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Il senso politico della controriforma costituzionale

14 Agosto 2026 Giuseppe Santalucia*  1592

(Questo articolo è stato pubblicato il 3 febbraio 2026)

Con la riforma, le cui sorti sono affidate al voto referendario del 22 e 23 marzo prossimi, viene in gioco una diversa idea di Repubblica e di assetto della società. Non si decidono soltanto questioni tecniche e tecnicamente ostiche – relative al processo penale, al Consiglio superiore della magistratura, alla carriera dei magistrati –, cioè appartenenti, per il loro contenuto, al patrimonio dei giuristi che le affrontano con il loro linguaggio spesso oscuro per i cittadini comuni. Si decide piuttosto di un modello di Stato e di società, perché si tocca uno dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale: l’organizzazione della magistratura, che è tra le principali istituzioni di garanzia del Paese, nei suoi rapporti con gli altri poteri. Non va trascurato che di una riforma costituzionale, per assumere una posizione critica consapevole e non farsi travolgere dalla propaganda infarcita di luoghi comuni, va colto il senso politico, la direzione che con essa si vuol imprimere al futuro di un popolo; non si parla infatti di una legge qualsiasi, ma della legge fondamentale che ha, per sua struttura, una forza straordinaria, di fare di una moltitudine di persone una comunità politica.

La riforma ha come oggetto l’assetto dei poteri dello Stato, e pertanto mira a una trasformazione culturale, a un mutamento di scenario; e allora occorre avere lo sguardo lungo, valutare il testo sforzandosi di immaginare il futuro che delinea, senza arrendersi alla ricorrente litania, recitata con insistenza dai fautori della riforma, che le parole “autonomia e indipendenza” continueranno a connotare lo statuto sia di giudici sia di pubblici ministeri; e che, addirittura, si vuole rafforzare l’indipendenza dei giudici in uno con la loro terzietà.

La suggestione non resiste a una banale considerazione. Per credere ai buoni propositi dei riformatori e dei loro sostenitori dovrebbe muoversi dalla premessa che sino a oggi la nostra Repubblica, siccome non ha la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, non ha garantito e non garantisce ai cittadini imputati di comparire dinanzi a giudici terzi e imparziali; come se il nostro Paese, che si annovera tra le più avanzate democrazie dell’Occidente, fosse in deficit di garanzie, addirittura per la mancanza di una giurisdizione qualificata dai caratteri tipici e strutturali della nozione democratica di giudice. Il vero è invece che l’obiettivo che si vuole raggiungere è la ridefinizione dei confini tra i poteri dello Stato.

L’idea, profondamente errata, è che il giudiziario abbia negli anni invaso gli spazi di azione riservati alla politica, mentre si è limitato a esercitare i suoi doveri, di accertamento di responsabilità e di punizione per la commissione di illeciti, anche quando commessi da politici. Non ha riconosciuto, tenendo fede ai princìpi costituzionali, un primato della politica, anzi dei politici, malamente inteso, come pretesa di impunità, in quanto rappresentanti del popolo e dal popolo eletti: e questo per alcuni è intollerabile, ed è una colpa che bisogna far pagare.

Si vuole chiudere così un lungo periodo di aggressione alla magistratura, che ebbe inizio con “Mani pulite”: non è infatti un caso che la riforma sia dichiaratamente dedicata da molti politici a Silvio Belusconi, che di quel periodo di scontro tra politica e magistratura – dalla magistratura per il vero subìto – è stato il simbolo più eminente. La riforma va dunque letta nel contesto sociopolitico in cui è stata approvata, segnato da una progressiva insofferenza verso tutti gli organi di garanzia, visti come impedimenti, ostacoli che si frappongono, senza alcuna legittimazione per mandato elettorale, all’azione del governo, unica istituzione a poter individuare, e perseguire, il bene della comunità nazionale.

Si coglie senza difficoltà, se solo si presta attenzione a quel che avviene intorno a noi, il progressivo strutturarsi di un diffuso sentimento, per il quale chi è eletto esprime la sovranità popolare che nessun’altra istituzione, priva di quel tipo di legittimazione, può esprimere. Il sovrano, che le moderne democrazie avevano frammentato in più centri posti in perfetto equilibrio secondo la ripartizione-separazione dei poteri, in cui nessuno può prevalere sull’altro, torna prepotentemente sulla scena e ambisce alla sua perduta unità. Al vertice sta chi è eletto, gli altri organi dello Stato sono complementari e chiamati a collaborare con chi interpreta la volontà del popolo.

Il racconto dominante ruota, con una enfasi del tutto fuori luogo, intorno al bisogno di accrescere il ruolo del governo e bolla come anticaglia di un passato lontano il richiamo a non sottovalutare l’esigenza di porre gli organi di garanzia, innanzitutto la magistratura, al riparo dal potere esecutivo, questo sì pericolo reale e storicamente sperimentato, che mette a repentaglio i loro vitali spazi di indipendenza e di autonomia, precondizione ineludibile di una compiuta tutela dei diritti dei cittadini.

Si spiega così la frantumazione in due del Consiglio superiore della magistratura, pietra angolare, per usare le parole della Corte costituzionale, dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, effettivamente praticate; si spiega altresì la sottrazione ai Consigli superiori che verranno della funzione disciplinare, assegnata a un altro e inedito organo, l’Alta corte disciplinare, giudice speciale ad hoc, creato in violazione del divieto che la Costituzione del 1948 aveva solennemente proclamato: mai più giudici speciali o straordinari.

Il filo rosso della riforma è la separazione: delle magistrature, dei Consigli superiori, delle funzioni al Consiglio superiore storicamente devolute. E si separa per indebolire, per isolare, nel tentativo di avere una magistratura impiegatizzata, senza più correnti e senza più dibattito interno, senza più distinzioni culturali, senza più vitalità associativa, con più ambizioni di carriera perché il merito va premiato e con qualche timore di carriera in più, perché chi sbaglia va punito. Gli slogan delineano con efficacia il magistrato del domani: ambizioso e impaurito, in tal modo controllabile dal potere. Una magistratura che ritorni, come negli anni Cinquanta del secolo scorso, silenziosa e assai poco visibile, che realizzi la sua imparzialità soprattutto nella dimensione dell’apparenza. Un magistrato nell’ombra rassicura di più, di lui non deve conoscersi il pensiero, le idee, di lui deve sapersi poco.

Il modello è il magistrato nell’ombra, che possa far dimenticare quelli che oggi si permettono di prender parola nel dibattito pubblico sui temi della giustizia, e si ostinano a interpretare il ruolo in senso professionale e non impiegatizio. Il magistrato che, nell’ombra come un tempo, prima della rivoluzione costituzionale, torni a vivere all’ombra di chi comanda.

*Magistrato, già presidente dell’Associazione nazionale magistrati

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Tagscontroriforma giustizia Giuseppe Santalucia modello di Stato referendum giustizia separazione carriere

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