La Cisgiordania palestinese è in fiamme. Bruciano, letteralmente, campi coltivati, moschee, automobili e case. I coloni israeliani, i cui insediamenti sono illegali per il diritto internazionale, hanno moltiplicato i raid, alimentando una violenza che, negli ultimi anni, aveva già raggiunto livelli senza precedenti. L’esercito, questa volta, non solo li protegge, ma accompagna le loro azioni con violente incursioni nei villaggi palestinesi, assedi, una campagna di arresti e demolizioni di abitazioni e strutture. L’ordine è arrivato direttamente dal premier Benyamin Netanyahu e dal ministro della Difesa, Israel Katz, per una vendetta di Stato che si traduce in una punizione collettiva contro i palestinesi della Cisgiordania occupata.
I coloni erano già stati a Tell, un piccolo villaggio nei pressi di Nablus. Scendono dagli insediamenti illegali, quelli che riempiono la Palestina, come ha di recente affermato con fierezza il ministro delle Finanze israeliano, l’ultranazionalista Bezalel Smotrich. Non sono costruite a caso, le colonie. In un articolo del “Times of Israel”, sul recente finanziamento di Tel Aviv da 434 milioni di dollari, destinato all’istituzione di trentaquattro insediamenti, i giornalisti chiariscono che l’obiettivo è occupare quanta più terra palestinese possibile, utilizzando il minor numero di israeliani. Così nascono gli insediamenti: con gli outpost, ovvero con gli avamposti. Sono piccoli nuclei di caravan attorno ai quali si stabiliscono gruppi di israeliani, illegalmente, sulle alture sovrastanti o intorno ai villaggi palestinesi. Solitamente preferiscono le posizioni sopraelevate, così da controllare costantemente i palestinesi.
Poi giungono i militari. La missione dichiarata è proteggere gli israeliani usurpatori dai palestinesi, e non viceversa. Quando arrivano, sequestrano la terra palestinese per creare un cerchio sempre più ampio intorno all’outpost. A quel punto la colonia si allarga, con altri israeliani che portano con sé armi finanziate dal governo di Tel Aviv, e da gruppi d’interesse sparsi in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo. Un po’ alla volta, il filo spinato diventa muro, sorgono le torrette con le sentinelle e la macchina edile si mette in moto. Nel giro di pochissimo tempo, gru e ruspe tirano su i palazzi bianchi tipici delle colonie, costruiscono strade e arrivano, in dono, droni, quad e soldi: risorse sufficienti a sostenere economicamente le famiglie dei coloni, in modo che non debbano lavorare. Per molti, in Israele, il loro lavoro è proprio quello di insediarsi nella terra palestinese.
A Tel Aviv non la chiamano Cisgiordania; utilizzano piuttosto i nomi biblici di Giudea e Samaria. Il ministro della Sicurezza nazionale, il suprematista ebraico Itamar Ben Gvir, non perde occasione per molestare i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Si fa riprendere mentre li minaccia di distruggere le loro case e di mandarli via. Lo fa anche con i palestinesi con cittadinanza israeliana, com’è accaduto di recente con un uomo che lo ha contestato. “Ricorda quello che ti dico: tu sarai il primo che butterò fuori”, gli ha detto il ministro. “Io sono ebreo, questa è casa mia”.
