La cosa non fa una piega, almeno per un qualsiasi Tajani africano: privare le bambine dell’organo del piacere sessuale le renderà, da grandi, delle mogli più probabilmente fedeli e sottomesse, senza grilli per il capo. La pratica ha origini millenarie, con radici nell’Egitto dei faraoni, e si calcola che, nell’Egitto contemporaneo, circa il 90% delle donne abbia subìto l’escissione, nonostante le mutilazioni sessuali femminili siano illegali dal 2008. Naturalmente le Ong e le organizzazioni femministe in loco si battono contro questa pratica, ma le donne collaborazioniste, che sottopongono le figlie all’ablazione della clitoride alla vigilia della pubertà, quasi si trattasse di un rito di passaggio, restano in netta maggioranza rispetto a quelle che si ribellano all’atavico costume. E i nuovi media non aiutano: come si apprende da “Le Monde” del 19 settembre scorso, nel Mali un influencer vicino alla giunta militare dell’“uomo forte” Assimi Goïta – arrivato al potere a seguito di un doppio golpe, nel 2020 e nel 2021 – plaude su Facebook a un presunto “diritto di escissione”. A riprova del fatto che le odierne tecnologie della comunicazione servono anche ad amplificare e diffondere contenuti del tipo più retrogrado, contribuendo così a dare nuova vita alle vecchie tradizioni, per quanto assurde possano essere.
Se poi, come nel caso del Mali e della sua attuale posizione antifrancese e antioccidentale, si fa leva sui caratteri autoctoni di un’identità culturale, contro il neocolonialismo e le ingerenze esterne, ciò che – a un’osservazione improntata anche soltanto a un sentimento di empatia nei confronti di ragazzine sottoposte a una lesione così intima – appare mostruoso, diventa un tema immediatamente politico, come se la preservazione di qualsiasi tradizione fosse di per sé qualcosa di sacro, sebbene vada sempre sottolineato che non esiste alcuna prescrizione religiosa in merito alla soppressione del piacere sessuale femminile.
Tutta la faccenda si presta a una lettura di destra, la stessa che potrebbero fare i componenti dell’attuale governo italiano, che – diventati sostenitori di posizioni che loro non hanno fatto nulla per affermare, come quelle circa l’autodeterminazione della donna e la sua indipendenza rispetto a qualsivoglia costume patriarcale – sono pronti a far scattare l’hic sunt leones nei confronti delle popolazioni africane. Per noi di sinistra, invece, la questione è di quelle che ci interrogano profondamente. Se si rimane fermi alle tradizioni, infatti, zero possibilità per un discorso di emancipazione. Ma se si pretende di sbarazzarsi di un’usanza semplicemente sostenendo che è assurda, oltre che “barbarica”, si resta presi in un atteggiamento illuministico completamente privo di capacità autocritica, che pretenderebbe di cancellare, magari anche solo con il soft power, ciò che i movimenti progressisti locali non riescono a modificare con il loro intervento sul campo.
La questione, del resto, coinvolge inevitabilmente anche noi occidentali. Non tutti, ovviamente, ma i consumatori di sesso nero, se così vogliamo chiamarli evitando espressioni più forti (come quelle peraltro da me usate nel mettere in scena la vicenda grottesca di un turista sessuale in Chi scriverà questo romanzo? Il Puttaniere nero, edito da Castelvecchi), sono proprio direttamente implicati nella faccenda. E pur non disponendo di dati certi, non stentiamo a credere che il successo che riscuotono sulle strade delle nostre città e campagne le ragazze africane – al livello, quindi, di una prostituzione del tipo più povero – provenga anche, sia pure non soltanto, dalla circostanza che, nella stragrande maggioranza dei casi, risultano escisse.
Alla base dell’interesse che hanno le donne africane per l’ablazione della clitoride delle figlie, c’è il fatto che, prive di questa mutilazione, troverebbero più difficilmente marito: e questo in Africa significa parecchio in termini strettamente economici, perché sposare una ragazza, per lo più in giovanissima età, è un affare non di poco conto. C’è poi dell’altro, che sottilmente si insinua in modo tacito. Se una ragazza emigra in Europa, attraverso tutte le vicissitudini immaginabili, arrivando a destinazione sotto il dominio di un racket e di una maman, come farà a vendersi e a inviare a casa i pochi spiccioli che le resteranno, se non ha da offrire sul mercato quella preziosa merce esotica?








