Siamo in un tunnel senza uscita. Oggi Taranto, Novi Ligure, Genova, Racconigi sono disperatamente unite da un unico destino. Costrette a intraprendere un viaggio senza ritorno. Quindicimila, ventimila famiglie sono in piazza, protestano, scrutano i segnali, vorrebbero risposte rassicuranti sul loro destino. È un pezzo di un’Italia produttiva sopraffatta dalla crisi, dalla incapacità del governo di governare la transizione, di fare i conti con lo stato di guerra permanente, in cui ormai viviamo e che diamo per ineluttabile, di dare risposte a un’intera generazione di lavoratori con una età media di cinquant’anni, che rischia di essere espulsa dal mercato del lavoro.
Non è vero che il 20 ottobre si saprà di che morte moriranno i diecimila lavoratori ex Ilva e migliaia di lavoratori degli appalti, dell’indotto. Come se tutto dipendesse dalla decisione che le Sezioni unite della Cassazione prenderanno a partire dal 20 ottobre. In quel giorno si discuterà. I legali dell’Ilva e dei cittadini tarantini, che hanno denunciato l’acciaieria rivendicando il diritto alla salute e a un ambiente sano, hanno depositato le loro considerazioni. Anche il procuratore generale ha espresso il suo parere (non vincolante).
I giudici supremi decideranno, scriveranno le loro motivazioni. Sposeranno la tesi della procura generale del “Palazzaccio”, e dunque rinvieranno le carte alla Corte d’appello di Milano per “riformare” il loro decreto di sospensione dell’area a caldo della ex Ilva di Taranto? E cosa succederà concretamente se questo dovesse accadere, come si augurano i lavoratori e i sindacati per avere una possibilità che l’acciaieria trasformata con la chiusura degli altiforni sostituiti da forni elettrici e impianti di produzione di “preridotto” (Dri) che in quei forni si trasformerà in acciaio? Ma che succederà se, al contrario, le Sezioni unite della Cassazione dovessero confermare il decreto della Corte d’appello di Milano, che ha deciso per la sospensione dell’area a caldo fino a quando i commissari straordinari e i proprietari degli impianti non avranno rimosso integralmente l’amianto presente negli impianti e adottato le misure necessarie per ridurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza?
Cosa succederà, insomma, in un caso o nell’altro? La situazione è senza prospettive in tutte e due le soluzioni. Anche i sindacati hanno dissotterrato l’ascia di guerra. Loro, che pure in questi ultimi due anni sono stati obbligati ad andare a vedere le carte del ministro del disastro industriale, Adolfo Urso, che prometteva una siderurgia green, tre forni elettrici, quattro impianti di Dri, disposti anche ad accettare le navi gasiere in rada nel porto di Taranto per alimentare con il gas gli impianti e i forni. E, quindi, la necessità di alimentare gli impianti con le navi gasiere.
Due anni di promesse e nulla più. Una doccia fredda per i lavoratori e i sindacati che, nel proclamare lo sciopero di ventiquattr’ore in corso in queste ore in tutti gli stabilimenti della ex Ilva e dell’indotto, hanno preso atto che, dopo il vertice di giovedì sera a palazzo Chigi, “l’unico aspetto oggetto attualmente della discussione con il governo è quello degli ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori del gruppo, senza una reale prospettiva di rientro al lavoro”.
Da quanto emerge dalla discussione di giovedì sera a palazzo Chigi, tra il 20 ottobre e il primo novembre dovrebbero maturare le condizioni per capire il futuro di Taranto. Il governo ha comunicato che la gara per l’ennesima volta chiusa, modificata e adesso riaperta, dovrebbe considerarsi definitivamente chiusa l’8 novembre. Una settimana dopo, il 15, come hanno comunicato i commissari straordinari ex Ilva al vertice di palazzo Chigi, si esauriranno le “code di produzione”: dunque gli impianti di Racconigi, Novi Ligure e Genova, oltre all’area a freddo di Taranto, chiuderanno i battenti. Quello che è stato deciso è che in ogni caso gli impianti non saranno riavviati – nel caso in cui arrivasse la decisione favorevole della Cassazione –, e nel frattempo nella acciaieria di Taranto, da giovedì notte, quando c’è stata l’ultima colata dell’altoforno Afo2, sono già stati sospesi gli impianti dell’area a caldo.
Il discorso che i sindacati hanno sentito farsi a palazzo Chigi è che non c’è più un euro a disposizione per far ripartire gli impianti. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, ha comunicato ai sindacati che al prossimo Consiglio dei ministri sarà approvato un decreto legge che garantirà il finanziamento della cassa integrazione per tutti i lavoratori coinvolti. Solo questo. Il governo – scrivono i sindacati nella proclamazione dello sciopero generale – non ha preso nessuna decisione “su quali strumenti straordinari bisognerà attivare per accompagnare questa fase con prepensionamenti, incentivi all’esodo, riqualificazione per una certa ricollocazione nel ciclo decarbonizzato”.
Il governo pensa forse di affrontare la crisi di Taranto e della siderurgia che fu pubblica come una questione di ordine pubblico? È questa la strada per ricompattare l’elettorato della destra. Oppure il governo Meloni si farà carico di una emergenza industriale e ambientale? È in grado di fare il suo mestiere, o è frastornato dall’odore di polvere e sangue di una campagna elettorale che si annuncia tesa?







