratterizzata da interventi spicci e spietati. Ci stiamo muovendo, invece, su uno sfondo su cui si staglia la possibilità di giustificare, con l’emergenza pandemica, azioni di una violenza spropositata rispetto al contesto: il che rischia di produrre uno slittamento nella prassi delle agenzie della sicurezza, di introdurre la consuetudine di menare le mani ad libitum, ogniqualvolta lo si ritenga necessario.

Lo faceva notare, in una recente intervista, il sociologo tedesco Armin Nassehi, stigmatizzando la brutalità degli interventi polizieschi nei confronti dei dimostranti “no vax” e “no pass” in Germania. Nassehi aggiungeva che, nello Stato moderno, la violenza è sempre uno strumento da utilizzare in caso di sovvertimento dell’ordine, o di minacce concrete alla vita e alla sicurezza dei cittadini, ma è una violenza “misurata”, da impiegarsi solo quando non ci siano altri strumenti a disposizione. Detto altrimenti: la violenza di Stato dovrebbe essere messa in campo solo come “controviolenza” difensiva e in “ultima istanza” – come del resto rilevava anche un filosofo della politica del calibro di Etienne Balibar, già una decina di anni fa, nel suo testo su Violence et civilté.

Ma allora che significato possiamo dare alla escalation di violenza poliziesca cui si è assistito negli ultimi due anni non solo in Italia, ma in tutta in Europa, per non parlare degli Stati Uniti e del resto del mondo, come ha mostrato un allarmato rapporto di Amnesty International qualche mese fa? È come se la pandemia avesse alimentato ovunque tensioni e odi, esaltando la funzione simbolica della violenza, e al tempo stesso l’eccesso di violenza si apprestasse a diventare uno degli elementi costitutivi del potere post-pandemico. Da questo punto di vista, le interpretazioni possibili sono numerose: per alcuni sarebbe possibile leggere quanto avviene nei termini delle conseguenze di una sorta di trauma collettivo, che si traduce nella ricerca di capri sacrificali su cui scaricare le tensioni e le paure accumulate; ma prende anche forma una ipotesi meno semplicistica: la spettacolarizzazione della violenza, il suo utilizzo sistematico in forme “straordinarie”, potrebbe essere una delle maniere in cui le società si vanno riorganizzando.

Le società pandemiche e post-pandemiche sono società in ricostruzione, in cui si vanno delineando forme di organizzazione sociale e spaziale diverse dal passato. Attraversano una transizione ancora enigmatica, in cui l’unica certezza è che non ci sarà il ritorno alle condizioni di vita precedenti. In questo territorio, ancora indefinito, le forme della razionalità industriale e post-industriale si dissolvono, mentre si afferma una percezione della realtà dominata da un sentimento di pericolo latente. Una situazione di disordine, in cui le violenze poliziesche non sembrano da leggersi nei termini di uno “scivolone” delle agenzie della sicurezza e dei loro apparati, quanto piuttosto in chiave “comunicativa”. Il modello, quindi, non sarebbe “duale”, banalmente costrittivo nei confronti di un determinato oggetto su cui si indirizza la repressione, ma “triadico”, in cui il terzo cui ci si rivolge è un’opinione pubblica disorientata e spaventata, in cerca di facili rassicurazioni. La violenza diventa una modalità del governo delle paure collettive. Il rischio è dunque che le forme della violenza straordinaria, di cui siamo testimoni, assurgano stabilmente a elementi costitutivi dell’ordine sociale, al di là delle problematiche poste dalle criminalità reali.

Una critica attenta e costante delle violenze pandemiche, allora, ha il senso di scongiurare questa potenziale stabilizzazione di comportamenti eccessivi. Al tempo stesso, è necessario lavorare in direzione di una riforma della polizia, che certo non potrà essere risolutiva delle complesse questioni che sono sul piatto, ma per lo meno possa evitare il facile ricorso al manganello. Ci insegnò un secolo fa Walter Benjamin che la critica della violenza non ha senso se non è critica del potere esistente.

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TagsAgostino Petrillo Armin Nassehi covid pandemia paure collettive polizia violenza

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