Le ultime elezioni amministrative (vedi qui) hanno consolidato il potere del Bharatiya Janata Party, il partito di destra nazionalista indù, guidato dal primo ministro Narendra Modi, al governo ininterrottamente dal 2014. Una spregiudicata politica estera, orientata a stringere maggiori legami con la Russia e le potenze arabe (vedi qui), e anche con gli Stati Uniti e Israele, ha rafforzato il suo ruolo sullo scenario internazionale. Anche i dati macroeconomici sorreggono l’immagine di Modi, che promette di trasformare l’India nella terza economia mondiale entro il 2030. Tra il 2025 e il 2026, la crescita del Pil si attesta intorno al 6,5%.
Ma non tutti beneficiano del crescente benessere in un Paese in cui le enormi diseguaglianze del passato sono state mantenute, in certi casi accresciute, dalle politiche clientelari e liberiste del Partito del popolo. Il malcontento cova soprattutto nelle giovani generazioni, quelle alle quali i nazionalisti hanno promesso una rapida emancipazione sociale sulla base di stringenti criteri meritocratici e a costo di grandi sacrifici, ma che invece si accorgono sempre più di non riuscire a tenere il passo. I dati diffusi dal Centro per il monitoraggio dell’economia indiana mostrano quanto i promettenti indici sulla crescita nascondano una situazione tutt’altro che omogenea. Salta agli occhi il dato sulla disoccupazione, nella fascia tra i 20 e i 24 anni, che nel 2025 ha toccato addirittura quota 45%, superando di gran lunga i livelli precedenti all’ascesa al potere di Modi. Estendendo la fascia d’età ai 15-29enni, la disoccupazione si attesta al 14%, aumentando notevolmente nelle grandi aree urbane e triplicando il tasso generale. Tra le giovani donne, poi, le cifre sono molto superiori, raggiungendo il 18,7%, senza considerare l’alto numero di ragazze che non studiano e non lavorano, concentrate soprattutto nelle aree rurali e nei piccoli centri. In certi Stati – come a Goa e in Kerala – il livello di disoccupazione giovanile femminile supera il 40%, non risparmiando neanche le laureate.
Il modello economico implementato dal governo, negli ultimi anni, è basato sui servizi e sui consumi, invece che sul settore manifatturiero, che garantiva un maggior numero di posti di lavoro. La ricchezza generata si concentra in settori sempre più ristretti della società: secondo il Centre for Financial Accountability, l’1% più ricco degli indiani detiene ormai il 40% della ricchezza del Paese, mentre il 50% più povero della popolazione sopravvive spartendosi appena il 15% del reddito nazionale. A ciò si aggiunge una corruzione diffusa, che obbliga i giovani – soprattutto quelli che escono dalle scuole superiori o dalle università, frequentate spesso grazie ad anni di sacrifici per gli studenti e le loro famiglie – a pagare ingenti mazzette per partecipare, con qualche speranza, ai concorsi pubblici o per accedere al mondo del lavoro. Il sistema d’istruzione, che dovrebbe costituire uno tra i principali trampolini per l’emancipazione dei giovani, rappresenta invece una barriera alla mobilità di classe, mentre gli investimenti statali nell’istruzione sono sempre più insufficienti. Sebbene l’India produca otto milioni di laureati ogni anno, il tasso di disoccupazione, tra questi, si attesta al 29,1%, nove volte superiore a quello di chi non ha mai frequentato la scuola.
Non stupisce quindi che, nonostante il generale rafforzamento dell’influenza di Modi e del suo messaggio sciovinista in ampi settori della popolazione indiana, molti giovani cerchino degli strumenti per affermare un’agenda politica alternativa, in linea con i modelli di aggregazione politica attraverso cui la cosiddetta generazione Z – che comprende i nati dopo il 1997 – si è affermata in altri Paesi asiatici, come il Nepal, il Bangladesh e lo Sri Lanka (vedi qui, qui e qui). In India, i giovani con un’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono quasi quattrocento milioni, su una popolazione totale di 1,5 miliardi di persone, rappresentando una massa critica potenzialmente dirompente, in parte delusa dal sistema, frustrata e arrabbiata. In un contesto in cui, come in altri Paesi dell’area, i partiti e le organizzazioni di massa tradizionali anche di sinistra hanno perso appeal e credibilità, soprattutto tra le fasce giovanili appartenenti alle classi medie o medio-basse in cerca di riconoscimento sociale ed emancipazione economica e di status, molti giovani scontenti sono alla ricerca di nuovi modelli di organizzazione politica.
