Gli scenari presentati dai sondaggi pre-elettorali sono stati stravolti nel giro di poche ore dalla chiusura dei seggi. I primi exit poll, nonostante differenze consistenti tra le varie reti televisive che li avevano commissionati, davano il blocco di opposizione in vantaggio di misura, con la sorpresa però del Likud primo partito. La formazione del premier uscente, Benyamin Netanyahu, era stata preannunciata, per settimane, alle spalle di Yashar del suo sfidante Gadi Eisenkot. E questo è stato solo il primo di una serie di ribaltamenti rispetto alle previsioni della vigilia. Nel giro di tre ore il blocco della maggioranza ha recuperato voti, arrivando in breve a superare quello dell’opposizione, che intanto aveva già cantato vittoria e spiegato quanto il popolo israeliano fosse “stanco” di Netanyahu e del suo governo di estremisti religiosi. A scrutinio concluso, il blocco di Netanyahu conta 53 seggi (Likud 27, Potere ebraico 7, Giudaismo unito della Torah 7, Shas 6 e Sionismo religioso 6) contro i 48 dell’opposizione (con Yashar a 21, B’Yachad di Bennett a 12, Democratici a 8 e Yisrael Beiteinu a 7); Lista congiunta e Ra’am conquistano rispettivamente 11 e 8 seggi, portando così il blocco arabo a 19 seggi.
In realtà, il quadro emerso dalle urne non ha sorpreso proprio tutti. A chi osserva da vicino e da tempo la politica e la società israeliana, vive il Paese e ne registra il sostegno diffuso all’occupazione e a una dottrina aggressiva della “sicurezza”, uno scenario simile non appariva affatto improbabile. A rimanerne più stupito, forse, è stato quell’Occidente che si è affidato alla narrazione di chi contrapponeva una leadership politica tirannica e antidemocratica a una società succube e fieramente democratica. In tanti hanno festeggiato la “liberazione” degli exit poll. E in parte sono gli stessi che ora non comprendono come sia possibile che l’opposizione non accetti di formare un governo con i partiti arabi. Dimenticando, o relegando in secondo piano, che proprio il rifiuto di governare con i partiti arabi è stata una delle promesse più solenni del principale blocco di opposizione. E varare un governo rimangiandosi la promessa principale, non è di buon auspicio. Il Likud ha giocato ottimamente le sue carte, incentrando la sua campagna elettorale delle ultime settimane sul pericolo di un governo con i partiti arabi, presentandolo come il preludio alla nascita di uno Stato palestinese – una catastrofe da cui difendersi con ogni mezzo.
Era solo un espediente elettorale, che però ha spinto Eisenkot, Bennett e Liberman a promettere e giurare di non avere nulla a che fare con il progetto di un’autodeterminazione palestinese, e di non intendere sottoscrivere alcuna alleanza con i cittadini palestinesi d’Israele. La seconda maschera che ha buttato giù queste elezioni è stata proprio quella dell’Israele “inclusiva”, quella che tratta come propri cittadini alla pari quel circa 20% di palestinesi che vive all’interno dei suoi confini. Una bugia che la storia ha già mostrato essere tale. I cittadini palestinesi di Israele, discendenti in larga misura di quanti rimasero entro i confini del nuovo Stato dopo la Nakba del 1948, non sono trattati alla pari dei concittadini ebrei. Oltre alle tante – e purtroppo vane – relazioni degli organismi Onu e delle Ong internazionali, è la legge approvata dalla Knesset a chiarirlo nella maniera più assoluta: la Legge fondamentale sullo Stato-nazione del popolo ebraico del 2018, che riserva al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nazionale, attribuisce all’ebraico lo status di lingua dello Stato, e considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico un “valore nazionale”.
E se, nonostante tutte le prove, qualcuno nutrisse ancora dubbi, sono giunti Likud e suoi alleati a chiarire chi e cosa ci si aspetti che venga politicamente rappresentato in Israele. Il Likud di Netanyahu ha infatti accusato Ra’am e Lista congiunta (Joint List) di avere “rubato le elezioni”, parlando di compravendita di voti, minacce, falsificazioni e sistemi illegali per mobilitare gli elettori. Accuse finora prive di riscontri che dimostrino una frode su larga scala: la Commissione elettorale centrale ha affermato che non esistono elementi per sostenere che l’integrità del voto sia stata compromessa in maniera sistematica.
