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Home » Editoriale » Nucleare, Europa e fisco, le alleanze pericolose

Nucleare, Europa e fisco, le alleanze pericolose

29 Maggio 2026 Paolo Andruccioli  935

Non è una novità che gli industriali chiedano finanziamenti e sostegno dal governo, e quindi un ennesimo intervento della “stampella” dello Stato. Gli investimenti privati sono infatti ai livelli più bassi, la competitività delle imprese industriali è al palo, l’innovazione è una merce rara, il confronto con la competizione con la Cina è sempre più pressante, mentre la fine dell’epoca del Pnrr, il piano di ripresa e resilienza, apre scenari preoccupanti. È logico che la questione dei soldi pubblici, quelli che si ricavano dalle tasse dei cittadini, ridiventi il centro del dibattito politico. Non ci ha stupito quindi la scena dell’Assemblea nazionale di Confindustria, durante la quale il presidente, Emanuele Orsini, ha flirtato con la presidente del Consiglio, trovandosi in sintonia sui temi strategici determinanti: le tasse, l’Europa e l’energia. In campo politico, c’è chi si è meravigliato della sintonia, soprattutto dopo le pesanti critiche avanzate dagli industriali e dalle loro organizzazioni settoriali, alla vigilia dell’Assemblea nazionale, sulla questione dei cosiddetti “esodati 5.0”, ovvero le imprese escluse dai finanziamenti per la transizione. Eppure, poi, al Roma Convention Center “La Nuvola”, baci e abbracci.

Tra gli stupiti, Giuseppe Conte, leader dei 5 Stelle: “Non è la prima volta che lo dico e lo ripeto, senza nessuna polemica, però non ho mai visto una Confindustria così disponibile, diciamo così dialogante con un governo dopo trentacinque mesi di calo della produzione industriale”. Conte ricorda che abbiamo una pressione fiscale più alta dai tempi di Monti, che “abbiamo salari molto bassi, bassissimi, e abbiamo un aumento della povertà”. Sul tasto dei salari bassi, aveva già premuto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini che, incontrando il presidente di Confindustria prima dell’Assemblea, aveva confermato la disponibilità del sindacato italiano a partecipare a un ipotetico tavolo di trattativa con gli industriali e il governo. Un tavolo che per ora Giorgia Meloni non pare abbia intenzione di aprire, nonostante gli appelli formali all’unità nazionale e al superamento del conflitto.

Ma per capire meglio come stanno le cose – e tentare di immaginare il prossimo futuro politico – sarebbe necessario cominciare a guardare oltre il teatrino mediatico e la comunicazione “diplomatica”, per capire dove si stanno dirigendo le forze reali che muovono l’economia. Dall’Assemblea di Confindustria possiamo decifrare qualche messaggio lanciato più o meno in codice, ma poi neanche tanto.

Il primo messaggio politico è che la condizione reale dei lavoratori, che risulta in progressivo peggioramento, non interessa a nessuno. Il governo ha fatto muro sulle proposte di salario minimo, e non ha intenzione di adeguarsi agli standard europei. Anche sulla questione dei cosiddetti “contratti pirata” non si sta facendo nulla. Solo proclami e appelli al buon senso, perché è ovvio che le imprese che non rispettano le regole e viaggiano nell’area grigia sono un peso per le imprese “corrette”. Così, a parole, Orsini e Meloni sono d’accordo anche su questo – ma poi tutte le proposte sulla misurazione della rappresentanza, sulla lotta alle distorsioni del sistema degli appalti e subappalti e sul rilancio della contrattazione rimangono nel cassetto.

Il secondo messaggio politico riguarda il futuro dell’Europa. Mentre, infatti, non ci sorprende la scena delle imprese (private) che chiedono soldi allo Stato (quello stesso soggetto che, stando alla teoria economica dominante, dovrebbe stare fuori dall’agone), è invece straordinaria la consonanza di vedute tra governo e industriali sulla questione centrale della competizione globale. Dai dibattiti di questi giorni, e dalle varie code mediatiche, è rimasta totalmente fuori la questione dei dazi americani di Donald Trump e delle conseguenze devastanti sull’economia europea. Così come rimane prudentemente fuori dal confronto la questione della guerra, con tutte le sue conseguenze catastrofiche. Da quello che emerge, nel dialogo politico tra governo e organizzazioni industriali, si capisce invece chiaramente che c’è solo un vero e unico nemico da combattere: l’Unione europea. Sull’Europa si scaricano tutte le colpe, mentre autorevoli commentatori (Giavazzi sul “Corriere”, per fare un esempio) ci invitano a essere meno antiamericani e a guardare all’esempio economico a stelle e strisce come alla strada maestra da imboccare per poter sconfiggere il drago giallo. L’Europa viene accusata di essere un freno allo sviluppo e all’innovazione (ma quali?). Viene accusata di essere soffocante con la sua burocrazia e soprattutto di mantenere viva la velleità di transizione ecologica, nonostante l’abbandono del grande progetto del Green Deal. L’Europa, in particolare, è accusata di fare da tappo alla competizione globale, con la sua pretesa di applicare ancora il sistema degli Ets (la suddivisione dei limiti di emissioni di carbonio delle imprese).

Il presidente di Confindustria continua ad attaccare l’Europa, accusata di avere fatto perdere circa 250mila posti di lavoro diretti e quasi un milione nell’indotto, con le sue velleità ambientaliste. Gli Ets, che erano stati introdotti negli anni Novanta per avviare il processo di decarbonizzazione, oggi, secondo Orsini, sono diventati solo strumenti di speculazione finanziaria. Quindi vanno sospesi, anche rischiando di mettere in gioco tutto il processo di transizione ecologica. Prima di tutto la sopravvivenza. Il progetto di cambiamento può attendere, si vedrà un giorno, quando avremo un mondo migliore.

E qui arriviamo al terzo messaggio politico emerso in questi giorni: il rilancio del nucleare. È proprio sul nucleare che il dialogo con palazzo Chigi sembra più avanzato. Le imprese si dicono pronte a ospitare piccoli reattori modulari “nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti”, ha annunciato Orsini. La Confindustria vorrebbe dunque togliere il nucleare dal terreno dello scontro ideologico per portarlo dentro quello della competitività industriale. “Sostenere che il nucleare non serva perché richiede tempi lunghi è un falso”. Le rinnovabili certo servono, ma non bastano. L’industria energivora chiede continuità produttiva, prezzi prevedibili e autonomia strategica. Il nucleare può diventare invece, da subito, un’infrastruttura industriale e non soltanto energetica. E poi, sulle energie rinnovabili, grava il peso della burocrazia. Confindustria ricorda che l’Italia è ferma a circa 85 gigawatt installati, ma ne servirebbero altri 50 entro quattro anni. Intanto, più di quattromila richieste attendono ancora una risposta, oltre 131 gigawatt sono impantanati nelle procedure autorizzative, e una parte della capacità già installata non è stata allacciata alla rete. Insomma, visto che sulla transizione rimaniamo dei dilettanti allo sbaraglio, meglio andare sul sicuro: il nucleare in fabbrica.

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TagsConfindustria energie rinnovabili governo meloni nucleare Paolo Andruccioli Unione europea

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