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Da Meloni segnali di debolezza

26 Marzo 2026 Rino Genovese  730

Ci si interroga sul significato delle dimissioni tardive imposte da Meloni ad alcuni dei suoi più impresentabili, dopo la sconfitta in un referendum per la quale la presidente del Consiglio aveva detto e ripetuto che non si sarebbe dimessa. Farebbe allora dimettere altri al suo posto? E perché proprio la ministra del Turismo, nei guai giudiziari ormai da anni, e non il ministro della Giustizia, più immediato responsabile del pasticcio anticostituzionale che si intendeva servire agli elettori? Una logica apparente non c’è; siamo dell’avviso che Giorgia Meloni, abile comiziante più che statista, sia andata semplicemente nel pallone: la sua è stata una reazione emotiva. Del resto, qualcosa bisognava pur fare: proprio il suo partito ha smarrito per strada, soprattutto nel Mezzogiorno, una quantità di supporters che o non si sono recati a votare o hanno scelto di rigettare la controriforma sulla giustizia.

La verità è che le vie le sono ora tutte precluse: le riforme costituzionali sono arenate o cancellate. Com’era chiaro fin dall’inizio, dopo quella sull’autonomia differenziata cara alla Lega, ma bloccata dalla Corte costituzionale, anche quella sul premierato forte (cara a lei e al suo partito, una sorta di presidenzialismo pasticciato), è ormai fuori discussione: i cittadini e le cittadine avendo dimostrato, respingendo nettamente la controriforma sulla giustizia, che non tollerano alcuna manomissione della Costituzione nel senso di un rafforzamento dei poteri della maggioranza parlamentare e dell’esecutivo. Viene meno, insomma, l’aspetto più apertamente sovranista-populista della sua politica. Cosa resta, allora?

Si potrebbe dire: un bel niente. Ma non è esattamente così. Restano un piccolissimo cabotaggio costituito da una politica economica di semi-austerità, dall’aumento dell’imposizione fiscale indiretta, come quelle accise sui carburanti che si era detto invece di volere abbassare, da una comprovata incapacità di intervenire sui nodi essenziali – da ultimo, sugli aumenti nel settore dell’energia, dovuti alla situazione internazionale ma anche alla speculazione –, da interventi securitari stupidi e inefficaci (come il “decreto Caivano”, che inzeppa oltremisura le carceri minorili, mentre nelle scuole medie si adoperano i coltelli di un’incredibile cavalleria rusticana), e infine da una politica estera ormai alla frutta, dopo l’attacco all’Iran, con la conseguenza – sia per le disastrose ricadute economiche, sia nel senso di una riprovazione morale generale – dell’allontanamento di un’opinione pubblica, pure orientata a destra, da quella specie di “sovranismo realizzato” che Trump incarna.

In poche parole, l’indebolimento e finanche l’impasse di Meloni sono palesi. Lei adesso potrà lentamente logorarsi fino alla fine della legislatura. L’altra via, quella di giocarsi il tutto per tutto con le elezioni anticipate, non appare percorribile. È già in cantiere, infatti, una nuova legge elettorale, che, nella situazione creatasi, non si preannuncia agevole da varare nemmeno nella sua maggioranza parlamentare. Ci saranno infatti delle resistenze “localistiche”, soprattutto da parte della Lega, molto comprensibili se si pensa all’insediamento quasi esclusivamente “nordista” di questo partito. E c’è il problema di una destra più a destra, quella di Vannacci, che bisognerebbe cercare di recuperare all’alleanza.

Sul versante opposto, certamente fa bene la segretaria del Pd a dirsi pronta alle elezioni in ogni momento. Ma la coalizione anti-Meloni dovrebbe accelerare: da quanto tempo andiamo dicendo che bisogna darsi da fare per preparare il programma dell’alternativa? È la cosa più urgente di tutte. I giovani, quelli che hanno scelto il “no”, le lavoratrici e i lavoratori precari, così come, più in generale, gli astensionisti per sfiducia, potrebbero essere mobilitati solo con una proposta chiara, che abbia in sé quei caratteri di realismo politico, e insieme quella dose di utopia, in grado di rendere concreta la speranza. Diversamente, perfino i segnali di debolezza di Meloni potrebbero rapidamente ritradursi in quella stessa sfiducia diffusa che, già nel 2022, le permise di vincere le elezioni senza colpo ferire.

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TagsGiorgia Meloni imposizione dimissioni programma dell'alternativa referendum giustizia Rino Genovese

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