A fornire terreno alla campagna del Likud, è stata un’indagine dello Shin Bet su possibili finanziamenti provenienti dall’estero destinati a influenzare il voto nelle comunità palestinesi di Israele. Il presidente della Commissione elettorale, il giudice Noam Sohlberg, ha chiesto al servizio di sicurezza di verificare le informazioni, precisando però di non essere in grado di confermarne la fondatezza. Lo stesso Shin Bet, che ha puntellato la tesi del partito del premier – l’attuale direttore dei servizi di sicurezza interni, David Zini, è stato scelto personalmente da Benyamin Netanyahu e nominato alla guida del servizio nell’ottobre 2025, dopo la controversa rimozione del suo predecessore Ronen Bar –, ha poi chiarito che l’inchiesta è “limitata e circoscritta”, e nasce da proprie informazioni di intelligence.
Netanyahu e i suoi alleati hanno invece trasformato immediatamente l’indagine in un attacco politico contro l’intero voto arabo, arrivando a parlare di “islamizzazione di Israele” e di una Knesset conquistata con denaro straniero. I dirigenti dei partiti palestinesi hanno definito razzista la campagna, un tentativo di delegittimare il voto, proprio nel momento in cui hanno raggiunto un risultato storico. Con lo scrutinio ormai concluso, Lista congiunta e Ra’am conquistano insieme 19 seggi, quasi il doppio dei dieci della Knesset uscente e quattro in più del precedente record di 15. A produrre il risultato, è stata soprattutto una mobilitazione senza precedenti dell’elettorato palestinese con cittadinanza israeliana, che ha trasformato due forze a lungo relegate ai margini del sistema politico in un blocco che nessuno può più semplicemente ignorare. I loro 19 deputati sono oggi sufficienti per decidere se esista o meno una maggioranza alternativa a Netanyahu: ed è proprio questa nuova capacità di incidere sulla formazione del governo ad avere aperto, poche ore dopo il voto, lo scontro sulla legittimità stessa della loro partecipazione politica.
Il primo a rompere il muro alzato dagli altri leader del blocco contro i partiti palestinesi è stato Yair Golan, ex vicecapo di stato maggiore dell’esercito e leader dei Democratici, principale forza della cosiddetta sinistra sionista. Golan ha invitato gli alleati a smettere di distinguere tra voti ebrei e arabi, e a utilizzare anche i seggi della Lista congiunta e di Ra’am per costruire una maggioranza alternativa a Netanyahu. “Abbiamo una maggioranza, una responsabilità e l’opportunità di formare un governo del cambiamento insieme ai cittadini arabi di Israele”, ha detto, ricordando che il voto di un cittadino di Taybeh vale quanto quello di un israeliano ebreo. La sua proposta è esplicita: coinvolgere i partiti palestinesi nella formazione del prossimo governo, superando il veto che Eisenkot, Bennett e Liberman avevano ribadito durante la campagna elettorale. Sembra improbabile che si colga l’appello. Anche se, con gli accordi post-elettorali, l’impossibile a volte diventa possibile. Lo stesso vale per gli accordi pre-elettorali, se si tratta del Likud e dei suoi più stretti alleati ultrareligiosi (Potere ebraico di Itamar Ben Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich). Nel loro stesso blocco siedono infatti Shas e Giudaismo unito della Torah, i due partiti ultraortodossi ai quali è stata promessa una legge che preservi ampie esenzioni dalla leva per gli studenti delle yeshiva, nonostante il 72% degli israeliani ebrei chieda oggi un arruolamento più egualitario. E proprio quei partiti non appartengono storicamente al sionismo religioso che fa della conquista e del controllo della terra una tappa del processo di redenzione. Giudaismo unito della Torah affonda le radici in una tradizione apertamente non sionista, secondo cui la redenzione non può essere realizzata da uno Stato secolare attraverso la conquista territoriale. Shas ha seguito, invece, un percorso diverso: riconosce Israele come Stato del popolo ebraico ed è oggi molto più integrato nel nazionalismo israeliano, ma neppure la sua tradizione religiosa considera il possesso di tutta la terra un comandamento inderogabile. Il suo storico leader spirituale, Ovadia Yosef, arrivò anzi a sostenere che territori potessero essere restituiti se questo fosse servito a salvare vite e a raggiungere la pace.
Nel sistema israeliano il non sionismo degli ultraortodossi può essere trattato come una divergenza negoziabile, compensata con ministeri, fondi ed esenzioni dalla leva. Il voto di quasi due milioni di cittadini palestinesi continua invece a essere un problema, nel momento stesso in cui pretende di trasformarsi in potere politico. I seggi conquistati da Ra’am e Lista congiunta non hanno certo creato questa contraddizione ma, con una storica partecipazione, l’hanno resa molto più difficile da nascondere.








