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Liz Truss pare non amare le mezze misure. Già qualche mese fa, prima della sua contrastata elezione a primo ministro, avevano destato scalpore e perplessità le foto in cui si era fatta ritrarre, in tenuta mimetica, mentre si sbracciava da un tank in Ucraina. Così non devono sorprendere le sue recenti, roboanti dichiarazioni sulla disponibilità a scatenare una guerra nucleare, “premendo il bottone, se necessario”. Se le sue posizioni sul conflitto russo-ucraino erano da tempo note, viene certo da chiedersi il perché questa ambiziosa ex dirigente aziendale, laureata in filosofia e scienze politiche a Oxford, mostri un volto così arcigno e abbia pensato di inaugurare il suo mandato con minacce urbi et orbi.

Al di là dei limiti caratteriali del personaggio, sulla cui vita privata si sono sbizzarriti i tabloid inglesi (e la cui ascesa ha suscitato non poche preoccupazioni nei tory, che tutto sommato continuavano a pensare che fosse meglio Johnson), l’impressione è che Truss voglia trasmettere una immagine di forza e di determinazione. Immagine importante nel momento in cui gli inglesi si trovano a fare i conti con una crisi sociale senza precedenti, e per molte famiglie si prospetta un autunno in cui dovranno scegliere tra fare la spesa o scaldarsi. In fondo, anche dallo scontro con l’altro competitor alla massima carica dello Stato, Rishi Sunak, Liz Truss è uscita vittoriosa perché è riuscita a conquistare i membri del Partito conservatore in virtù di un messaggio semplice e diretto: ha promesso di ridurre le tasse, di liberarsi dalle leggi e dai vincoli della Unione europea, di cancellare la quota, presente nelle bollette, destinata all’energia verde e a finanziare progetti di tipo ambientale.

Un voto né utile né dilettevole?

È stata la settimana del voto utile. L’arma totale, che il segretario del Pd aveva in serbo per la sua campagna elettorale, è infine stata attivata. Se la destra prende il 70 % dei consensi – ammonisce Letta – potrà cambiare a sua immagine la Costituzione. Dobbiamo fare muro, solo un voto al Pd nei collegi uninominali ridurrebbe l’affermazione della Meloni.

Non sembra che la mossa abbia prodotto un risultato. I commenti degli opinionisti, sia dei quotidiani sia dei talk show, sono stati generalmente molto scettici, se non proprio critici. Il “Corriere”, pur esibendo una sua diffidenza per l’annunciata affermazione del centrodestra, ha stigmatizzato la strategia dei democratici. Folli e Polito hanno insistito sulla contraddittorietà del ritornello di Letta, dopo le ultime capriole con Conte, Calenda e infine Fratoianni. “Repubblica” tiene il gioco per ragion di Stato, ma cerca di spostare il baricentro della polemica sui contenuti economici, usando Cottarelli come fustigatore della flat tax. I sondaggi registrano puntualmente questa dinamica, dando il Pd in logoramento, addirittura sotto la fatidica soglia del 20%, mentre Conte e Calenda sembrano relativamente in ripresa, pur rimanendo comunque sotto i rispettivi tetti annunciati.

Genietti malefici o comici della commedia all’italiana?

Tra Renzi e Calenda, quale dei due le destre dovrebbero ringraziare con maggiore abbondanza di salamelecchi? Ce lo si chiede, in questa vigilia elettorale che vede il cartello formato da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, nettamente favorito. Chi le ha avvantaggiate di più? Fermo restando che il mancato contrasto alle destre viene principalmente dalla funzione del Pd, il partito-sistema che non sa vedere i mutamenti e le radicalizzazioni della realtà sociale italiana, attenendosi a un moderatismo privo di spessore, in cui le spruzzate di sinistra nelle sue candidature non possono cancellare la strutturale insufficienza del “partito sbagliato” (come lo ha definito Antonio Floridia), una risposta alla domanda potrebbe essere: in egual misura entrambi, visto che si presentano insieme alle elezioni. Ma gli antefatti contano almeno quanto i fatti: e se è vero che, con il fuggire subito dopo avere sottoscritto un accordo con il Pd, Calenda ha dato il colpo di grazia finale in un certo numero di collegi uninominali ancora contendibili, è anche vero che l’avanzata delle destre viene da più lontano (e nemmeno sarebbe giusto imputarla soltanto a Draghi e al suo governo, che indubbiamente le ha avvantaggiate, se non altro in virtù della doppia veste con cui esse hanno potuto presentarsi: al governo e al tempo stesso fuori dal governo, con una componente che si è configurata come l’unica opposizione di qualche consistenza in parlamento).

È Renzi, senz’altro, il genietto malefico che da segretario del Pd diede il “la”, nel 2018, alla risalita delle destre, messe in difficoltà dal qualunquismo grillino, che aveva drenato una grossa parte di voti. Come? Con la trovata di evitare qualsiasi accordo con i grillini, rendendo così possibile il primo governo Conte, quello gialloverde, molto spostato a destra, soprattutto per l’ossessiva propaganda anti-immigrati di Salvini. Un anno dopo, doppia giravolta di Renzi: per evitare le elezioni anticipate, governo con i 5 Stelle (il Conte 2) e al tempo stesso scissione dal Pd, con la costituzione dello pseudo-partito di “Italia viva” che, per quanto inesistente, lo rende tuttavia ago della bilancia al Senato (anche grazie all’appoggio del senatore Nencini del Psi postcraxiano, debitore a Renzi di una candidatura sicura alle elezioni precedenti, che gli permette di costituire un gruppo autonomo).

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Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.