Sta diventando una storia di illusioni e inganni, di menzogne e di false speranze. Taranto è una pentola a pressione. In gioco è la sopravvivenza di diecimila famiglie. Ma anche la salute dei cittadini che vogliono vivere in un ambiente sano, non contaminato, non inquinato. Un mese per scoprire come finirà la vicenda dell’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa. La data dell’epilogo non è ancora scritta. Il 20 ottobre, con una convocazione straordinaria, le Sezioni unite della Cassazione dovranno decidere se accogliere i ricorsi presentati dai legali dell’ex Ilva: dunque, se sospendere la chiusura dell’area a caldo e riprendere la produzione di acciaio, in attesa della transizione ecologica. I giudici della suprema Corte hanno deciso di spiegare le ragioni della urgenza della “pubblica udienza”: “Si rende necessaria una celere trattazione dei ricorsi, in ragione degli interessi coinvolti dalla controversia che incidono su diritti fondamentali”.
Insomma, il rischio che a Taranto esploda una “bomba sociale”, così come denunciato dai sindacati, e poi le implicazioni che la decisione dei giudici milanesi hanno, tra l’altro, sulla politica industriale e occupazionale del governo, sulla salvaguardia di un settore strategico per il Paese, hanno suggerito alla Cassazione di fissare la convocazione urgente delle Sezioni unite. L’udienza pubblica si terrà otto giorni prima della chiusura dell’area a caldo, come stabilito dal decreto della Corte d’appello di Milano. Tecnicamente, anche se le procedure di spegnimento sono in corso, gli altiforni potrebbero riprendere a lavorare – se la Cassazione dovesse decidere di annullare la decisione dei giudici milanesi di chiudere l’area a caldo – e se gli stessi (in realtà, solo uno solo è in funzione, un altro in manutenzione e il terzo è sotto sequestro giudiziario) non saranno completamente raffreddati. Ancora un mese o poco più per la decisione della Cassazione. Sogni, illusioni, speranze, delusioni sconvolgeranno una città in queste lunghe giornate d’attesa. E qualsiasi decisione prenderà la Cassazione, aumenterà comunque la tensione in città.
È assurdo che questa drammatica vertenza nei fatti si sia già trasformata in un derby cittadino. Alla fine, ci saranno vincitori e vinti. Ed è l’ultima cosa che i lavoratori, i sindacati, gli ambientalisti si auguravano. Da una parte, i dipendenti siderurgici e i sindacati che – con sofferenza iniziale, ma poi con convinzione – hanno sposato la “riconversione ecologica degli impianti”. A partire dal 2012, da quando la procura di Taranto sequestrò l’acciaieria per inquinamento e disastro ambientale, arrestando imprenditori, dirigenti ex Ilva e amministratori pubblici. Dall’altra, i “ricorrenti” al tribunale di Milano, gli undici tarantini che hanno sottoscritto l’esposto, rappresentanti di una città che non accetta di subire il ricatto sull’occupazione per chiudere un occhio sulla salute dei suoi cittadini e su un ambiente inquinato. E chiunque vincerà è ben consapevole che l’epilogo della vertenza non è affatto deciso.
Riavvolgiamo il nastro degli eventi a ieri mattina, giorno in cui palazzo Chigi doveva incontrare i sindacati. Per un paio d’ore, è andata in scena la farsa, la commedia, la recita. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, stava perdendo tempo. Solo “chiacchiere”, hanno spiegato poi i sindacalisti. Il punto di partenza era la presa d’atto che, dal 28 ottobre, sarebbe stata sospesa la produzione dell’area a caldo, così come avevano decretato i giudici dell’appello di Milano.
Nell’incontro di ieri mattina, il governo aveva continuato a non chiarire ai sindacati quale piano aveva in mente per il futuro assetto del gruppo siderurgico. Mantovano non ha fornito alcun indizio sul possibile volume d’acciaio che l’ex Ilva green dovrà produrre. Né quanti forni elettrici saranno previsti a Taranto, né quanti saranno gli impianti di Rdi (“preridotto”), la materia prima che il forno elettrico trasformerà in acciaio. Infine, nessuna indicazione sulle risorse che serviranno. Qualcosa di più “compromettente” il sottosegretario Mantovano si è spinto a dire sulla gestione della crisi dal punto di vista occupazionale. Intanto, in attesa della Cassazione, le imprese dell’indotto hanno sospeso i 2.500 licenziamenti annunciati. Ma i numeri previsti dei lavoratori che finiranno in cassa integrazione sono impressionanti. Solo a Taranto si parla di 4.500-5.000 cassaintegrati.
Il governo si è impegnato a varare un decreto straordinario per integrare la cassa integrazione che porterebbe ai lavoratori soltanto un migliaio di euro al mese. Dovranno inventarsi qualcosa, governo e sindacati, sapendo che l’età media dei siderurgici dell’ex Ilva è di appena cinquant’anni e tre mesi. Un’intera generazione di lavoratori rischia di essere espulsa per sempre dal mercato del lavoro. Ma sulla ricollocazione dei lavoratori in esubero e sulla reindustrializzazione del territorio, al vertice di palazzo Chigi non è stata anticipata nessuna proposta. Domani i sindacati avranno un incontro tecnico con il governo, per definire la cassa integrazione speciale e il numero reale dei dipendenti che andranno fuori produzione. È stato annunciato, poi, che la settimana prossima si terrà un nuovo incontro dei sindacati a palazzo Chigi. Ma torniamo all’incontro che c’è stato. Breve pausa e colpo di scena. Il sottosegretario Mantovano annuncia la decisione della Cassazione di fissare al 18 ottobre una “udienza pubblica” per decidere sui ricorsi dell’ex Ilva. E, tirando un sospiro di sollievo, ha rinviato le decisioni a “quando il quadro sarà più definito”. Un classico “stop and go”. Luciano Manna, fondatore del blog “VeraLeaks”, fa un esempio, raccontando che venerdì scorso “la Dinamik, una nave salpata dal porto romeno di Costanza, ha scaricato a Taranto ‘bramme’ di acciaio, i semilavorati, prodotti dalle acciaierie del gruppo ucraino Meginvest”. I commissari straordinari dell’ex Ilva avevano già iniziato a fare i conti, con la chiusura dell’area a caldo. Tra un mese sapremo se quelle “bramme” saranno l’inizio di un nuovo giorno per Taranto.









