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Cop27 sotto cattivi auspici

Speriamo di essere smentiti, ma ci sono pochi dubbi che la Cop27 (Conferenza delle parti), il summit sui cambiamenti climatici – aperto domenica a...

La questione della “agenda setting” del governo Meloni

Alzi la mano chi aveva pronunciato la parola “rave” più di tre volte negli ultimi dieci anni… si scherza, ma non troppo. Eppure il...

Leggi melonissime?

Primo decreto legge, ieri 31 ottobre, e prima conferma del giro di vite che un governo in camicia un po’ bianca e un po’ nera intende dare al Paese (alla “nazione”, come usa dire il presidente del Consiglio, senza rendersi conto della ridicolaggine dell’articolo maschile). Si tratta di un decreto cosiddetto “omnibus”, che contiene cioè un po’ di tutto – secondo una ormai consolidata, per quanto deprecabile, tradizione –, ma il punto ovviamente non è questo, quanto piuttosto il suo contenuto. Viene introdotta una nuova fattispecie di reato: quella del delitto di rave party, si potrebbe dire. Pene severissime per chi organizza feste o raduni con più di cinquanta persone in aree di ogni tipo, anche dismesse: il che potrebbe includere, a discrezione di prefetti o organi di polizia, qualsiasi occupazione di suolo pubblico o privato – anche quelle, eventualmente, a fini di recupero sociale. Nello specifico, si tratterà di vedere come sarà tradotto in legge il decreto, ma le premesse appaiono pessime.

Altro punto controverso, quello che riguarda l’“ergastolo ostativo”, difeso a spada tratta dalla premier e oggetto, invece, di critica da parte del suo ministro della Giustizia, il più liberale Nordio. A monte, c’è un pronunciamento da parte della Corte costituzionale. Non è ammissibile che un ergastolano – sia pure un incallito criminale – non possa accedere ai benefici di legge (come, per esempio, uscire dal carcere e poi rientrarvi nel corso della giornata) se non sia divenuto, nel frattempo, un collaboratore di giustizia. Ciò significa venire meno al principio di una pena non spietatamente punitiva ma rieducativa – e si potrebbe dire che configuri una sorta di ricatto di Stato nei confronti del detenuto: o ti penti o butto via la chiave della tua cella.

Opposizione insieme “ideologica” e “nel merito”

Un’opposizione che si rispetti, in parlamento e fuori, dovrebbe essere “ideologica”, come si dice con un termine piuttosto approssimativo, e al tempo stesso “nel merito”. Per esempio, Giorgia Meloni, che ha studiato le lingue, si è autodefinita una underdog – una “sottocane”, si potrebbe tradurre alla lettera, un po’ per ridere, pensando alla sua discendenza da “cani” di ben altra rabbiosa violenza. Più precisamente, una “svantaggiata” o addirittura una “diseredata”: una persona che non ha santi in paradiso, come si direbbe a Napoli, che cioè si è fatta da sé e viene dal basso. Bene, un discorso che apparirà ideologico consiste nel sottolineare come un regime reazionario di massa derivi proprio dalla combinazione dei due aspetti: dal sovversivismo delle classi dirigenti, come lo chiamava Gramsci, pronte a correre qualsiasi avventura pur di difendere i propri interessi (nel caso italiano odierno si tratta soprattutto del blocco borghese del Nord, che vota indifferentemente per la Lega o Fratelli d’Italia), e dal rampantismo di qualcuno proveniente dai ceti popolari. Una ragazza della Garbatella cresciuta senza padre, in questo senso, è perfetta. Su di lei possono proiettarsi e convogliarsi tutte le frustrazioni – anche una femminile volontà di rivalsa priva di femminismo – che la nostra società produce e riproduce senza posa. Tuttavia, questo è il punto, secondo l’interesse prevalente degli altri, ossia di quelle classi dirigenti che intendono lasciare invariato lo status quo. Sembra una rivolta – ed è una conferma degli equilibri esistenti.

L’amalgama scomposto dei più poveri con i più ricchi, o tra chi ha potere e chi non ne ha, è infatti il segreto dei populismi contemporanei. Di essi Meloni, in Italia, non è che il più recente avatar – avendo il nostro Paese conosciuto, con il partito azienda di Berlusconi, ormai quasi trent’anni fa, l’irruzione nella scena politica di un populismo mediatico e privatistico: qualcosa che, con l’apporto della Lega (Umberto Bossi, come Meloni, era anche lui un “figlio del popolo”), confermava gli interessi di quelli che, come si sa, tendono a pagare meno tasse possibile, mettendo i propri dipendenti in una condizione di “servitù volontaria” grazie all’attivismo del loro “fare impresa”.

