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Ex Ilva, l’attesa e la morte

A Taranto un operaio perde la vita per una griglia metallica instabile. Prosegue la trattativa per la cessione degli impianti a un fondo di Miami

11 Agosto 2026 Guido Ruotolo  3133

(Questo articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2026)

L’attesa è ormai snervante. Migliaia di lavoratori, di famiglie, aspettano di capire quale sarà il loro destino, dovendo fare i conti solo con le promesse, le dichiarazioni fugaci sui giornali, consapevoli di assistere a una lenta e inesorabile eutanasia dell’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa. Al di là di promesse e sussurri sulla scelta del governo di puntare a vendere i gioielli e gli impianti arrugginiti del gruppo al fondo speculativo americano Flacks (ma formalmente non siamo ancora nella fase delle trattative esclusive e privilegiate per l’affondo finale e l’effettiva cessione del gruppo siderurgico pubblico italiano), Taranto celebra i funerali dei suoi figli morti sul lavoro nei reparti dell’acciaieria.

Martedì 20 gennaio, si sono svolti i funerali di Claudio Salamida, precipitato dall’altezza di sette metri per una griglia metallica non fissata, instabile. Salamida era impegnato a eseguire un controllo delle valvole del convertitore 3 di Acciaieria 2. Reparto oggi sotto sequestro giudiziario, con indagini aperte e ben diciassette indagati, dal direttore generale di Acciaierie d’Italia in giù.

In questi giorni, però, fa anche riflettere molto, e pone domande angoscianti per il futuro della siderurgia pubblica che si vuole regalare ai privati, la lettura delle oltre 240 pagine alla base della causa intentata dagli attuali amministratori straordinari di Acciaierie d’Italia contro i precedenti gestori del gruppo, il colosso della siderurgia mondiale Arcelor Mittal. Il processo si celebrerà a Milano. L’ex Ilva chiede sette miliardi di danni. È vero che la causa, come ricorda “Milano Finanza”, ha una funzione esplicita di tutela non solo della società ma anche dei creditori. E dunque è sicuramente una condizione per favorire la vendita del gruppo, rassicurando i compratori sulle pendenze giudiziarie e finanziarie. Con enfasi, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, parla di “una delle cause di risarcimento più significative della nostra storia”. Il timore di Taranto è che con Flacks la storia possa ripetersi. Nell’incipit dell’atto di citazione, depositato al tribunale di Milano, viene esplicitata la sostanza delle accuse: “Lo stato degli impianti ex Ilva, dopo la gestione ArcelorMittal, è risultato particolarmente compromesso con oltre mille criticità complessive con impatto diretto sulla continuità operativa e sulla sostenibilità degli stabilimenti”. Gli amministratori straordinari chiedono un risarcimento ad ArcelorMittal “per pregiudizio economico” nel periodo della loro gestione, dal 2018 al 2024.

Il pregiudizio, il disastro finanziario e impiantistico non nasce da errori o “imperizie”, bensì da “una precisa strategia perseguita con continuità”, da “una serie di condotte illecite e di atti di ‘mala gestio’ posti in essere dai componenti del disciolto consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia (Adi) in concorso con Amsa (società di ArcelorMittal) dalla costituzione della società Adi, il 18 maggio del 2018, e protrattasi sino alla procedura di amministrazione straordinaria avviata il 29 febbraio del 2024, per il perseguimento di interessi estranei a quelli della società”. E così le disastrose condizioni finanziarie, “erano frutto di una strategia precisa e perseguita nel tempo, volta a trasferire sistematicamente e unilateralmente risorse finanziarie dalla società alla sua società madre”.

“Signori, questo è il capitalismo cinico e baro!”, verrebbe da dire. ArcelorMittal ha avviato “una governance parallela degli stabilimenti attraverso la presenza nell’azienda di figure esterne a cui furono affidati ruoli di gestione nei fatti. Si è trattato di una strategia unitaria, consapevole e protratta nel tempo, per saccheggiare la società, per favorire l’improprio trasferimento di valore dalla società ad Amsa”.

