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Meloni in doppiopetto (ovvero da Giorgio a Giorgia)

Nessun riferimento all’abbigliamento. Siamo quanto mai sul terreno politico: forse potrà sfuggire ai più giovani ­– ma gli altri dovrebbero ricordare il metodo usato, a suo tempo, da Giorgio Almirante per tentare di sdoganare il Movimento sociale, ricettacolo e “ombrello protettivo” (così disse Rauti) degli stragisti di Ordine nuovo. Si era nel 1972: allora i militanti del Movimento sociale, esplicitamente indicato da Meloni come il proprio punto di riferimento ideologico, tanto da conservare nel simbolo la fiamma tricolore – simbolo totalmente anticostituzionale –, andavano su e giù nelle piazze; e Ignazio La Russa, oggi consigliere esperto soprattutto in fatto di nomine, menava le mani che era un piacere. Nico Azzi, quello che si fece vedere in treno con “Lotta continua” sotto il braccio, prima di mettere a posto l’ordigno che gli scoppiò in mano, era un tesserato dell’Msi e via dicendo, si potrebbe proseguire a lungo. Ebbene, in quel contesto, Almirante si fece doppiogiochista, vestendo il “doppiopetto” di giorno, dunque perbenismo tutto sicurezza e tradizione, e continuando a gestire i camerati di notte. Era chiamata appunto la “politica del doppiopetto”.

Gli fruttò un botto elettorale che mise in crisi la Dc, cosa difficile allora; poi il successo calò, facendo rientrare nei ranghi l’Msi: gli spiegarono che c’era posto anche per loro ma non in quel modo, e anche la P2 fece la sua parte accogliendoli fraternamente nella propria casa. Giorgia Meloni non ha fatto che apprendere dal suo padrino politico: non rinuncia al simbolo, rivendica la sua origine, si tiene una classe dirigente spesso inquietante (troppe inchieste le sono cadute addosso), ma al tempo stesso ha cominciato a frequentare i salotti buoni, ed è arrivata piano piano sul palco di Rimini.

Meeting di Rimini. Una Comunione e liberazione draghiano-meloniana

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Elezioni, la parola a numeri e sondaggi

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Presidenzialismo, non solo nei sogni golpisti

Nei sogni di tutte le bande fascistoidi che hanno architettato senza successo colpi di Stato in Italia, alla fine c’è sempre stato il presidenzialismo....

Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.

Le illusioni di Letta

Di fronte alla direzione nazionale del Pd, il 26 luglio, Enrico Letta ha detto delle cose fuori dalla realtà. Il segretario vuole illudere e probabilmente autoilludersi. Anzitutto non è vero che con questa legge elettorale non si possa arrivare a una sorta di pareggio. Nel 2018, con oltre il 32% dei voti e una maggioranza relativa sia alla Camera sia al Senato, il Movimento 5 Stelle poté dire di essere arrivato primo, ma ebbe bisogno di costruire maggioranze a destra e poi a sinistra per andare al governo. Non era esattamente un pareggio, ma qualcosa che gli assomigliava. E, visto che Letta ha imperniato tutto il suo discorso su “o noi o Meloni”, nulla vieta che, con un distacco minimo a favore della lista del Pd o di quella di Fratelli d’Italia per il raggiungimento della palma del primo posto, la differenza possa essere esile al punto che si possa parlare di un pareggio.

Di più, con un vantaggio sui 5 Stelle di ben quaranta deputati e di quasi trenta senatori, nel 2018 il cartello delle destre (identico a quello che si presenta oggi) restò parecchio lontano dalla maggioranza assoluta alla Camera e al Senato, tanto da non potere, pur con quei numeri, proporre nulla nel senso di un governo suo proprio. La legge elettorale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, è congegnata in modo tale che il risultato più probabile che ne possa venire fuori è quello di coalizioni da costruire in parlamento. In questo caso, ammesso che il Pd risulti il primo partito, con chi mai potrà fare il suo governo? È la domanda a cui Letta dovrebbe rispondere. E la risposta non può che essere: anzitutto con il Movimento 5 Stelle (a meno che questo non precipiti ulteriormente), e poi con i berlusconiani e la parte centrista del cartello delle destre. Punto.

