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Il caso Grillo e la solitudine di Conte

Un blackout durato ventiquattr’ore. Tanto ci ha messo, all’incirca, Giuseppe Conte a prendersi le sue responsabilità da leader in pectore del Movimento 5 Stelle e “smarcarsi” (come hanno titolato quasi all’unisono molti quotidiani) da Beppe Grillo e dal suo video-invettiva sul caso del figlio indagato per stupro. Pur con parole di comprensione umana verso “l’angoscia” familiare del fondatore e garante dei 5 Stelle, l’uomo che gli ha chiesto di guidarne la rifondazione, l’ex presidente del Consiglio ha riposizionato il Movimento sui due principi cardine devastati nel messaggio del suo sponsor politico: il rispetto per la presunta vittima e quello per la magistratura. Per la ragazza che ha denunciato le violenze, che ha diritto quanto i potenziali imputati ad affrontare il processo senza subire aggressioni e condanne mediatiche: “Non possiamo trascurare che in questa vicenda ci sono anche altre persone, che vanno protette e i cui sentimenti vanno assolutamente rispettati”, e che ha diritto a denunciare entro un anno dal fatto, in forza della legge sul cosiddetto Codice rosso (approvata, peraltro, nel 2019 con il M5S al governo), che ha raddoppiato il tempo a disposizione delle vittime. E per il procedimento in corso a carico di Ciro Grillo e dei suoi amici, perché “l’autonomia e il lavoro della magistratura devono essere sempre rispettati”.  

Fondo monetario e patrimoniale, un’inversione di tendenza

“A new Washington consensus”: con questa roboante espressione Martin Sandbu ha commentato sul Financial Times la rinnovata sintonia fra Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca mondiale (Bm) e governo degli Stati Uniti (o più precisamente il Dipartimento del Tesoro) sulle politiche economiche e fiscali da adottare per l’era post-pandemia. Il “Washington consensus” è la definizione data a quella tendenza delle tre istituzioni “vicine di casa”, negli anni della globalizzazione, a viaggiare di conserva applicando in modo alquanto rigido a gran parte del mondo le ricette neoliberiste: privatizzazioni, liberalizzazioni, arretramento dello Stato, moderazione fiscale. La notizia è che torna in auge il “big government” dichiarato finito da Ronald Reagan, all’epoca dei suoi drastici tagli di tasse che hanno avviato la stagione del boom delle diseguaglianze. Lo Stato non è più temuto come troppo interventista, le tasse non sono più unanimemente considerate un freno per l'economia, “gli economisti delle istituzioni multilaterali sembrano a volte molto rilassati”, osserva il FT, nonostante il ritorno di un poderoso deficit spending da parte delle nazioni più ricche. “Una conversione che farebbe vergognare Paolo di Tarso”, scrive ancora il commentatore senza frenare l'enfasi, raccontando l’evoluzione delle posizioni di Fmi e Bm.

Un documento in particolare ha attratto l’attenzione degli osservatori internazionali: il Fiscal Monitor pubblicato dal Fondo monetario, pubblicizzato col titolo “A fair shot”, la dose giusta (di vaccino) ma anche la dose “equa”, “non solo nelle braccia delle persone ma nelle vite delle persone”, precisava il tweet di lancio dell'iniziativa. Per chi avesse dubbi, si parla di politiche fiscali e spesa pubblica.

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