Meloni, il vecchio che si veste di nuovo

Dunque Giorgia Meloni ha la maggioranza in parlamento: ha agevolmente ottenuto la fiducia alla Camera, e, mentre scriviamo, si appresta a riceverla anche nell’altro ramo del parlamento. Possiamo archiviare, per ora, le fibrillazioni post-elettorali, la bagarre per le poltrone ministeriali, le voci dal sen fuggite (più o meno volutamente) che qualcuno, con scarso senso della realtà, ha sperato fossero sufficienti a non far nascere il governo di destra-centro.

Dal punto di vista dell’immagine, farebbe un errore chi sottovalutasse la forza del messaggio simbolico rappresentato da una donna al vertice del governo. Sono tutti legittimi i distinguo sulla estraneità (per alcuni aspetti la contrarietà) della neopresidente del Consiglio alle battaglie femministe; ma la forza del “nuovo” sarà prevedibilmente un formidabile propellente della sua popolarità. Propellente rafforzato dalla rapidissima riscrittura della narrazione dominante, con l’affettuosa attenzione nei confronti di Meloni, da parte di opinionisti e testate giornalistiche, fino a ieri impegnate a lanciare allarmi più o meno drammatici sui rischi che un successo di Fratelli d’Italia e dei suoi alleati rappresentava per il Paese.

Meloni prima di Meloni

Un incontro fulmineo, poco più del tempo per un caffè, una sola voce, quella di Giorgia Meloni, a parlare con Sergio Mattarella per l'intera...

Cos’è stata l’estrema destra in Italia e cos’è oggi

Qualcuno si sarà sorpreso dell’uso, in un nostro articolo (vedi qui), di un’espressione tipica del linguaggio dell’odio come “topo di fogna”, sia pure tra virgolette: “Come! Un giornale riflessivo e serio come il vostro, che intende rompere con l’andazzo linguistico della comunicazione tramite Internet e i social media, si lascia andare a un epiteto così scomposto?”. Ma stavamo facendo una citazione dagli anni Settanta, un decennio in cui le parole forti, in particolare nei confronti dei neofascisti, erano moneta corrente. E la cosa singolare era che, almeno in parte, questo era accettato dalla stessa estrema destra. Una rivista lanciata da Marco Tarchi – ideologo del Movimento sociale italiano, poi espulso per contrasti con i dirigenti – si chiamava “La voce della fogna”, a sottolineare con ironico orgoglio, e come una rottura “rivoluzionaria”, ciò che l’appartenenza al sottosuolo designava. In questo modo, pur nell’autocompatimento a volte compiaciuto, la vicenda dei militanti neofascisti, provenienti dalla lugubre esperienza di Salò, fu una storia insieme interna ed esterna al sistema politico. Da una parte, c’era tutto il risentimento per come era terminata la guerra civile – con le fucilazioni (secondo alcuni della parte avversa perfino poche), per l’esposizione dei cadaveri a testa in giù a piazzale Loreto, con un certo numero di epurazioni, e così via. Dall’altra, però, c’era una proterva volontà di stare nel gioco politico secondo lo slogan “né rinnegare né restaurare”. Così il neofascismo doveva essere veramente qualcosa di nuovo, pur nella continuità con il passato, la cui rivendicazione era racchiusa nel simbolo di quella fiamma tricolore che, secondo alcune interpretazioni, sorgeva dalla tomba di Mussolini.

Superfluo dire che l’obiettivo fu largamente raggiunto. Non solo il Msi non fu mai messo al bando (come richiesto a più riprese da associazioni partigiane, partiti e gruppi della sinistra), ma addirittura i suoi voti in parlamento furono determinanti in un certo numero di passaggi. Senza neppure riferirsi alla complicata e breve vicenda del governo Tambroni del 1960, che innescò quasi una ripresa della guerra civile, basti pensare che il presidente della Repubblica Leone, nel 1971, fu eletto con l’apporto decisivo dei voti missini. Ciò a segnalare una strutturale incapacità, o non volontà, da parte della Democrazia cristiana, o di alcune sue correnti, di evitare di ricorrere al “soccorso nero” sotto il peso delle proprie beghe interne.

Una legislatura costituente? 

