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Ha vinto la Costituzione, ora deve vincere anche la giustizia sociale

24 Marzo 2026 Luca Baiada  1719

Magnifico festeggiare: anche per noi di “terzogiornale”, la vittoria va goduta, è meritata. E proprio perché l’attenzione si concentra sulla giustizia, approfittiamone. Finita la sassaiola – l’ha voluta la destra – soppesiamo adesso le pietre volate, perché c’è da imparare. Il mondo associativo, quello riunito nei comitati, è stato vivacissimo, insieme con la parte più sveglia del mondo dei partiti e di quello sindacale. Il Comitato dei “quindici”, che “terzogiornale” non ha perso d’occhio (vedi qui), ha fatto il suo per precisare il quesito, che era stato scritto male. Un piccolo gruppo riesce a fare grandi cose. Il leaderismo non paga: contro ogni luogo comune, il decisionismo fa scivoloni e il pluralismo li corregge.

Gli approfondimenti sui flussi chiariranno meglio, ma già si vede che una bella quota di elettorato, che magari non va alle consultazioni politiche, per la Carta fondamentale si muove, eccome. Quanto coincide, questo “partito della Costituzione e basta”, con i giovani che non votano? Molto, speriamo: il classismo e la crisi li trattano male. C’è un quadro governativo sordo ai loro interessi, impegnato a punirli a ogni costo (indimenticabile il decreto contro i rave). Ma da oggi appare possibile cambiare le cose.

La par condicio non è stata sempre rispettata, e Articolo 21 ha accusato l’Agcom (vedi qui). Il fronte del “sì” non ha perso un’occasione per fare propaganda, anche con colpi bassi. Il voto dei fuori sede non è stato permesso; forse è stato un boomerang: una cosa è contare sulla pigrizia, un’altra è impedire il voto, specialmente quello dei giovani.

Lo schieramento per il “sì” dell’Unione camere penali, già notato da “terzogiornale”, va considerato. C’è una vecchia retorica sulla politicizzazione della magistratura. È più realistico, invece, notare la politicizzazione di un nocciolo duro dell’avvocatura penale. È un fenomeno da affrontare con metodo democratico. Dev’essere l’avvocatura stessa a prendere posizione, nell’interesse degli imputati e delle parti lese. La vicinanza alla destra, in questa vicenda una forma di aderenza organizzata, di una parte del ceto professionale – non è maggioritaria, ma è saldamente strutturata – dà pensieri che l’esito del referendum non supera. È facile ricordare gli avvocati perseguitati dal fascismo (fra loro c’era Sandro Pertini); e ci sono anche quelli perseguitati dai regimi dittatoriali di oggi.

Già la relazione della Commissione europea 2024 sullo Stato di diritto in Italia aveva espresso dubbi sulla riforma, specialmente sul sorteggio nel Csm, e aveva ricordato gli strumenti giuridici europei sull’elezione. Sono anche gli strumenti del Consiglio d’Europa; insieme con altri ancora, dimostrano che il sorteggio per i consigli giudiziari è un metodo non potabile, con conseguenze giuridiche negative. Dice bene Nello Rossi quando ricorda Giorgio Almirante come “maestro repubblichino” della presidente del Consiglio (vedi qui), perché, già mezzo secolo fa, Almirante propose il sorteggio per il Csm. Qui aggiungiamo: il successo di ieri cade, per un caso, nello stesso giorno dell’attacco partigiano in via Rasella del 1944. Oggi, 24 marzo, se avesse vinto il “sì”, dovremmo andare alle Ardeatine a fronte bassa.

La modifica proposta e respinta comportava questioni tecniche sottili. Attenzione. Italo Calvino scrisse che quella dei giuristi è una “non lingua”; però il potere politico, quando vuole, pur di condizionare la magistratura, parla lingue morte o immaginarie. Le dichiarazioni governative sul fatto se la riforma fosse in grado di migliorare la giustizia, oppure no, hanno fatto l’altalena sulle esigenze mediatiche. A proposito. Adesso verrebbe voglia di leggere le norme attuative, della riforma bocciata; circolava la notizia che fossero pronte.

Di sicuro, è il momento di pensare a una riforma della giustizia che sia vera, senza bisogno di modifiche costituzionali; accorpando uffici, superando particolarismi e campanilismi, spendendo per le cancellerie, con atti organizzativi misurati sulla cittadinanza e non sui serbatoi elettorali, si può fare molto, senza cambiare né Costituzione né, su certe cose, leggi ordinarie.

Le magistrature, anche quelle speciali, possono andare a schiena diritta per la fiducia dimostrata dal popolo, ma questa fiducia bisogna meritarla. Con milioni di persone sotto la soglia di povertà, salari fra i peggiori del continente e pensioni di fame, l’impegno per una giustizia sociale, e non formale, è un dovere. Non siamo negli anni d’oro di Magistratura democratica, dei Giuristi democratici, delle altre formazioni che, nel secolo scorso, svecchiarono la giustizia; però si deve lo stesso preparare una stagione nuova, nel segno di una modernità solidale.

Si abbia chiara una cosa. Con la bocciatura della riforma, è stata respinta l’introduzione – bestemmia inascoltabile – della “carriera” nella Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro. Ora che la competizione e l’arrampicata sono rimaste fuori dalla Carta – un testo firmato da un avvocato comunista, Umberto Terracini –, le magistrature si impegnino a tenere fuori dalla vita di chi lavora la prevaricazione e i modelli competitivi all’ultimo sangue. Mai dimenticare che chi produce finanzia gli alti guadagni dei magistrati, e che lo fa in misura inversamente proporzionale al reddito. Al fatto che la Costituzione vuole la tassazione progressiva, mentre in concreto non è così, si reagisca con una giurisdizione progressiva, proprio perché chi non attua la Costituzione – troppo facile prendersela solo con questo governo – vuole un quadro giuridico-economico regressivo. Dai licenziamenti speculativi all’intelligenza artificiale usata contro chi lavora, agli algoritmi schiavistici, fino alle interpretazioni letterali di codici fascisti, troppe ingiustizie. L’Italia ha bisogno di magistrati al servizio della società.

Da ultimo. Qualche malignità su regolamenti di conti nel governo? Proprio no, niente pettegolezzi. Che cadano teste o testoline ci interessa poco. È più importante che l’opposizione realizzi un cammino comune, un programma capace di passare dalla difesa della separazione dei poteri, quelli alti e ufficiali dello Stato, alla costruzione di un potere democratico. Il popolo italiano deve essere informato dal giornalismo, incuriosito dagli intellettuali, mobilitato dalla creatività e dalle idee, invogliato a uscire dalle abitudini tristi e a farsi avanti, a entrare – nei seggi elettorali, quando ci sono, nelle formazioni politiche, sindacali e associative, sempre, tutto l’anno. Questo è potere diffuso, partecipato, per portare il lavoro, l’ambiente e la pace al centro della vita del Paese.

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Tagsgiustizia sociale Luca Baiada potere diffuso referendum giustizia vittoria del No

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