Desiderio centrista e legge elettorale

I panni sporchi si lavano, eccome. In pubblico, però. E così nel centrodestra non si fa mistero della delusione, per non dire incazzatura, di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia per la gestione Salvini delle trattative quirinalizie, concluse con la rielezione di Sergio Mattarella al Colle. Dovranno ricucire i rapporti, i due. Lega e Fratelli d’Italia, la destra sovranista e populista italiana, non possono separarsi.

È vero, nel Carroccio c’è un sottile mal di pancia politico, una differenziazione di prospettive tra l’ala movimentista di Matteo Salvini e i governisti draghiani del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Friuli e del Veneto, Fedriga e Zaia. Le divergenze sono così profonde da potere condurre alla scissione? In trent’anni di vita, la Lega non è mai arrivata al punto di non ritorno. Vediamo quello che accadrà nelle prossime settimane. E c’è poi ciò che rimane del grande “sogno” berlusconiano, Forza Italia. Che ha rotto l’unità interna della coalizione, dichiarando di voler giocare autonomamente la partita Quirinale, proprio in dirittura d’arrivo. Lo stesso Silvio Berlusconi vorrebbe ritrovarsi in una casa centrista, anche se è consapevole che, per arrivarci, deve attraversare le forche caudine della riforma elettorale.

Legge elettorale, Letta delude e sceglie lo statu quo

Complice la tradizionale presentazione del libro natalizio di Bruno Vespa, c’è stato un annuncio deludente e a sorpresa di Enrico Letta, segretario del Pd: “La legge elettorale non cambierà perché il parlamento non è in grado di trovare un’intesa su una nuova legge”.

È una dichiarazione di resa (forse nel tentativo di aprire una trattativa con il centrodestra su chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale dal gennaio 2022). Con Letta, a presentare il volume di Vespa, c’era Giorgia Meloni che ha subito detto di essere d’accordo con il suo interlocutore.

Meloni a Madrid in formato “nero Vox”

Presentata dal conduttore dell’evento come “la speranza di tutti i patrioti”, Giorgia Meloni sale sul palco di Vox, a Madrid, accolta con entusiasmo dalle...

Tra Meloni e governisti, il dilemma della Lega

C’è un passaggio dell’intervista al “Corriere della sera” nella quale il governatore del Veneto, Luca Zaia, anima governista della Lega, chiarisce: “Siamo due gemelli siamesi, la Lega di governo e quella di lotta”. Generoso Zaia, che sa mentire bene di fronte all’evidenza. Ricordare che la Lega è sempre stata un movimento di lotta e di governo forse potrà rassicurare i padri fondatori del Carroccio, ma in realtà, oggi, nessuno più, dentro e fuori della Lega, crede alla fiaba che fu inventata nel secolo scorso da un pungente vignettista, Giorgio Forattini, quando rappresentò il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, come un pantofolaio seduto in poltrona, indicandolo così come leader di un partito di lotta e di governo. Quindi un conservatore.

La Lega di Matteo Salvini sta perdendo smalto, si sta lentamente trasformando nella balena bianca che fu la Democrazia cristiana. Un partito centrista, come dimostrano i risultati elettorali in Veneto, dove la Lega continua a essere il primo partito con medie di voti altissime. A destra – quel che non vede Zaia, anzi rimuove – è che si è aperta una “cannibalizzazione” nella lotta politica. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha superato la Lega in molte città, mentre nelle roccaforti leghiste si è avvicinata pericolosamente ai risultati del Carroccio. E il suo elettorato si è astenuto laddove (come a Torino) non ha apprezzato il candidato da votare.