Se questa che sta per aprirsi sarà davvero la legislatura costituente – come noi non ci auguriamo, ma come si augura Marcello Pera, indimenticato ex presidente del Senato per via dell’atteggiamento zelante nei confronti del suo capo, e oggi uomo delle riforme di Giorgia Meloni –, sarà perché qualcuno, fuori dall’area di destra-centro, ci metterà lo zampino. Non solo perché la coalizione di governo non ha raggiunto l’ambita soglia dei due terzi dei seggi in parlamento (che le avrebbe permesso un’autonomia di manovra nell’affossamento della Costituzione), ma anche perché la maggioranza, all’apertura della nuova legislatura, si presenta litigiosa e in difficoltà, tanto che non c’è ancora un accordo sui nomi dei presidenti delle Camere. Lo troveranno, certo, e forse ci beccheremo al Senato il sanbabilino Ignazio La Russa, che menava le mani nelle piazze milanesi tra i Sessanta e i Settanta, mentre alla Camera dovrebbe arrivare il leghista Giorgetti o Molinari. Da una parte, le aspirazioni presidenzialiste-autoritarie; dall’altra, quelle del regionalismo estremo e devastatore. 

In ogni caso è chiaro che “sorella Giorgia” sta affrontando non pochi problemi a tenere insieme la sua incerta armata, tra i bisogni senili di Berlusconi e le manie di grandezza del già “capitano” leghista. In più, ha avuto parecchi rifiuti dai nomi sui quali puntava per il super-ministero dell’Economia, così avendone ricavato che Mattarella non sta facendo granché per sostenerla. In realtà, Meloni non ha altri a cui affidarsi, se non appunto il presidente della Repubblica, che dovrà certificare il grado di affidabilità del suo governo, avendo anche il potere di non firmare i decreti di nomina dei ministri: perché il Quirinale non è un luogo della rappresentanza del potere ma quello in cui esso stesso si definisce, il deep-State del Paese, dove si regolano gli orologi. Per questo la leader di Fratelli d’Italia è stata cauta, fino a sparire dai radar: non vuole fare mosse false per poi doversi ritirare per un no del Colle. Non vuole ripetere il “caso Savona”.

Meloni europeista. E il “riscatto”?

È già passata la grande paura? Sembra proprio di sì, se si fa una comparazione fra il grande allarme di qualche mese fa per...

Previsioni sulla legislatura che sta per aprirsi

È piuttosto improbabile che il governo di Giorgia Meloni riesca a durare cinque anni e a condurre a termine la diciannovesima legislatura repubblicana. Su questo, come si sa, puntano tutto gli improvvisatori Calenda e Renzi per potere venir fuori con il loro “ecco, l’avevamo detto noi!”. Del resto Renzi è un consumato playmaker di giochini parlamentari: nella legislatura appena trascorsa ha reso possibile il governo Conte 1 (quello dei grillini con la Lega) grazie al suo intransigente non possumus, salvo poi transigere l’anno seguente alleandosi proprio con i grillini (il Conte 2), provocando una scissione nel gruppo del Pd, e diventando così l’ago della bilancia al Senato. Il che gli ha permesso di affossare Conte tirando fuori dal cappello Draghi (diventato poi il beniamino anche di Letta), secondo i desiderata della Confindustria e di altri. Insomma Renzi, e Calenda con lui, sono i signori delle “larghe intese”. Peccato che con il loro 8% scarso alle elezioni, con una ventina di deputati e solo nove senatori, non siano determinanti da nessuna parte. Sarà per la prossima volta.

Il pallino di questa legislatura è nelle mani di Berlusconi (almeno finché si trascinerà in vita). Come avevamo scritto qui, d’altronde, Giorgia Meloni è postfascista non meno che postberlusconiana; anzi più la seconda cosa che la prima, a dire il vero. Nel prefisso “post-” sono impliciti alcuni dei tratti di quello che c’era in precedenza: se l’estrema destra europea ricicla alcuni degli elementi dei fascismi storici, ciò non vuol dire che non innovi anche un po’ (si pensi, per dirne una, al “femminismo” di Meloni, alla sua decisione nell’affermarsi, qualcosa di sconosciuto ai tempi di Mussolini). In modo analogo, il governo Meloni sarà differente dai governi Berlusconi del passato: ma ne sarà anche, sotto più di un profilo, la prosecuzione. Il berlusconismo può essere camaleontico – cioè una cosa e il suo contrario – almeno quanto seppe esserlo il fascismo: quel populismo mediatico, che sdoganò i vecchi arnesi del Movimento sociale per i propri interessi più aziendali che politici (nel 1994), può ergersi adesso a difensore di una moderazione “europeista”.