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5 Stelle, il “partito-non partito” con un piede nel passato

Qual è l’identità del movimento pentastellato e quali gli scenari delle prossime alleanze con il Pd?

19 Agosto 2024 Paolo Barbieri  1197

(Questo articolo è stato pubblicato il 15 marzo 2024)

“La notizia della mia morte è grossolanamente esagerata”: la leggenda vuole che Mark Twain, sul finire dell’Ottocento, abbia replicato così alle voci che lo volevano già passato a miglior vita. Notizie, annunci, previsioni di questo genere sul Movimento 5 Stelle ne leggiamo e ascoltiamo ormai da un paio di lustri: se non esagerate, certamente si sono finora dimostrate tutte premature, come dimostrò, un anno e mezzo fa (ne parlammo qui), l’inattesa risalita, rispetto ai sondaggi che li davano in caduta libera, dei suoi consensi nelle elezioni politiche. D’altro canto, anche la previsione “governeremo col Pd”, lanciata recentemente da Giuseppe Conte da uno studio televisivo (forse per motivare gli elettori abruzzesi, che però a quanto pare non hanno accolto la promessa con eccessivo entusiasmo) potrebbe rientrare nella stessa categoria di notizie certamente premature.

La rielezione di Marco Marsilio alla presidenza dell’Abruzzo, comoda anche se non plebiscitaria come si credeva fino a qualche tempo fa, ha scatenato nuovamente le letture interessate sul flop del cosiddetto “campo largo”, l’alleanza Pd-5 Stelle, che in questo caso inglobava anche Azione e Italia viva, contrariamente a quello della corsa vincente di Alessandra Todde in Sardegna. Secondo l’Istituto Cattaneo, che ha offerto con la consueta tempestività la sua analisi a caldo sui flussi elettorali (pur limitando il campione, per ragioni statistiche, alla sola città di Pescara), “il Movimento 5 Stelle perde elettori del 2022 soprattutto verso l’astensione”, mentre “la micro-area ‘Renew Europe’ costituta da Azione, Italia viva e +Europa ne perde soprattutto verso il centrodestra”; dati apparentemente diversi, ma in realtà complementari e non casuali, che dimostrano come in politica “la somma non fa il totale”, parafrasando Totò (vedi qui), e le ammucchiate indistinte spesso non sono una soluzione vincente, perché generano spinte centrifughe fra gli elettori delle forze più distanti fra loro.

La stampa militante – nel senso che milita contro il patto Pd-5 Stelle, e tendenzialmente manifesta ostilità tanto verso il leader stellato Conte, quanto verso la linea unitaria della segretaria dem Elly Schlein – ha rilanciato la tesi secondo la quale il Movimento 5 Stelle è disponibile all’intesa solo se ne assume la guida, come appunto in Sardegna, e soprattutto che i suoi elettori sono “infedeli”. Il patto, dunque, sarebbe a perdere, manco a dirlo per una parte sola, quel Pd i cui vertici al momento non sembrano intenzionati a tornare – non del tutto, perlomeno – ai bei tempi dell’agenda Draghi.

Le alleanze difficili

L’asse Schlein-Conte verrà nuovamente messo alla prova in Basilicata dove si è raggiunto in extremis un accordo di “campo largo”, anche se non larghissimo, visto che esclude Iv e Azione, quest’ultima rappresentata a livello regionale dalla potente famiglia ex Pd dei Pittella. Meno probabile appare, per ora, un’intesa in Piemonte, nel feudo della vicepresidente 5 Stelle, Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la quale dovrebbe dare il via libera all’intesa con un Pd locale storicamente ostile al Movimento, e che in passato non ha lesinato gli sforzi contro di lei, non solo nella lotta politica ma anche in quella trasferita sul terreno giudiziario. Fin qui, lo scenario delle alleanze. Ma le vicende delle ultime settimane ripropongono qualche domanda più specifica: che cos’è oggi il Movimento 5 Stelle? Quale identità esprime?

