Una sentenza politica. Taranto è stata tradita e adesso la ex Ilva, “Acciaierie d’Italia”, potrà continuare ad avvelenare il territorio. È una doccia fredda la sentenza del Consiglio di Stato, entrato a gamba tesa contro l’ordinanza del Tar che aveva confermato, invece, quella del sindaco della “città dei due mari”, il quale aveva deciso la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria a causa del rischio sanitario.

Nelle motivazioni del Consiglio di Stato, si legge che “non c’erano i presupposti di necessità e urgenza” per l’ordinanza del sindaco, e dunque il suo era un provvedimento illegittimo. Anche il Tar avrebbe sbagliato, e, riguardo alla sentenza di condanna in primo grado nel processo per l’inquinamento ambientale, che pure ipotizza un inquinamento doloso (e non colposo), il Consiglio di Stato ha fatto finta di nulla.

Ora, come in una partita di ping-pong, di rimpalli tra politica e magistratura, il pallino torna alla politica. E potrebbe forse aprirsi uno spiraglio positivo. I giudici amministrativi hanno chiarito che dall’istruttoria “il quadro che emerge è tutt’altro che univoco sui fatti”, e che i fatti – quelli che hanno portato il sindaco a firmare l’ordinanza di chiusura dell’area a caldo – “sono fenomeni isolati che non dovrebbero ripetersi”.

Come il mago Otelma i giudici prevedono il futuro, tranquillizzano, ammaliano i lavoratori e i cittadini. Per nascondere che, invece, hanno premuto l’acceleratore sulla “ragion di Stato” per soddisfare le lobby dell’acciaio, e anche per venire incontro ai sindacati del Nord, preoccupati del fatto che, senza area a caldo di Taranto, l’acciaio italiano rischierebbe molto.

Proprio ieri, martedì mattina, i lavoratori ex Ilva di Cornigliano hanno scioperato per protestare contro l’apertura della procedura di cassa integrazione da parte dell’azienda. E la Fiom-Cgil ligure, da parte sua, insiste nel ribadire che “il mercato dell’acciaio sta vivendo un momento di crescita impetuosa”. Mentre la Fim-Cisl tira un sospiro di sollievo chiedendo “certezze e investimenti”.

E dunque Taranto cosa vuole? La chiusura dell’area a caldo? I giudici amministrativi romani hanno fatto una scelta politica consapevoli che, dando ragione al Tar, la situazione sarebbe precipitata irrimediabilmente, perché il timer della chiusura dell’area a caldo sarebbe scattato dopo appena sessanta giorni.

Ora il governo dovrà intervenire. Il ministero della Transizione ecologica sembra sprofondare nel buco nero della inutilità. Ma potrebbe avere un ruolo decisivo nella “decarbonizzazione” e nell’alimentazione degli altiforni a idrogeno. Persino l’atto di coraggio del segretario del Pd, Enrico Letta, che è andato a Taranto per lanciare la parola d’ordine “decarbonizzazione”, sembra uno spot pubblicitario a confronto del decisionismo del ministro Giorgetti (Lega) che non ha mai creduto alla chiusura dell’area a caldo.

Dunque lo scontro che si annuncia è tutto dentro il governo e l’esito non sembra scontato. Gli ambientalisti di Peacelink lasciano intravedere nuovi contenziosi giudiziari. In un comunicato chiariscono: “È inaccettabile il rischio sanitario attestato dalla nuova ‘valutazione danno sanitario’ che certifica per il futuro un elevato rischio cancerogeno, in base all’attuale autorizzazione integrata ambientale a sei milioni di tonnellate/anno per l’azienda”.

Taranto, a fatica, aveva ritrovato una sua unità. Gli ambientalisti non avevano sfondato dal punto di vista elettorale, consegnando la città a un sindaco Pd. La novità, però, è stata che il sindaco e il Pd hanno maturato una posizione molto decisa sulla “decarbonizzazione”. Il sindaco chiede un accordo di programma e un piano di chiusura dell’area a caldo e una corretta valutazione del danno sanitario.

È come se la partita si giocasse sul tempo. Se il governo sponsorizzerà la transizione ecologica della ex Ilva, risarcendo Taranto, allora sarà solo un problema di accettazione dei tempi necessari perché si chiuda l’area a caldo, mentre partono i nuovi altiforni ecologici. Se c’è malafede, il tempo è solo una presa in giro. E Taranto ne soffrirebbe ancora molto.

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