Stile agile, in questo saggio che ha la forma di un racconto lungo, in cammino fra archivi e aule universitarie. Daniele Biacchessi, in Cento anni di storia d’Italia. Un paese smemorato tra revisionismo e memoria (Jaca Book, 2026) propone una carrellata sulla storia italiana dall’avvento del fascismo. La storia dei fatti, poi, si dirama nelle contese sulla memoria, sull’oblio, sull’identità nazionale.
Del fascismo sono segnati a dito tutti i mali: dallo squadrismo al colonialismo, dall’aggressione contro la Repubblica spagnola al controllo poliziesco: perché l’Ovra è “il cuore pulsante della sua polizia politica, lo strumento che garantisce il controllo totale sulla società”. A proposito di repressione, sono strazianti le pagine sulle carceri e il confino, che ancora adesso qualcuno chiama “villeggiatura”. Particolarmente dure le condizioni a Santo Stefano, con celle minuscole e buie e umide. A ricevere questi trattamenti furono anche Terracini, il presidente dell’Assemblea che ha scritto la Costituzione, e Pertini, il più amato fra i presidenti della Repubblica.
Da non perdere le considerazioni sul bavaglio alla stampa: sotto il fascismo “il giornalista non è più un osservatore critico della realtà, ma un funzionario morale del regime”. Grazie alle famose e minuziose veline del Minculpop, alcune così grottesche che a leggerle fanno quasi ridere, “il giornalismo italiano, in quegli anni, non scrive: trascrive”. Però. Consideriamo l’uso ambiguo proprio della parola “velina”, nel pieno del berlusconismo. Allora si cominciò a chiamare “veline” le ragazze che sgambettavano e parlottavano nei peggiori programmi televisivi, e raramente l’uso di un vocabolo fu così maligno. Una cosa spregevole, associata alla bellezza femminile diventata giocosa. Un fascismo tirabaci. Se le avessero chiamate “manganelline” o “svastichine” avrebbe funzionato lo stesso? C’è da rabbrividire.
Stanno a buon diritto, in questo volume, anche i famosi “treni in orario” del regime, un mito che nei primi anni Trenta non sfuggì a un’osservatrice d’eccezione, Marguerite Yourcenar: quella leggenda piaceva a tanti – così scrisse –, che però non si domandavano verso quale stazione finale quei treni corressero.
Quanto alla formazione della memoria negli anni successivi, si segnalano le pagine sulla guerra in Russia: il disastro contribuì a un drastico risveglio, alla presa di coscienza e all’antifascismo. Ma presto un carsico bisogno di autoassoluzione ostacolò la percezione della realtà e intorbidò le acque della memoria. Il mediocre film Italiani brava gente (regia di Giuseppe De Santis, 1964) prese il titolo da un modo di dire, o lo alimentò? Di certo è ambientato proprio in Russia, fra soldati italiani bonaccioni che più irrealistici non si può.
Biacchessi non dimentica la vicenda oscena dell’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi nazifasciste, custodito per mezzo secolo negli uffici centrali della giustizia militare, riemerso in modo mai chiarito, e la espone senza né pretese risolutive né gli assurdi trionfalismi di certe narrazioni modaiole. Su quei massacri, tranne casi rarissimi, la giustizia penale non c’è stata. I pochi risarcimenti alle famiglie colpite li sta pagando adesso lo Stato italiano, cioè chi paga le tasse. Dirlo in giro non sta bene, ma fra i vari tributi che paghiamo è nascosta una specie di “tassa Kesselring”, perché finanziamo il “fondo-ristoro” per le vittime, istituito nel 2022. Al risarcimento le vittime hanno diritto, ma a pagare deve essere la Germania.
Alcune pagine approfondiscono le varie forme di revisionismo, e prendono in esame specialmente Pisanò, De Felice e Pansa. Quello con la scrittura più scientifica, De Felice, fu parte di un’operazione lunga e furba, e non cambiò mai davvero campo; piuttosto si tolse un po’ alla volta la maschera, mentre in Italia, contemporaneamente e sempre un po’ alla volta, cambiavano i rapporti di classe e la politica.
Proprio perché l’analisi del revisionismo è vasta, incessante, il protagonista del racconto non smette di interrogarsi, imparare, insegnare. Così ci si rende conto che il revisionismo non è un comportamento di pochi studiosi, anzi: viene incontro a un bisogno diffuso di semplificare, assolvere, rendere tutto sopportabile. È vero, dopo la guerra le operazioni di cancellazione e alterazione cominciarono presto e contarono anche sul conformismo e sullo sfinimento: “Il dopoguerra non fu una resa dei conti. Fu una resa dei nervi”, perché “la coscienza collettiva non sopporta lo specchio”.
Da tener presenti le distorsioni sul delitto Matteotti. Per alcuni è un crimine isolato. Per altri un’aggressione senza un progetto omicida, sfuggita di mano; è una tesi entrata nel processo ai sicari, quello celebrato in Abruzzo e pilotato da Mussolini: la “farsa di Chieti”. C’è anche chi vede il movente in un imbroglio sul commercio di idrocarburi: è la “pista del petrolio”. Ricorda niente? Oggi c’è chi spiega i delitti Falcone e Borsellino con la “pista mafia-appalti”, e così si relega nella criminalità economica una storia legata alla politica. Le farse di Chieti non sono mai finite.
Quanto ai miti del fascismo “complesso” o “moderno” o “interessante”, Biacchessi li cestina insieme alla retorica dei “ragazzi di Salò”. È quella che propinava Luciano Violante, quando cercava consensi facendo piroette; nel 1998 andò anche a Trieste, con Gianfranco Fini, a celebrare un incontro che Antonio Tabucchi chiamò “blanchissage di Salò”.
La strada che va dalle ricerche negli archivi a un ciclo di lezioni è faticosa, ma il protagonista la segue tenacemente, lungo un percorso culturale e civile. Lo fa per il bene del Paese, quella cosa che adesso, con toni caporaleschi più che seri, qualcuno chiama a tutti i costi, ore rotundo, “la patria”.
Nella foto: un fotogramma tratto dal film Italiani brava gente di Giuseppe De Santis








