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Home » Articoli » La polizia e le profilazioni etnico-razziali

La polizia e le profilazioni etnico-razziali

Controlli ingiustificati su persone con la pelle di “altro colore” sono diffusi sia in Italia sia in Francia. E il governo Meloni insulta un organismo europeo che vigila sui diritti fondamentali

6 Giugno 2025 Marianna Gatta  1311

Se hai la pelle scura o sei di etnia rom, in Italia, è probabile che prima o poi sarai fermato dalle forze dell’ordine. Già nel 2024 e ora nel 2025, il Consiglio d’Europa ha denunciato pratiche di profilazione razziale da parte della polizia italiana, con un aumento dei controlli basati sul colore della pelle e sulla – effettiva e presunta – origine etnica o appartenenza religiosa.

Durante la presentazione del rapporto riguardante il 2024, da parte della Commissione contro il razzismo del Consiglio d’Europa (Ecri), il 28 maggio scorso, il presidente Bertil Cottier ha invitato nuovamente il governo italiano a condurre uno studio indipendente sul fenomeno, e la vicepresidente, Tena Šimonović Einwalter, ha dichiarato: “Il problema della profilazione razziale nell’operato delle forze dell’ordine si riscontra frequentemente in Italia e in Francia: agenti di polizia fermano le persone basandosi sul colore della loro pelle, violando così i valori europei”.

All’indomani della pubblicazione, il presidente della Repubblica Mattarella ha ricevuto al Quirinale il capo della Polizia di Stato, Vittorio Pisani, sostenendo che, al contrario, l’azione delle forze dell’ordine “si ispira allo spirito democratico e ai valori della Costituzione”. Dal governo si sono levate voci denigratorie nei confronti del report, definito “un’accusa vergognosa” dalla premier Meloni, che ha scritto sui social: “Non è la prima volta che alcuni organismi del Consiglio d’Europa, finanziati anche con i soldi dei cittadini italiani, si abbandonano a giudizi infondati, frutto di un approccio ideologico e di pregiudizi evidenti. Continueremo a difendere chi, ogni giorno, garantisce la sicurezza dei cittadini italiani. Con orgoglio.”. Anche il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha definito la raccomandazione “immotivata, immeritata e un’ingiusta provocazione nei confronti dei nostri uomini e donne in divisa”. Ancora più duro il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha definito l’Ecri un organismo “di dubbia utilità, che rischia di diventare perfino dannoso”.

Queste affermazioni, lungi dall’essere estemporanee, sono parte di una più ampia strategia di delegittimazione degli istituti democratici che vigilano sul rispetto dei diritti fondamentali. Segnando un nuovo punto di rottura tra il governo italiano e le organizzazioni sovranazionali di tutela, la risposta dura del governo è l’ennesimo tentativo di ostacolare gli organismi internazionali in un’ottica sovranista. L’attacco, del resto, non è limitato all’Ecri: dalla Corte europea dei diritti dell’uomo alla Corte penale internazionale, fino agli organismi dell’Onu, negli ultimi anni si è registrata una crescente ostilità nei confronti delle istituzioni che monitorano il rispetto dei diritti umani.

Nel 2023, il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (Cerd) aveva già espresso preoccupazioni, raccomandando all’Italia di includere nella legislazione un divieto esplicito di profilazione razziale, e di garantire che gli agenti ricevano linee guida chiare e una formazione adeguata al fine di prevenire il fenomeno. Si chiedeva, inoltre, l’istituzione di un meccanismo efficace per raccogliere e monitorare regolarmente dati disaggregati sulle denunce relative all’operato delle forze dell’ordine, in modo da potere quantificare le pratiche di profilazione garantendo giustizia alle eventuali vittime. Queste stesse pratiche sono citate nel rapporto Ecri dell’ottobre 2024, in cui si spiegava che alcuni organi della società civile pertinenti dovrebbero essere presenti nei momenti di fermo o di arresto di persone razzializzate, “per identificare modelli indicativi di razzismo istituzionale all’interno delle forze dell’ordine, in particolare nei confronti dei rom e delle persone di origine africana”. Anche l’Emler, il gruppo di esperti dell’Onu sull’avanzamento della giustizia razziale, nel contesto delle operazioni delle forze dell’ordine, in seguito alla sua visita di monitoraggio nel 2024, era giunto a simili conclusioni e raccomandazioni.

