Per la prima volta dopo decenni, in tre dei quattro Paesi nei quali è diviso il Kurdistan la parola che ricorre con maggiore frequenza è “pace”. In Siria le Forze democratiche siriane hanno cessato di esistere come struttura militare autonoma e sono entrate nell’esercito regolare; in Turchia il Pkk sta procedendo verso lo scioglimento ordinato dal suo leader, Abdullah Öcalan; in Iraq i gruppi dell’opposizione curda iraniana hanno evitato, almeno finora, di aprire il fronte che Stati Uniti e Israele avevano immaginato contro Teheran. Il problema è che, osservata più da vicino, questa pacificazione appare decisamente asimmetrica. Le armi che devono scomparire sono quasi sempre quelle curde.
Il passaggio più radicale è avvenuto in Siria. Il 25 agosto, il leader curdo, Mazloum Abdi, ha annunciato formalmente la fine della missione delle Forze democratiche e il loro scioglimento come forza militare indipendente. Le milizie armate (Ypg), che ne costituivano l’ossatura, erano già entrate nell’apparato statale e il loro comandante, Sipan Hamo, era stato nominato viceministro della Difesa per le regioni orientali. Tre giorni dopo lo stesso Abdi è diventato consigliere del presidente autoproclamato Ahmad al-Sharaa, l’ex comandante jihadista che ha guidato la presa di Damasco. Finisce così, sul piano militare, l’esperienza autonoma costruita nel nord-est della Siria durante la guerra. Non è successo però attraverso un negoziato tra due interlocutori dotati della stessa forza. L’accordo decisivo è arrivato dopo l’offensiva di gennaio da parte delle truppe governative, che aveva sottratto alle Forze democratiche Raqqa, Deir al-Zor, giacimenti petroliferi, infrastrutture e gran parte del territorio amministrato per oltre un decennio. Nella prima formulazione dell’intesa, Damasco pretendeva, inoltre, che i combattenti curdi entrassero nelle forze armate come individui e non come unità autonome. È quindi possibile chiamarla integrazione, ma è un’integrazione avvenuta dopo una sconfitta militare e sotto un’evidente sproporzione di forze.
I curdi hanno comunque ottenuto alcuni riconoscimenti importanti – dalla lingua curda alla presenza di propri esponenti negli apparati dello Stato –, ma hanno ceduto l’elemento che per anni aveva garantito materialmente la loro autonomia: una forza armata indipendente. E la questione non è affatto chiusa. Le unità femminili (Ypj) diventate uno dei simboli della guerra contro lo Stato islamico, non sono state accolte nell’esercito nella forma richiesta. La loro comandante, Nowruz Ahmed, ha spiegato all’agenzia di stampa Reuters che Damasco ha respinto l’ipotesi di una brigata femminile autonoma. Più di 1.500 combattenti stanno ora trattando con il ministero dell’Interno per entrare almeno nelle forze speciali.
Ankara non avrebbe potuto sperare in un risultato migliore. Per oltre dieci anni, la Turchia ha indicato nella sopravvivenza di una struttura politica e militare curda autonoma lungo il proprio confine meridionale una minaccia strategica. L’obiettivo turco era dunque quello di smantellare l’architettura militare delle Forze democratiche siriane, eliminare l’influenza transfrontaliera del Pkk, e impedire la nascita di un ordine di sicurezza semi-autonomo. La centralizzazione voluta da al-Sharaa coincide quindi, quasi perfettamente, con gli interessi di Recep Tayyip Erdoğan. Ankara non ha bisogno di occupare militarmente tutto il Rojava se Damasco ottiene per via politica ciò che la Turchia cercava da anni con droni, artiglieria e invasioni: la scomparsa di una forza curda autonoma. Non a caso il partito di Erdoğan ha salutato lo scioglimento delle Forze democratiche siriane come il superamento di una “soglia importante”. La Turchia mantiene però migliaia di militari nel nord della Siria, e ha già chiarito che non intende ritirarli finché non riterrà scomparse le minacce alla propria sicurezza. Lo stesso meccanismo si intravede all’opera all’interno della Turchia. Il 27 febbraio 2025 Öcalan aveva ordinato al Pkk di sciogliersi e abbandonare la lotta armata. Il gruppo aveva proclamato il cessate il fuoco il giorno successivo, e a maggio aveva accettato formalmente lo scioglimento. La consegna delle armi è iniziata con gesti simbolici nel Kurdistan iracheno, e nell’agosto di quest’anno il parlamento turco ha finalmente approvato il quadro legislativo destinato a regolare disarmo e reintegrazione. Il provvedimento protegge da procedimenti alcuni militanti non coinvolti in omicidi, e può sospendere pene già inflitte per appartenenza al Pkk. Öcalan, però, resta escluso. Il disarmo, comunque, procede, molto meno la soluzione della questione curda. La stessa legge non affronta il riconoscimento costituzionale, i diritti politici e culturali, la riforma della legislazione antiterrorismo o la condizione di Öcalan.