Forse parlare di identità è ancora oggi eccessivo, per una forza politica che – a quasi quindici anni dalla sua nascita formale – non ha ancora trovato il modo di fare un vero congresso. Il posizionamento politico, però, è sufficientemente leggibile, comprensibile: almeno sulle grandi questioni come la guerra, l’ambiente, la giustizia sociale, la condizione dei lavoratori. Il Movimento 5 Stelle è passato da Luigi Di Maio che tuonava “o i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma” a Conte che riceve a casa sua, in una domenica di febbraio, il leader della Cgil, Maurizio Landini, per parlare di industria dell’auto, di salario minimo, di guerre. Soprattutto sui temi dell’Ucraina, del riarmo globale, del massacro dei palestinesi, l’ex presidente del Consiglio ha un atteggiamento che lo colloca in una posizione di maggiore sintonia con il mondo pacifista e con le battaglie di papa Francesco rispetto a quella che può vantare con il Partito democratico, anche se Conte prevede di poterci governare insieme in futuro, e lavora almeno per tentare intese locali a tutti i livelli. I sondaggi, per ora, garantiscono ai 5 Stelle un galleggiamento senza grossi patemi d’animo tra il 15 e il 18% in vista delle europee, mentre le urne continuano a deludere le attese quando si tratta di consultazioni amministrative.

Le “persone note”

Un tempo gli esponenti dei 5 Stelle giustificavano le batoste locali con il mancato radicamento territoriale: ma il “partito nuovo” di Conte ha da tempo puntato proprio sul rafforzamento di comitati e coordinamenti locali e regionali. Eppure, le elezioni regionali (e la Basilicata probabilmente non farà eccezione), e quelle nella gran parte delle città grandi e piccole, continuano a regalare delusioni alla lista stellata. Perché? Una risposta ha provato a darla Gianluca Castaldi, il coordinatore regionale abruzzese, ex parlamentare con due mandati alle spalle e quindi non rieleggibile a cariche pubbliche per le rigide regole interne del Movimento: all’indomani della sconfitta nella sua regione, ha rimesso il suo mandato da dirigente nelle mani di Conte. “Non abbiamo persone note”, ha spiegato in una intervista a “Repubblica”, ricordando che “avevamo due consiglieri regionali uscenti portatori di voti, ma che per il limite dei due mandati non erano ricandidabili e quindi siamo andati in difficoltà”.

La forza politica, nata con l’intento dichiarato di smantellare il professionismo politico, oggi lamenta il fatto di non poter valorizzare i suoi “professionisti” a causa del limite ai mandati elettorali. Una regola nella quale non crede più quasi nessuno, nel Movimento, salvo forse Conte, che essendo stato eletto solo nel settembre del 2022, ha la tranquilla prospettiva di poter restare in parlamento e alla guida dei 5 Stelle per altri otto anni. Interpellato sul punto, Roberto Fico – grillino della prima ora ma anche ex presidente della Camera, tra le figure di maggiore prestigio relegate in panchina dal sacro totem dei due mandati – ha risposto così al “Fatto quotidiano”: “Finché ci sarà questa regola, io la rispetterò”.

Già, ma fino a quando? In attesa di una risposta, il Movimento 5 Stelle resta nel limbo fra il “non partito” delle origini (che aveva anche un suo “non statuto”) e il partito che ha già governato con tutti (o quasi) gli altri, ma resta incompiuto. Una forza che può contare quasi esclusivamente sul voto di opinione, i cui umori sono estremamente volatili, come ha imparato a sue spese più di un leader politico nazionale che, dalle vette del 30 o del 40% dei voti raccolti magari in una singola consultazione elettorale, ha poi dovuto fare i conti con i dolori della caduta verticale.

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Tags5 stelle alleanze elettorali Basilicata elezioni regionali Elly Schlein Giuseppe Conte Paolo Barbieri Pd

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