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Conte contro il riarmo, in equilibrio su un filo

Il 19 febbraio del 2021 “Youtrend.it”, sito specializzato nell’analisi dei sondaggi e delle tendenze politiche e sociali, pubblicò la supermedia dei sondaggi politici, la sua tradizionale sintesi che incrocia i dati delle diverse rilevazioni demoscopiche sui partiti. Con il via libera al governo Draghi, appena insediato, il Movimento 5 Stelle era stimato al 14,8% delle intenzioni di voto degli italiani. Tredici mesi dopo i 5 Stelle, secondo la stessa fonte, sono al 12,7%. Impossibile non ricordare che la stessa forza politica aveva largamente superato il 30% nelle urne solo quattro anni fa. Non può sorprendere, dunque, la scelta di Giuseppe Conte di avviare una campagna di comunicazione che provi a rianimare la sbiadita identità politica del Movimento.

Appena riconfermato leader da un plebiscito online fra gli iscritti, con oltre il 94% dei votanti a suo favore – ma era candidato unico ed è atteso comunque a un nuovo round di ricorsi giudiziari –, Conte ha scelto come tema privilegiato il “no” all’aumento, entro un biennio, delle spese militari al 2% del Pil. Aumento che è un’antica richiesta di Washington, finora ignorata, assecondata con moderazione o procrastinata dai governi italiani e dalla maggioranza dei partner della Nato.

Se il fisco ama i ricchi

Ignazio La Russa, esponente di primo piano di Fratelli d’Italia – e storico dirigente prima del Movimento sociale italiano, poi di Alleanza nazionale –, ha proposto recentemente di prelevare dal reddito di cittadinanza (provvedimento con molti detrattori, ne parlammo qui) le risorse finanziarie per l’incremento delle spese militari. Un limpido e coerente manifesto politico-sociale, che nel panorama italiano attuale rischia di trovare adesioni molto oltre i confini della destra postfascista. Una nuova, buona motivazione per non perdere di vista il tema cruciale delle disuguaglianze e degli assetti sociali reali della società italiana, travolti come siamo da un dibattito pubblico monopolizzato dalla violenza materiale della guerra e da quella virtuale, ma non meno pericolosa, della retorica bellicista.

Può essere di una qualche utilità, quindi, segnalare il lavoro di ricerca illustrato recentemente sul sito “lavoce.info” da Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro. Il titolo – “Sistema fiscale: la progressività è poca e mal distribuita” – descrive con chiarezza la tesi degli autori e giustifica, ci pare, il nostro interesse. Abbiamo più volte ricordato anche noi (fra l’altro qui e qui) come i governi che si sono succeduti abbiano costantemente lavorato per spuntare gli artigli della progressività fiscale, prescritta dall’articolo 53 della Costituzione, riducendo, nel corso di poco meno di mezzo secolo, da trentadue scaglioni a cinque (con Draghi si andrà a quattro) le aliquote Irpef e abbassando drasticamente il tetto di quella più alta, passata da 600 milioni di lire a 75mila euro, nominalmente un quarto, ma in termini di potere d’acquisto reale la differenza è ancor più spiccata.

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