Per il terzo giorno consecutivo, alcune migliaia di sostenitori dei partiti di centrosinistra all’opposizione hanno marciato verso la Corte suprema a New Delhi, guidati dal leader del Partito del congresso, Rahul Gandhi, e da altre formazioni riunite nel cosiddetto India Bloc, sfidando i divieti del ministero dell’Interno. Ad accoglierli, però, i manifestanti hanno trovato interi quartieri blindati da circa trentamila agenti di polizia e paramilitari, che hanno eretto barricate metalliche e chiuso una decina di stazioni della metropolitana. La “Marcia per la democrazia” è stata l’ennesima mobilitazione organizzata dai partiti di opposizione e dal movimento giovanile Cockroach Janta Party, il Partito del popolo degli scarafaggi (vedi qui), che si definisce “un fronte politico dei giovani, fatto dai giovani e per i giovani: laico, socialista, democratico e pigro” – in riferimento alle accuse lanciate contro i giovani che protestano. Sono andati in piazza, nell’ultimo mese, quasi ogni giorno, chiedendo le dimissioni del capo della Commissione elettorale, Gyanesh Kumar, accusato di avere manipolato le liste elettorali per favorire il Bjp, il partito di destra nazionalista e induista del primo ministro, Narendra Modi.
La Commissione respinge le accuse e giustifica la cancellazione di circa 133 milioni di nominativi, sui 970 milioni complessivi, dalle liste elettorali con la necessità di ripulirle. Secondo il Bjp, ventotto milioni di nomi eliminati apparterrebbero a persone decedute, sessantatré milioni sarebbero di persone trasferitesi altrove, dieci milioni sarebbero doppioni, e trenta milioni non sarebbero stati rintracciati dalle autorità. Ma le opposizioni e i giovani denunciano che la purga ha penalizzato soprattutto gli Stati e i territori dove sono maggiormente radicati i partiti critici nei confronti del governo, e che le minoranze nazionali o religiose – in particolare i musulmani, che rappresentano il 15% della popolazione – sono state colpite in maniera sproporzionata.
Da quando i registri elettorali sono stati ripuliti, non si contano i ricorsi presentati da cittadini che pretendono di essere riammessi dopo esser stati depennati ingiustamente, compresi molti di quelli dichiarati “deceduti”. Il problema è che l’iter per la riammissione è lungo e complicato. Le manifestazioni sono iniziate in diverse città indiane dopo che un’inchiesta del quotidiano “Indian Express” ha rivelato che due membri su tre della Commissione elettorale – pure vicini al governo – si erano opposti a molte delle decisioni adottate da Kumar. A mettere in dubbio la legittimità della Commissione, è il fatto che il suo presidente è stato nominato, nel 2025, da un collegio composto dal premier Modi, dal ministro dell’Interno, Amit Shah, e da Rahul Gandhi (che votò contro) dopo l’estromissione dai votanti del presidente della Corte suprema, Surya Kant, in rotta con il governo.
Alle proteste contro i vote chori (“ladri di voti”) il governo ha reagito con il pugno di ferro, procedendo ad arresti di massa e bloccando le mobilitazioni con l’esercizio di una violenza indiscriminata. Nel fine settimana la polizia in assetto antisommossa ha fermato migliaia di manifestanti, aderenti soprattutto al movimento degli scarafaggi, che tentavano di avvicinarsi a Jantar Mantar, l’antico osservatorio vicino al parlamento federale. A stroncare una manifestazione, che avrebbe potuto essere assai più massiccia, ci hanno pensato gli arresti preventivi, la sospensione di Internet in quasi tutta la metropoli, e la cancellazione di duecentocinquanta treni provenienti dai territori circostanti. Non solo anonimi manifestanti, ma anche noti leader politici sono stati picchiati e fermati dagli agenti, nonostante il carattere pacifico delle proteste. Per esempio, il parlamentare John Brittas, del Partito comunista indiano, ha denunciato di essere stato “malmenato, trascinato e aggredito” dalla polizia durante la protesta di domenica. Così come vari dirigenti e attivisti di vari movimenti di sinistra e marxisti, anche Abhijeet Dipke, portavoce degli scarafaggi, è stato arrestato insieme con altri leader del movimento, per poi essere rilasciato dopo un intervento della Corte suprema, che ha definito illegali tutti gli arresti.
“Modi è una vergogna per l’India. Mai questo Paese ha visto un codardo e un prepotente più grande”, ha scritto Dipke in un post su X. Dipke e altri due leader del movimento sono stati arrestati dalla polizia appena arrivati a New Delhi in aereo, provenienti da Mumbai. Uno dei video, condivisi in rete dal giovane leader politico, mostra una squadra di agenti mentre sale a bordo dell’aereo dell’Air India subito dopo l’atterraggio, e Dipke che reagisce dicendo: “Sono venuto per farmi arrestare. Non ho paura di voi”.
