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Il ritorno di un mistero

Fu omicidio quello di Sergio Castellari, nel 1993? Cosa nostra e l’interesse dei servizi nelle ammissioni dell’ex killer Avola. E si riaffaccia anche il caso di Raul Gardini

30 Maggio 2025 Guido Ruotolo  1428

All’epoca, fu archiviato come suicidio, sebbene ci fossero forti dubbi perché appariva come un suicidio molto “anomalo”. Il corpo di Sergio Castellari, che era stato fino a pochi mesi prima il direttore generale del ministero delle Partecipazioni statali, fu ritrovato nelle campagne tra Sacrofano e Formello, appena fuori Roma, la mattina del 25 febbraio del 1993. Nella ricostruzione circa il ritrovamento del corpo, lo scrittore Carlo Lucarelli (nella puntata del 31 ottobre 2001 della trasmissione televisiva “Blu Notte. Misteri d’Italia”) racconta: “Il corpo è in cima a una collinetta, steso sulla schiena. Ha il braccio sinistro piegato sul petto e il destro allungato sul terreno con le mani aperte e le dita leggermente flesse”.

E ancora: “Tra le gambe, ha il mozzicone di un sigaro, e accanto gli viene trovata una bottiglia di whisky mezza vuota. In testa ha il buco di un colpo di pistola, un piccolo foro tondeggiante sulla parte destra dell’osso temporale, il segno di un proiettile che gli ha attraversato la scatola cranica ed è uscito da dietro, 4 cm sopra l’orecchio sinistro. Infatti addosso ha una pistola. Un revolver a tamburo, una piccola Smith Wesson calibro 38, con la canna di due pollici. Sembra un suicidio. È un suicidio. Forse. Sulla bottiglia di vetro che conteneva il whisky non ci sono impronte, nessuna. È completamente pulita. E poi sul sigaro ci sono tracce di saliva, e la prova del Dna rivela che alcune di queste appartengono a una donna. L’autopsia dice che il colpo che ha attraversato il cervello dell’uomo, uccidendolo, lo ha paralizzato sul colpo. Eppure la pistola ha il cane alzato e sembra quasi che abbia la canna infilata nella cintura. Nel tamburo della pistola, inoltre, manca un proiettile”.

A non convincere, allora, era il ritrovamento della pistola in quella posizione. Nella puntata di “Blu Notte” sulla morte di Sergio Castellari, Manlio Averna – esperto balistico a cui fu affidata dalla procura di Roma la perizia sulla pistola ritrovata sul corpo di Castellari – espresse forti perplessità sul suicidio, propendendo per l’omicidio dell’ex direttore generale delle Partecipazioni statali. “Osserviamo preliminarmente che il cane della pistola è armato. Se adesso facciamo riferimento al funzionamento dell’arma, ci accorgiamo che dopo lo sparo il cane rimane abbattuto, non (essendo) un’arma semiautomatica in cui il cane viene riarmato ricaricato automaticamente, quindi il cane va giù. Pertanto riportarlo su, necessita di un movimento volontario e anche abbastanza diciamo difficile da eseguire, perché la dimensione del cane è abbastanza piccola in relazione al pollice, la mano sudaticcia potrebbe sfuggire e quindi è un movimento sicuramente volontario. La fotografia, scattata poco tempo dopo il ritrovamento del cadavere, mostra lo stato del tamburo dell’arma non soggetto a manipolazione successiva al ritrovamento. Si vede una camera vuota e, intorno alla camera vuota, un alone abbastanza visibile che denuncia la presenza di una quinta cartuccia. Perché la camera vuota? Perché il tamburo della Smith Wesson ruota in senso antiorario e quindi chi ha tolto uno dei due bossoli spenti ha ritenuto che il tamburo ruotasse in senso orario, e quindi, chiudendolo sul bossolo spento, andasse sopra una cartuccia. E invece no, è andato sulla camera vuota. Perché due bossoli spenti? Io ritengo che quello di Castellari è stato un omicidio”.

È il 26 giugno del 2024: a Caltanissetta, nel corso dell’incidente probatorio per la strage di via D’Amelio, davanti al gip Santi Bologna, l’avvocato di parte civile, Fabio Repici, chiede al killer Avola: “Uomini di Cosa nostra hanno mai fatto omicidi nell’interesse di uomini dei servizi segreti?”. Avola risponde affermativamente. Repici chiede se lui stesso avesse partecipato a uno di questi omicidi. “Sì. Poco prima del mio arresto”.