La pulizia etnica è l’obiettivo finale della colonizzazione. I membri del governo Netanyahu lo hanno detto in tutte le salse. Per questo i coloni rappresentano uno strumento violentissimo e potente, che agisce protetto dall’esercito. Nel 2025, sono stati creati ottantasei nuovi avamposti, spesso sotto forma di “fattorie”, che controllano oltre 1.070.000 dunam, cioè circa il 18% della Cisgiordania. In due anni, sono stati costruiti oltre 222 chilometri di strade per consolidare il controllo del territorio. Le infrastrutture rappresentano una parte fondamentale del progetto di esproprio. Le strade, costruite per unire le colonie tra loro e collegarle a Gerusalemme, occupano chilometri e chilometri di terra palestinese. Queste vie, seppur costruite in Cisgiordania, sono oltretutto riservate esclusivamente ai coloni. Anche le strade, che dagli insediamenti consentono ai quad di raggiungere in pochi secondi i villaggi palestinesi, sono destinate solo agli israeliani. Se un palestinese dovesse mettere un solo piede su quelle strade, nel migliore dei casi verrebbe arrestato; più spesso sarebbe ucciso dalle sentinelle israeliane. Tra il 2023 e il 2025, Israele ha dichiarato 25.959 dunam come “terra di Stato”, facilitando ulteriori confische. Nel 2025, sono stati autorizzati cinquantaquattro nuovi insediamenti, e i piani edilizi prevedono oltre 63.000 nuove abitazioni. I coloni hanno superato quota 750.000. Nel 2026, sono state aggiunte altre trentaquattro colonie, con finanziamenti diretti per centinaia di milioni di euro. Il bilancio complessivo, destinato agli insediamenti, raggiunge circa diciannove miliardi di shekel, quasi cinque miliardi di euro, tra infrastrutture, sicurezza e controllo territoriale.
Secondo i dati Ocha dell’Onu, sono almeno 1.988 i palestinesi cacciati dalle proprie case dalla violenza dei coloni. Intere comunità sono state costrette ad andarsene. Durante i raid, gli israeliani – spesso incappucciati e sempre armati di bastoni, spray urticante e armi da fuoco – distruggono le infrastrutture idriche, svuotano i serbatoi d’acqua e pascolano le pecore sui terreni agricoli, distruggendoli. Rubano greggi e terrorizzano le famiglie. Spesso, come dimostrano numerosi video registrati dalle telecamere di sorveglianza, tentano di appiccare il fuoco alle abitazioni dopo avere chiuso le famiglie all’interno. Uomini e donne, anziani e bambini vengono aggrediti con bastoni da decine di ragazzi a volto coperto. Spesso sono ventenni, o poco più che ragazzini, che scelgono di trasferirsi nelle colonie con lo scopo di cacciare i palestinesi e rubare la loro terra.
Denunciare le violenze è praticamente inutile. Quando l’esercito arriva sul luogo di un raid, innanzitutto arresta i palestinesi, mentre consente ai coloni, impuniti e arroganti, di stare a guardare. Chi si reca presso le stazioni di polizia israeliane, per segnalare le violenze, viene spesso trattenuto per ore, interrogato sui membri della propria famiglia, accusato di essere un terrorista, minacciato e arrestato. L’impunità dei coloni è totale. I palestinesi combattono, disarmati e indifesi, contro un sistema coloniale che si è dotato di finti strumenti legali, utilizzati sempre secondo un doppio standard.
È in questo contesto che, venerdì 24 luglio, durante un raid di venti-trenta coloni provenienti dall’insediamento illegale di Havat Gilad, nel villaggio di Tell, i palestinesi hanno reagito, mandandoli via. Erano arrivati fino alla moschea del villaggio, nelle prime ore della mattina. Solo qualche giorno prima, avevano attaccato la casa di una famiglia del posto. Nei suoi comunicati stampa, l’esercito ha utilizzato, per descriverli, il termine hikers, traducibile con “escursionisti”. Le “escursioni” o “passeggiate” sono quelle che i coloni compiono in maniera provocatoria ogni giorno nei villaggi palestinesi, per rivendicare quello che, in quanto ebrei, ritengono un diritto divino sulla proprietà dell’intera Palestina storica. Provocano e minacciano i residenti e le donne, bloccano le strade di passaggio, si aggirano intorno alle case, provano ad aprire le porte ed entrano nei cortili dei palestinesi. Prendono di mira persino i bambini, che per questo sono costretti a restare in casa o vengono tenuti costantemente sotto controllo dai genitori. Dopodiché si passa alle mani. Ultimamente utilizzano lo spray urticante e lo spruzzano anche all’interno delle abitazioni, dopo avere bloccato le porte. Infine, si arriva alla minaccia armata.
