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Cosa dicono i risultati delle regionali francesi al primo turno

La composizione sociologica della notevole massa astensionista ha influenzato la prima tornata elettorale, in cui prevalgono i due partiti storici presenti con esponenti locali sui territori, ma reggono bene sinistra ed ecologisti soprattutto se uniti. Una cartina di tornasole – in attesa della conclusione delle votazioni il 27 giugno – utile in previsione delle presidenziali del 2022

24 Giugno 2021 Sandro De Toni  1121

Non bisogna sbagliarsi, non si deve credere a chi parla di un ritorno dei vecchi partiti dell’alternanza, gollisti (Les Républicains) e socialisti. Oppure di una Le Pen e di un Macron fuori gioco. È vero, i sondaggisti avevano previsto che il Rassemblement national (l’ex Front national) sarebbe arrivato in testa in quasi tutte le Regioni. Così non è stato e nella stessa Regione della Provenza e della Costa azzurra, la roccaforte di Marine Le Pen, il candidato di estrema destra ha solo quattro punti di vantaggio sul suo concorrente gollista, che godrà al secondo turno della desistenza di socialisti, verdi, comunisti e persino del voto dei seguaci di Mélenchon. I risultati su scala nazionale non sono facili da sintetizzare per via della varietà delle liste presentate nelle tredici diverse regioni. In ogni caso si può affermare che i gollisti hanno conseguito un buon risultato (vicino al 30%), arrivando primi seguiti dai socialisti (con varie coalizioni), mentre il partito lepenista e le liste di Macron sono attorno o sotto il 10%.

In realtà, i risultati sono ampiamente distorti da un astensionismo monstre: solo un terzo degli aventi diritto si è recato alle urne. Ma il dato grezzo della partecipazione dice ancora poco. L’astensionismo si è manifestato soprattutto nell’elettorato di Jean-Luc Mélenchon (75%) e di Marine Le Pen (71%). È la composizione sociologica della massa astensionista che deforma i risultati. Vanno a votare gli elettori più anziani e quelli con un buon livello di istruzione nonché con un reddito più elevato. Un elettorato definito dai ricercatori di scienze politiche “legittimista”, cioè disponibile a rinnovare la sua fiducia ai presidenti in carica, per l’appunto socialisti o gollisti per lo più. In queste condizioni è chiaro che la destra classica ha più chance. Gli stessi ecologisti, ringalluzziti dai risultati di alcune precedenti elezioni comunali, avevano delle aspettative rivelatesi poi eccessive anche se sono progrediti quasi dappertutto.

Il problema concerne soprattutto i partiti “personali” – il Rassemblement national, La République en marche di Macron o La France insoumise di Mélenchon – molto forti nelle elezioni presidenziali ma che spesso non hanno un quadro dirigente radicato nei territori. E viceversa, i due partiti storici presenti con leader locali sui territori regionali riescono con difficoltà a incidere sul piano nazionale.

La realtà sociologica dell’elettorato comunque non spiega tutto. Bisogna considerare anche che in Francia le Regioni (che in realtà sono macro-regioni rispetto a quelle italiane e dunque più distanti dai cittadini), malgrado la riforma voluta da Hollande nel 2015, non hanno potere legislativo e dispongono di poche risorse. Anzi lo Stato ha ridotto o soppresso diverse imposte locali sostituendole con trasferimenti da parte dell’erario nazionale. D’altronde, lo Stato francese è sempre stato molto centralistico. Le elezioni regionali non esercitano dunque un grande appeal sugli elettori. Il sistema istituzionale francese ruota intorno all’elezione del presidente della Repubblica e gli altri confronti elettorali vengono considerati da molti cittadini come residuali.

Un discorso a parte merita la sconfitta delle liste del partito di Macron, malgrado l’impegno di diversi ministri. Quasi mai queste liste riescono a partecipare al secondo turno (ci vuole almeno il 10% dei voti espressi).

La sinistra e gli ecologisti nel loro insieme reggono. Queste forze si sono presentate con modalità le più diverse, spesso in concorrenza, in diversi casi unite. Per capire il quadro, cito solo alcuni casi regionali facendo riferimento alle alleanze del partito di Mélenchon, con nomi spesso fantasiosi: “Le temps des cerises” (“Il tempo delle ciliegie”), “L’appel inédit” (“L’appello inedito”) oppure “On est là!” (“Siamo qui!”).

Quando La France insoumise è da sola o alleata del Pcf, con Génération.s (frutto di una scissione socialista) o con i trotskisti, come in Alvernia, in Borgogna, in Bretagna, nell’Est, nella regione parigina, in Normandia oppure in Occitania, le percentuali oscillano tra il 5 e il 10%; quando si raggiunge l’accordo con i verdi (Centro, Hauts de France, Loira) il risultato si impenna dall’11 fino al 19%.

La strada da seguire per le presidenziali, con tutte le difficoltà, è dunque chiara, quella dell’unità delle sinistre e degli ecologisti per potere accedere al secondo turno. Lo hanno compreso le tre liste che nella regione parigina hanno deciso di confluire in un’unica aggregazione per il secondo turno candidando l’ecologista Julien Bayou. Qui il compito era facilitato da risultati tra loro molto vicini tra le tre forze principali: verdi 12,9%; Partito socialista 11, 1%, La France insoumise 10,2%. Di fronte avranno Valérie Pécresse, presidente uscente della destra gollista, che ha raggiunto al primo turno il 36%.

La tornata di domenica prossima 27 giugno ci aiuterà a capire quanto questa strada sia percorribile.

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