Il malessere, il disagio danno luogo a eventi che prendono la forma di un omicidio di polizia, a Bologna, o della strage con movente jihadista a Berlino. Là e qua un dejà vu. Da una parte, infatti, l’intervento di agenti quanto meno impreparati a gestire una situazione di delirio, se non mossi addirittura da una deliberata volontà di punire il reprobo, l’immigrato, alla maniera di quanto accade negli Stati Uniti; dall’altra, il gesto folle e più o meno solitario di chi si erge a vendicatore di una civiltà, quella islamica, contro un’altra che impone la sua egemonia e i suoi costumi. A guardare bene, sono due volti di una medesima violenza circolante nel mondo contemporaneo, che ha a che fare con il difficile trattamento dell’“altro”, qualsiasi sia il sembiante che esso assuma.
Come uscirne? Il richiamo alla tolleranza, al rispetto della vita umana, in queste circostanze è necessario ma non sufficiente. Da sempre (come anche nel caso della lunga serie di femminicidi cui assistiamo impotenti, i quali, osservati con la lente di una degenerazione dei rapporti erotici, hanno una matrice non identica ma simile) l’educazione viene tirata in ballo come la soluzione di lunga lena per questi fenomeni di negazione dell’“altro”. Si dice che un’ignoranza di fondo, e una totale incapacità di empatia, siano all’origine di queste forme di violenza. Certamente è così – ma ci si domanda se tutto questo possa dipendere soltanto da un difetto di istruzione, che in fin dei conti mette sul banco degli imputati l’istituzione scolastica con le sue mancanze. Più profondamente c’è un problema di formazione in senso ampio, un deficit più radicale che si avverte, drammaticamente, proprio in una situazione, come quella attuale, di transizione della società verso qualcosa che non riusciamo a rappresentarci chiaramente.
In sintesi potremmo dire: manca il saper stare nel conflitto. Non nel senso di un semplice contrasto di opinioni, tutto sommato tra loro componibili o talmente indifferenti, l’una nei confronti dell’altra, da potersi sopportare a vicenda; no, si tratta piuttosto di come confrontarsi con una violenza intesa come una modalità di comunicazione: tu mi infastidisci così profondamente che io segnalo, a te e a quelli come te, che sono disposto a ucciderti. E lo faccio magari galvanizzando, al tempo stesso, “quelli della mia parte”, mostrando loro una volontà di riscossa senza freni, come nel caso degli attentati jihadisti, di cui il martirio, o la testimonianza, è la componente essenziale.
Ora, tutto questo significa che si è andata smarrendo quella bussola, che pure aveva svolto per un tratto non breve una funzione di orientamento, data dal conflitto propriamente sociale. Cosa voleva dire, per esempio, che il malessere psichico, o psichiatrico, era indirizzato verso una contestazione delle stesse strutture giudicate di esserne all’origine o di almeno favorirlo, se non inserire quello stesso malessere all’interno di un conflitto più largo riguardante la società nel suo complesso? E cosa significava che un immigrato in un Paese europeo, allora di prima generazione, veniva immediatamente integrato come lavoratore in un’organizzazione sindacale o politica dove, sia pure non senza difficoltà, diventava parte di un collettivo non basato sull’appartenenza etnica ma su delle finalità di lotta? Appunto che il conflitto sociale, così inteso, poteva essere il più forte strumento di educazione, e quindi di riduzione del tasso di violenza.
È quella bussola – che per chi la usava voleva dire sapersi collocare nel conflitto – che bisognerebbe ricominciare a valorizzare come uno strumento indispensabile al di là dei richiami, tutto sommato moralistici, al comportarsi con rispetto e tolleranza. Ciò implica che i giovani del black bloc – intervenuti in forze sabato scorso a Chiomonte, in Piemonte, contro i cantieri dell’alta velocità, dando luogo a prolungati scontri con la polizia – vadano senz’altro posti sotto accusa per le forme di lotta, e probabilmente anche criticati per l’obiettivo che perseguono (non siamo sicuri, infatti, che uno sviluppo dei collegamenti ferroviari in Val di Susa sia di per sé deprecabile), ma non andrebbero tout court demonizzati, in quanto essi recano in sé, tuttavia, il senso di un conflitto sociale collettivamente organizzato. Sarebbe questa la soluzione, certo con una diversa impostazione di lotta, e insieme con un più generale potenziamento di tutti gli strumenti educativi, per cercare di dare un respiro a quei conflitti con cui siamo chiamati a convivere.