Human Rights Watch ricorda, anzi, che Ankara continua a utilizzare norme antiterrorismo estremamente estese contro attività politiche e giornalistiche non violente, e che Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ restano in carcere: sono stati i co-presidenti dell’Hdp – il principale partito filo-curdo della sinistra turca –, entrambi in carcere dal 2016, travolti dalla repressione avviata da Ankara contro la rappresentanza politica curda legale. Demirtaş, avvocato ed ex candidato alla presidenza della Repubblica, è diventato uno dei simboli di questa persecuzione: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che la sua detenzione ha avuto lo scopo di limitarne l’attività politica. Yüksekdağ, esponente della sinistra socialista, è stata arrestata nello stesso periodo. A quasi dieci anni di distanza, mentre il Pkk procede verso il disarmo, la loro permanenza in carcere resta uno dei segnali più evidenti dei limiti della cosiddetta apertura turca sulla questione curda. Negli ultimi giorni, il Pkk ha avvertito che il processo potrebbe bloccarsi se alla consegna delle armi non seguiranno riforme democratiche.
La questione curda va ben oltre i confini turchi e supera anche quelli siriani. Lo ha dimostrato la guerra contro l’Iran. Quando, nei primi mesi del 2026, Washington e Tel Aviv hanno valutato la possibilità di utilizzare i gruppi curdo-iraniani stanziati nel nord dell’Iraq come forza terrestre contro Teheran, proprio Ankara si è opposta con forza. Il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha avvertito gli statunitensi che una mobilitazione curda in Iran avrebbe potuto produrre conseguenze anche in Turchia e in Siria. Il progetto israelo-americano è poi rapidamente naufragato, non soltanto per l’incertezza statunitense, ma anche per le pressioni turche e, soprattutto, per la reazione iraniana.
Nel Kurdistan iracheno si trovano da anni migliaia di militanti appartenenti a organizzazioni curde iraniane – soprattutto Pak, Pdki, Pjak e alle diverse formazioni Komala (una storica organizzazione politica curda iraniana di sinistra nata alla fine degli anni Sessanta nel Kurdistan iraniano, che, dopo la rivoluzione del 1979, partecipò alla lotta armata contro la Repubblica islamica, chiedendo autonomia per i curdi e un sistema politico laico e democratico. Negli anni Ottanta fu costretta a spostare gran parte delle proprie strutture nel Kurdistan iracheno). Sono formazioni di esuli provenienti dall’Iran, alcuni dei quali dispongono di reti clandestine all’interno del Paese, e puntano alla caduta della Repubblica islamica o alla conquista di una forma di autonomia curda. Distinti da loro, sono invece i principali partiti curdi iracheni, Kdp e Puk, che governano la regione autonoma del Kurdistan iracheno. Nel febbraio scorso, cinque delle principali organizzazioni dell’opposizione curda iraniana – Pdki, Pjak, Pak, Khabat e una delle formazioni Komala – hanno creato una coalizione politica comune. Un tentativo di superare una frammentazione storica, che però non è scomparsa: le diverse organizzazioni restano separate da profonde differenze ideologiche, strategiche e negli obiettivi politici. Da sole non rappresentano una minaccia esistenziale per l’Iran. Si stima che si tratti di poche migliaia di combattenti, comunque in numero non sufficiente per conquistare e mantenere una porzione significativa del territorio iraniano. Con un forte sostegno esterno, tuttavia, potrebbero impadronirsi di un’area limitata, creare una retrovia per altre opposizioni, innescando così un effetto più ampio. Ed è precisamente questa eventualità che Teheran vuole prevenire.
La risposta iraniana è stata quindi violentissima e, almeno nell’immediato, efficace. Tra l’inizio della guerra e la fine di marzo, l’Iran e le milizie alleate hanno lanciato almeno 388 missili e droni contro il Kurdistan iracheno, quasi la metà ha preso di mira partiti e combattenti curdi. Le Guardie rivoluzionarie hanno minacciato anche le forze del governo regionale curdo schierate per impedire infiltrazioni oltre confine, costringendole ad arretrare. Il risultato principale è stato raggiunto: la grande offensiva curda in Iran non è mai partita. Ma questo non significa che il problema sia scomparso. In luglio, le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato di avere ucciso cinque combattenti del Pdki penetrati nell’Iran nordoccidentale; altri scontri hanno coinvolto il Pjak. Nello stesso mese, un attacco contro una sede di Komala a Sulaymaniyah ha provocato almeno nove morti. E il 17 agosto due droni provenienti, secondo le autorità curde irachene, direttamente dal territorio iraniano hanno preso di mira persino l’ufficio del premier regionale, Masrour Barzani, e l’abitazione del capo dell’intelligence. Questa volta senza vittime. Ma la pressione di Teheran rimane altissima. Proprio in questi giorni, l’ente radiotelevisivo statale iraniano ha diffuso la notizia secondo cui armi appartenenti ai separatisti curdi sarebbero state ritrovate nel nord-ovest dell’Iran, contrabbandate nel Paese con l’aiuto degli Stati Uniti. La guerra con Washington, quella sì, rappresenta una battaglia di sopravvivenza per Teheran, che considera qualsiasi collaboratore della Casa Bianca come un nemico di prim’ordine.