A essere tacciati di “ideologia” e “pregiudizio”, dalla premier Meloni, sono organismi internazionali che basano i loro rapporti su indagini articolate e analisi di denunce comprovate. Secondo il rapporto “When Institution Discriminate: Equality, Social Rights, Immigration” del 2023, curato dall’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e dal Centro studi migrazioni nel Mediterraneo, e condotto su persone migranti con esperienza di discriminazioni, il 45,8% ha dichiarato di averne subite nei commissariati di polizia. Sono stati segnalati episodi di mancata accettazione di richieste d’asilo senza motivazione, di distruzione di documenti personali, di abuso verbale e addirittura di violenza fisica, durante le procedure negli uffici per l’immigrazione. Numerose segnalazioni, raccolte da associazioni come l’Asgi, evidenziano la sistematicità dei controlli su persone razzializzate, in particolare giovani neri o di origine araba o asiatica, fermati ripetutamente senza motivazioni specifiche nei pressi di stazioni, centri commerciali o luoghi pubblici. L’Ecri ha anche ricevuto denunce di vari tipi di abusi, da parte della polizia, nei confronti delle comunità rom e sinti, compresi i bambini e le bambine, con insulti e violenze. Uno dei casi più gravi risale al 2022, e riguarda un uomo di etnia rom, Hasib Omerovic, sordomuto, rimasto in coma dopo essere precipitato da un balcone a Primavalle, a Roma, durante un intervento della polizia. Quattro agenti sono poi stati accusati di tortura, falsa testimonianza e tentato omicidio. Imputati anche alcuni poliziotti di Sassuolo, che, nel 2021, hanno aggredito e ucciso un quarantunenne marocchino, mentre era ricoverato al pronto soccorso per una crisi ipoglicemica, scambiata per astinenza da droga. Un altro caso noto, anche grazie al programma televisivo “Un giorno in pretura”, è quello dell’arresto illegale dello studente di origine ghanese, Emmanuel Bonsu, a Parma nel 2008. Confuso per un pusher mentre tornava da scuola, l’allora diciassettenne Emmanuel è stato picchiato da agenti della polizia locale, per poi essere bendato e fotografato con un cartello: “Emmanuel ne*ro”.

Infine, venuto alla cronaca per la fama del protagonista, uno degli episodi più emblematici è quello che ha coinvolto il calciatore del Milan Tiémoué Bakayoko, fermato a Milano nel 2022, con tanto di pistole puntate. L’operazione è stata giustificata con la somiglianza con un sospetto coinvolto in una rissa tra “stranieri”: evidente, quindi, come in questo caso il pregiudizio si sia appoggiato all’aspetto etnico della persona. E si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.

In Italia esiste l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), che ha il compito di monitorare le discriminazioni basate su genere, età e tratti razziali. Nel 2023, il numero di segnalazioni pertinenti raccolte dal Contact Center è stato di 568, di cui il 64% a sfondo razziale. Tuttavia, secondo l’Ecri, l’Unar, facendo parte del Dipartimento per le Pari opportunità del governo, non ha i requisiti di indipendenza per svolgere un’analisi sui comportamenti delle istituzioni e della Polizia di Stato.

Contrariamente alle accuse rivolte dai membri del governo, non si tratta di un attacco all’operato delle forze dell’ordine, ma di una richiesta di trasparenza, spesso obbligatoria in moltissimi altri settori pubblici. Come rilevato, sia dall’Ecri sia dagli organismi Onu, le autorità italiane non raccolgono dati adeguatamente disaggregati sulle attività di controllo della polizia. Eppure questo sarebbe un obbligo derivante da norme internazionali, prima fra tutte quelle contenute nella Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Si tratta di una questione di effettività del diritto. Inoltre – ha ricordato la vicepresidente dell’Ecri, Tena Šimonović Einwalter – esistono strumenti per contrastare la profilazione. Alcuni tecnici, come il codice identificativo per gli agenti o le bodycam (che esistono in molti Paesi, per esempio nel Regno Unito), e altri burocratici: se ogni controllo in strada generasse un atto formale, come una semplice ricevuta consegnata alla persona fermata, ne rimarrebbe una traccia, e si potrebbero monitorare i casi oltre che denunciare soprusi.

Fino a oggi, l’Italia è molto lontana da questa prospettiva. Anzi, la risposta istituzionale va proprio nella direzione opposta. “Le reazioni del governo a questo tipo di richiami, prima lo scorso ottobre, ora di nuovo, appaiono scomposte” – ha dichiarato a “Fanpage” Matteo Astuti dell’Asgi. Non sembra un caso, secondo Astuti, che la nuova ondata di polemiche arrivi mentre si discute del decreto legge sulla sicurezza. Negando ancora una volta i riscontri in materia di razzismo istituzionalizzato, non si fa altro che silenziare le esperienze dei gruppi marginalizzati. Una tendenza che mina lo Stato di diritto e rischia di isolare il nostro Paese a livello internazionale.

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