Anche diversi giornalisti, che documentavano le manifestazioni, hanno raccontato di essere stati fermati, nonostante avessero mostrato i loro tesserini professionali agli agenti. L’Ong internazionale Reporter senza frontiere ha affermato che almeno sedici giornalisti sono stati brutalmente arrestati durante il fine settimana. Un noto youtuber, Dhruv Rathee, ha denunciato di essere stato “rapito” dalla sua abitazione e tenuto prigioniero per quasi ventiquattr’ore senza poter comunicare con un avvocato, pochi giorni dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni del capo della Commissione elettorale. Insieme a Rathee, prima dell’inizio delle manifestazioni del weekend, la polizia ha arrestato anche Neha Bora, presidente nazionale dell’All India Students Association (Aisa), un movimento giovanile affiliato al Partito comunista indiano (marxista-leninista). In arresto, in altre città, sono finiti addirittura alcuni degli ex premier di alcuni degli Stati indiani, come Mamata Banerjee del Bengala Occidentale, Arvind Kejriwal di Delhi, e Pinarayi Vijayan del Kerala. A Mumbai, durante il fine settimana, sono finite in manette ben seicento persone.
Secondo numerose testimonianze, ai pestaggi contro i manifestanti hanno partecipato anche gruppi di uomini con vestiti color zafferano che, armati di bastoni, scandivano slogan religiosi. Ed effettivamente la Hindu Raksha Dal – letteralmente Forza di protezione indù – ha rivendicato la responsabilità delle aggressioni nei confronti di alcuni manifestanti, definiti “elementi antinazionali”. Si tratta di un’organizzazione paramilitare di estrema destra, che spesso si è macchiata di aggressioni nei confronti di coloro che vengono reputati nemici politici del nazionalismo induista, in particolare attivisti di sinistra, studenti, musulmani e gruppi femministi.
Le veementi proteste in corso rappresentano una delle sfide politiche più significative per il regime di Modi, che pure nelle ultime elezioni amministrative ha visto riconfermata e anzi ampliata la sua influenza dopo dodici anni di potere (vedi qui). Stando alle denunce delle opposizioni, sarebbe stata proprio la manipolazione delle liste elettorali a livello locale che avrebbe consentito al Bjp di sconfiggere i propri competitori nel voto amministrativo di primavera. A luglio, in seguito alle ripetute manifestazioni degli studenti e del nuovo movimento degli scarafaggi (vedi qui), il ministro dell’Istruzione, Dharmesh Pradhan, era stato costretto a dimettersi per le ripetute fughe di notizie riguardanti i testi degli esami di ammissione alla facoltà di medicina, che avvantaggiavano coloro in grado di comprare la promozione attraverso il versamento di bustarelle. Ora, però, il governo rifiuta ogni trattativa con i manifestanti, e anzi accusa le opposizioni di puntare a destabilizzare l’esecutivo e il Paese.
Nonostante la capillare e sistematica repressione, sia Ghandi sia i leader degli scarafaggi hanno promesso di continuare le proteste fino alle dimissioni di Kumar. “Dopo che Modi e Shah hanno trasformato Delhi in una fortezza e scatenato una guerra contro i propri cittadini, una cosa è diventata fin troppo chiara: Gyanesh Kumar è al centro della sopravvivenza di questo governo”, ha affermato Saurav Das, uno dei coordinatori nazionali degli scarafaggi. “Detenzioni, arresti, carceri, manganelli e proiettili di gomma non possono scoraggiare il popolo indiano. Fin dai tempi della nostra lotta per l’indipendenza, i giovani sono stati in prima linea nel plasmare il destino della nazione”, ha detto Rahul Gandhi, che in pochi giorni è stato arrestato per tre volte e denunciato per quarantacinque reati.
Secondo vari analisti, il regime di Modi, al di là della questione specifica, starebbe perdendo consensi e soprattutto credibilità agli occhi di vasti strati popolari e giovanili, soprattutto nelle grandi città, e per questo starebbe cercando di ipotecare la vittoria alle prossime elezioni, manipolando le liste elettorali e reprimendo in maniera sistematica le proteste. Il timore del Bjp è che le mobilitazioni inneschino un clima insurrezionale in grado di coinvolgere le generazioni più giovani, sempre più insoddisfatte, in un tentativo di rovesciare un regime – analogamente a quanto avvenuto negli ultimi anni in Nepal, Sri Lanka e Bangladesh – che si regge grazie non solo alla repressione e a evidenti metodi clientelari, ma anche alla capillare diffusione, in significativi strati della popolazione, del nazionalismo, dell’integralismo induista e dell’islamofobia.







