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(Questo articolo è stato pubblicato il 27 settembre 2021) Non ci vuole il mago Merlino per indovinare come andrà a finire: se il centrosinistra...

Regionali francesi. Sembra inattuale il duello Macron-Le Pen

I risultati del secondo turno delle elezioni regionali francesi hanno sostanzialmente confermato le indicazioni del primo. Si è trattato, come previsto anche in un...

Cosa dicono i risultati delle regionali francesi al primo turno

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Anche la sinistra di Madrid non funziona?

Pessimo segnale per la sinistra europea il risultato delle elezioni nella Regione di Madrid, dove si è votato martedì. Esce sconfitto il “modello spagnolo”, cioè il governo che, dal 13 gennaio 2020, vede insieme socialisti del Psoe e Podemos. È un esecutivo che unisce insieme sinistra di governo e sinistra radicale accanto ad alcune liste regionali (Podemos nacque dal movimento de los indignados che si sviluppò a iniziare dal 2011). Si tratta di una unità di governo non facile, maturata dopo due elezioni politiche senza né vinti né vincitori nel 2015 e 2016. Non fu semplice, infatti, convincere Psoe e Podemos che dovevano provare a governare insieme come voleva gran parte dell’opinione pubblica iberica. Non c’erano alternative, se non tornare alle urne. Ma i socialisti erano considerati troppo “moderati” da Podemos, mentre questi ultimi erano ritenuti “poco affidabili” da chi ha avuto in varie legislature responsabilità governative (Felipe González, Luis Rodríguez Zapatero). Fu la necessità a fare virtù. Il governo di sinistra era però pure il tentativo di sperimentare un’alternativa al moderatismo blairiano, clintoniano o renziano. A provare a spostare a sinistra il baricentro di una forza che si candida al governo ci aveva già provato Jeremy Corbyn in Gran Bretagna con esiti disastrosi, anche per via della Brexit. Ora, dopo il voto di Madrid, sotto i riflettori finisce la Spagna del premer socialista Pedro Sánchez che sembrava aver imboccato la strada giusta.

La sconfitta della sinistra a Madrid è cocente. I Popolari capeggiati da Isabel Diaz Ayuso, 42 anni, presidente uscente della Regione di Madrid, ora lanciata come leader nazionale, hanno stravinto anche se per governare avranno bisogno dell’astensione di Vox (9%), formazione di estrema destra che non cela nostalgie per i decenni della dittatura di Francisco Franco, definitivamente sdoganata e con velleità di puntare al governo della Spagna.

Torna l’ombra della Catalogna (e dei suoi “prigionieri politici”) sull’Europa

Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Catalogna. Separatismo indipendentista? Riscrittura del patto di coabitazione in una Spagna confederale? Convivenza tra Barcellona e Madrid, come una coppia che non può divorziare? Il “problema Catalogna” torna questione irrisolta nella realtà spagnola del 2021. E non può essere ignorato dal resto d’Europa.

Il Partito socialista catalano (Psc) è stato il più votato con il 23%, ottenendo 33 seggi (li ha raddoppiati). Un successo, soprattutto nella metropoli Barcellona, per la forza principale che governa la Spagna insieme a Podemos, da sempre disponibile a discutere forme di riforma costituzionale ma non di divisione unilaterale del Paese. Affermazione pure delle liste indipendentiste, forti nelle zone rurali: Sinistra repubblicana (Erc) di centrosinistra con il 21, 3 per cento dei voti e 33 seggi; Insieme per la Catalogna (Junts per Catalunya), di centrodestra, con il 20% dei voti e 32 seggi, Candidatura popolare unita (Cup), di estrema sinistra, con il 6,6 % dei voti e 9 seggi.  Questi partiti hanno quindi 74 seggi per governare. La quota della maggioranza assoluta è stabilita in 68. Da non dimenticare, però, che l’astensione ha superato il 47 per cento, complici forse la pandemia e pure una certa stanchezza per il braccio di ferro con Madrid che non trova soluzione. Da segnalare, infine, l’inquietante affermazione di Vox, partito neofranchista di estrema destra, con il 7,6% dei voti, e il risultato di Comú Podem (Unidas Podemos), formazione di sinistra con il 6,8% dei voti. Forti flessioni al “centro” per Ciudadanos (5,5, passa da 30 deputati a 6) e per il Partito popolare (solo il 3,8).