In India il via all’esplosione di un movimento di protesta giovanile, che finora aveva avuto forme piuttosto carsiche, potrebbe averlo dato, il 22 maggio scorso, il presidente della Corte suprema, Surya Kant, che, durante un’udienza pubblica, ha avuto la malaugurata idea di paragonare i giovani disoccupati agli scarafaggi: “Ci sono giovani che, come scarafaggi, non cercano un lavoro né una professione. Alcuni diventano giornalisti, altri attivisti sui social media, o attivisti per il diritto all’informazione (…) e iniziano ad attaccare tutti”. Dopo qualche ora, Kant ha tentato maldestramente di rettificare, affermando che si riferiva ad alcune persone che hanno conseguito titoli di studio falsi, e non era quindi rivolta ai giovani indiani, che ha definito “i pilastri di un’India sviluppata”. Ma ormai la frittata era fatta, e l’ondata di indignazione si è allargata a macchia d’olio. Soprattutto i giovani si sono scatenati sulla rete, bollando le offensive dichiarazioni come l’ennesima dimostrazione della tracotanza della classe dirigente del Paese. Abhijeet Dipke, un trentenne indiano che vive negli Stati Uniti, ha voluto rispondere con un’iniziativa satirica e un po’ goliardica, aprendo una serie di profili sui social a nome di un famigerato Cockroach Janta Party, cioè il Partito popolare degli scarafaggi, che nella denominazione scimmiotta quello della formazione di Modi. Nel giro di pochi giorni, l’iniziativa ha avuto un successo straordinario. Mentre scriviamo, il profilo principale di quello che potrebbe diventare un vero e proprio movimento politico è arrivato a contare ventitré milioni di follower, e varie centinaia di migliaia di persone si sono “iscritte al partito”, compilando un apposito modulo online. Il Cjp, rappresentato da un logo che mostra uno scarafaggio con gli occhiali da sole e uno smartphone in mano, si definisce la “Voce dei pigri e dei disoccupati”. Su X, tra il serio e il faceto, si può leggere: “Un fronte politico dei giovani, dai giovani, per i giovani. Laico-socialista-democratico-pigro”. Il programma del Cjp per ora è abbastanza vago: spazia dall’indipendenza dei media alla richiesta che metà dei seggi parlamentari siano riservati alle donne, includendo misure contro la corruzione. “Chi è al potere pensa che i cittadini siano scarafaggi e parassiti. Ma dovrebbero sapere che gli scarafaggi si riproducono nei luoghi marci. Ecco cos’è l’India oggi” – ha detto Dipke, raggiunto a Chicago da Al Jazeera.
Dopo il grande successo della sua iniziativa, Dipke frena, avvertendo che il suo modello non sono le mobilitazioni della generazione Z, che in Bangladesh e in Nepal hanno rovesciato, negli ultimi anni, i rispettivi governi. Quali che siano le intenzioni di Dipke, in India c’è però chi prefigura un movimento di protesta che passi dal web alle strade. Tra questi, Prashant Bhushan, un giovane avvocato e attivista dei diritti umani, che in un’intervista ha affermato la necessità di una rivolta giovanile, perché “l’economia e la società indiane stanno sanguinando a beneficio di capitalisti clientelari come Ambani e Adani” (due magnati vicini a Modi, ndr). E non necessariamente saranno gli esponenti più noti di un movimento, che per ora esiste solo sul piano digitale, a decidere l’evoluzione degli avvenimenti.
Pur essendo la “più grande democrazia del mondo”, gli standard democratici del Paese lasciano molto a desiderare. Nell’indice mondiale della libertà di stampa, per esempio, l’India si piazza solo al 157° posto, perdendo sei posizioni rispetto al 2025. I dati sulla disoccupazione, poi, potrebbero peggiorare a causa delle conseguenze del blocco di Hormuz (l’India è molto dipendente dal gas importato dal Golfo persico) e a causa del fatto che l’intelligenza artificiale sta già sostituendo gli impiegati nelle mansioni di base nei settori amministrativi e dei servizi. Gli esami di ammissione ai corsi di istruzione superiore generano sempre più scontento tra le famiglie, costrette a pagare ingenti mazzette ai funzionari o a vendere case e terreni per poter pagare ai propri figli i corsi di preparazione, nella speranza che una laurea apra loro la via di una stabilizzazione economica che spesso non arriva. Potrebbe allora bastare una scintilla per scatenare un vasto incendio, al grido di “scarafaggi di tutta l’India unitevi”.