Insomma, il bilancio di questa sciagurata avventura di ArcelorMittal a Taranto – riassumono i commissari straordinari nella loro denuncia al tribunale di Milano – è “la riduzione della capacità produttiva dei complessi aziendali con la conseguenza perdita dei ricavi. E pone la necessità di ingentissimi investimenti per procedere nell’immediato a interventi di manutenzione straordinaria indispensabili per assicurare la messa in sicurezza e il ripristino della ordinaria operatività degli impianti produttivi”. Di sfuggita, i commissari ricordano anche di avere denunciato per truffa aggravata i precedenti amministratori per la possibile manipolazione dei dati sulle emissioni di CO2, volta a ottenere illegittimi vantaggi nell’assegnazione delle quote di emissione gratuite”. E dire che ArcelorMittal doveva rilanciare Taranto dal punto di vista della sua capacità produttiva, investendo capitali per ammodernare gli impianti e aumentare la produzione, ma anche sfruttando la rete commerciale della azienda madre, ArcelorMittal. Invece siamo al disastro: una storia documentata in una denuncia per risarcimento al tribunale di Milano.

Il declino dell’ex Ilva – ci racconta la cronaca di queste settimane – è fatto anche di molti e inesorabili strappi. A partire dai licenziamenti dei lavoratori delle ditte d’appalti di servizi, pulizie e ristorazione, alla decimazione degli “effettivi” messi in cassa integrazione nei reparti chiave di una fabbrica d’acciaio. Con l’ingresso, appunto, nel mondo della cassa integrazione di ormai circa 3.600 lavoratori degli impianti tarantini su meno di ottomila “diretti” dipendenti dell’ex gigante industriale. Interi reparti chiudono i battenti per “risparmiare i costi di produzione (comprando il coke altrove)”, come le tre batterie della cokeria. Oppure, inspiegabilmente, vengono messi in cassa integrazione la metà dei lavoratori delle manutenzioni.

È una corsa contro il tempo, la cessione della fabbrica. Debiti su debiti, ogni ora che passa si polverizzano montagne di euro. Il parlamento ha appena approvato uno stanziamento di 149 milioni, e sbloccati altri 108, per garantire la prosecuzione dell’attività produttiva di Taranto. Finora l’ex Ilva ha divorato oltre un miliardo e 189 milioni di finanziamenti.

Dunque, l’“americano” di Manchester, Michael Flacks, a capo dell’omonimo fondo speculativo di Miami, si starebbe per aggiudicare l’acquisto del gruppo Acciaierie d’Italia per un euro. Lo ha confermato in parlamento la sottosegretaria al ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto: “È stata valutata come preferibile l’offerta pervenuta da Flacks che prevede un investimento iniziale di cinquecento milioni. La decarbonizzazione è una delle condizioni poste nel bando di gara, compresa la salvaguardia di seimila posti di lavoro. La proposta Flacks è aperta a future partecipazioni anche pubbliche e di minoranza”. Parole rassicuranti? Nient’affatto. Intanto, il quadro della situazione di Taranto nelle parole della sottosegretaria Bergamotto è preoccupante: “Dei quattro altoforni ne è in funzione solamente uno, a causa del sequestro giudiziario di AFO1 (nel maggio scorso divampò un incendio nell’altoforno, ndr). Un secondo altoforno è chiuso da anni. AFO4 è in manutenzione per il pessimo stato in cui fu consegnato dalla precedente gestione”. Messaggio di speranza della sottosegretaria: “Appena verrà ultimato il revamping dell’AFO2, lo stabilimento sarà in grado di produrre quattro milioni di tonnellate annue, e questo in base all’Aia, Autorizzazione d’impatto ambientale, rilasciata a luglio dell’anno scorso”.

Alcune dichiarazioni di Michael Flacks sembrerebbero rassicuranti: “Abbiamo raggiunto una intesa col governo italiano per rilevare il più grande produttore di acciaio integrato europeo”. Gli americani vogliono che lo Stato mantenga una quota del 40%. “Stiamo impegnando fino a cinque miliardi di euro – aggiunge Flacks – per modernizzare le operazioni, comprese l’elettrificazione e il miglioramento degli altiforni, al fine di promuovere la decarbonizzazione, l’efficienza e la crescita sostenibile”.

Dunque passiamo ai forni elettrici e agli impianti di Dri (il ferro “preridotto” o acciaio “verde”)? Dovrebbe essere così. Il piano industriale del governo prevedeva tre forni elettrici a Taranto, e uno a Genova: dunque altrettanti impianti di Dri a Taranto e a Genova. Ieri, però, in una intervista a “Primocanale”, un’emittente televisiva ligure, Michael Flacks sulla ipotesi di un forno elettrico a Cornigliano, taglia corto: “È troppo presto per parlarne”, “il nostro piano è produrre acciaio verde”.

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