Nel 2025, l’Onu ha registrato 1.828 attacchi di coloni contro palestinesi o loro proprietà, circa cinque al giorno: il dato più alto dal 2006. Ma la realtà è ben peggiore. Le aggressioni hanno colpito circa 280 comunità, causando nove morti e 838 feriti. Nello stesso periodo, i palestinesi uccisi sono stati in totale 240, tra cui cinquantacinque bambini, in gran parte dai militari. Nel 2026, la violenza è ulteriormente aumentata, arrivando a circa sei attacchi al giorno e a oltre 850 feriti entro metà luglio: più di tre al giorno. Oltre il 55% dei feriti palestinesi, in Cisgiordania, è stato colpito in questo contesto. Tra gennaio 2025 e marzo 2026, le vittime sono state 273. Nel 2026, fino al 24 luglio, almeno ottantasette palestinesi sono stati uccisi, tra cui almeno sedici bambini. Di questi, ventuno sono stati uccisi dai coloni, che hanno anche ferito 850 persone.
Allontanati da Tell, i coloni sono tornati, pochi minuti dopo, con rinforzi e sotto la protezione dell’esercito. I video mostrano un primo sparo esploso da un colono contro un residente palestinese. Dopodiché, sotto lo sguardo passivo dei militari, scoppia una colluttazione tra i coloni armati di pistole e fucili e alcuni palestinesi disarmati che tentano di allontanarli. Durante lo scontro, le immagini mostrano uno dei giovani del villaggio, Farouk Ramadan, mentre prende un fucile dalle mani di un colono e lo usa per sparargli. Nello scontro, viene ucciso anche un militare. A quel punto i soldati intervengono, uccidendo a distanza ravvicinata Farouk e altri tre palestinesi disarmati, tutti membri della famiglia Ramadan. I feriti israeliani vengono immediatamente soccorsi, mentre le ambulanze inviate per i palestinesi sono costrette dall’esercito ad attendere. Due dei feriti, trasportati all’ospedale di Nablus, vengono sequestrati dall’esercito, poche ore dopo, durante un’incursione militare nella struttura medica.
Nei giorni successivi si è consumata la vendetta. Smotrich ha chiesto l’occupazione dei villaggi, dichiarando che non è accettabile che “il nemico alzi la testa”. Ben Gvir ha invocato la distruzione di Tell, rivendicando l’utilizzo, in Cisgiordania, del “metodo Gaza”. Più di cento palestinesi sono stati arrestati, tra cui il padre di Farouk Ramadan. Nuovi checkpoint sono stati istituiti in Cisgiordania, e l’area di Nablus è stata completamente assediata. La Mezzaluna Rossa palestinese e Physicians for Human Rights – Israel hanno denunciato che i blocchi impediscono alle persone di accedere all’assistenza medica. Le ambulanze sono bloccate e diverse donne costrette a partorire in macchina, a casa o in strutture non attrezzate. I pazienti in dialisi hanno dovuto attendere per ore i permessi di transito. Intanto, di notte e di giorno, i coloni attaccano i villaggi. Due moschee sono state date alle fiamme e imbrattate di insulti razzisti e minacce di morte. Nuovi outpost spuntano come funghi, mentre vengono sradicati centinaia di alberi di ulivo e distrutti raccolti, automobili e abitazioni.
Oggi, 28 luglio, il premier Netanyahu incontrerà il presidente statunitense, Donald Trump, a Washington. Prima del suo arrivo, centinaia di ex funzionari israeliani dei servizi segreti, della sicurezza e dell’esercito hanno inviato una lettera al tycoon per chiedergli di convincere Tel Aviv a fermare le violenze dei coloni. A loro dire, la situazione in Cisgiordania potrebbe causare una crisi ben più grave di quella scaturita dopo il 7 ottobre, mettendo a rischio gli interessi di Israele e anche quelli degli Stati Uniti. Nel documento, si spiega che, se la violenza non verrà frenata, la Cisgiordania brucerà, il piano in venti punti della Casa Bianca non potrà mai essere attuato, e persino gli Accordi di Abramo andranno perduti. Ma in Israele, a ottobre, ci saranno le elezioni, e Netanyahu ha bisogno di recuperare voti. È sua abitudine farlo con guerre e sangue.