Avola fu arrestato il 28 febbraio del 1993. Il corpo di Castellari fu ritrovato tre giorni prima. Lui non ricorda il nome della vittima, ma riconduce quell’omicidio a Roma, e lo inquadra al di là del contesto delle stragi Falcone e Borsellino: “Questi omicidi sono più importanti, sono vicende più grosse della strage Borsellino, non come persone ma perché con loro si apre (si aprono scenari devastanti, ndr) uno squarcio che non va bene”.

Avola non fa il nome di Castellari, ma in quelle settimane del febbraio 1993 non ci sono stati altri omicidi. È possibile che faccia riferimento all’omicidio Castellari? E in caso positivo quale sarebbe lo scenario devastante che aprirebbe? Avola non ha inteso riferire nulla su questa vicenda, e la procura di Caltanissetta non lo ritiene attendibile. Ma, nelle ultime settimane, gli sviluppi delle indagini della procura della Repubblica di Reggio Calabria sembrano invece confermare la validità delle dichiarazioni del killer catanese di Cosa nostra.

Dopo sei anni di indagini, dunque, Maurizio Avola potrebbe avere raccontato la “verità”, intanto, sull’omicidio del sostituto procuratore della Cassazione, Antonino Scopelliti, il 9 agosto del 1991. Secondo il suo racconto sarebbero stati i catanesi di Cosa nostra (con Matteo Messina Denaro), in trasferta a Reggio Calabria, a uccidere il magistrato, che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nell’udienza in Cassazione per le conferme delle condanne al maxiprocesso a Cosa nostra. Il killer Avola ha fatto ritrovare il fucile che uccise il magistrato, e si è collocato sulla scena dell’omicidio (“io guidavo la moto, il figlio di Nitto Santapaola, Enzo, ha sparato”).

La partecipazione di uomini di Cosa nostra catanese al di fuori della Sicilia, e la loro abilità criminale, trovano riscontro in uno dei killer di Giovanni Falcone, il boss di Altofonte Nino Gioè, che, durante una conversazione ambientale registrata dalla Dia, il 15 marzo 1993, nel covo di via Ughetti a Palermo, confida a un altro mafioso: “Quattro, cinque picciotti catanesi sono a livello di terroristi, di fedayn, loro ne sanno di queste cose, perché io ci sono stato insieme in cose particolari che interessano pure a noi”. Pochi mesi dopo, nel luglio, Antonino Gioè fu ritrovato morto in una cella del carcere di Roma. A cosa si riferiva quando parlava di iniziative “particolari”?

Anche Avola, nell’incidente probatorio davanti al gip di Caltanissetta, parla di omicidi al plurale. Lui dice di avere partecipato a un omicidio a Roma. Ma c’è un altro “suicidio” eccellente che lascia molti dubbi.

Ancora Carlo Lucarelli, nella puntata di “Blu Notte”, rievoca il suicidio di Raul Gardini che, presidente della Ferruzzi, scalò la Montedison dando vita al colosso pubblico-privato di Enimont. È il 23 luglio del 1993, quattro giorni prima delle stragi mafiose di Roma e di Milano. Servizio mandato in onda dal Tg3: “Questa mattina, ore 07:00, Gardini si alza, fa colazione, legge i giornali; 08:30 nella camera da letto al pianterreno di palazzo Belgioioso Gardini si uccide. Un colpo di pistola alla tempia; 08:45 il maggiordomo trova Gardini riverso sul letto, indossa l’accappatoio. Sul comodino un biglietto, un suo biglietto da visita ai familiari, con i nomi della moglie Ighina, dei tre figli, Ivan, Eleonora, Maria Speranza, della suocera Elisa, sotto una sola parola: ‘Grazie’”.

Commenta Lucarelli: “Un suicidio, così stabilisce l’inchiesta, anche se, come succede sempre in questi casi, qualche dubbio rimane. Perché quella mattina nel palazzo nessuno ha sentito lo sparo? Perché la pistola è stata trovata lontano dal corpo di Gardini, sul piano di un mobile? Perché sul cuscino non sono state ritrovate tracce di polvere da sparo?”. Quel 23 luglio, Raul Gardini doveva essere interrogato dal pool di Mani Pulite. Il 16 luglio Raul Gardini aveva scritto una lettera di trentanove righe ai sostituti procuratori, Di Pietro e Greco, nella quale si dichiarava pronto a dare la sua “più ampia e illimitata disponibilità, a ragguagliare le signorie vostre illustrissime su tutti i fatti che saranno ritenuti per loro di interesse”. Insomma, Gardini è disposto a parlare, a confessare per evitare di finire in carcere. Altri segreti dovevano ancora essere scoperti, come gli intrecci finanziari e di affari tra le società della Ferruzzi e quelle palermitane legate a Cosa nostra.

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