• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » In Cisgiordania è vendetta di Stato

In Cisgiordania è vendetta di Stato

I coloni all’attacco con spray urticante e armi, con il sostegno dell’esercito. I palestinesi disarmati e soli

28 Luglio 2026 Eliana Riva  815

La Cisgiordania palestinese è in fiamme. Bruciano, letteralmente, campi coltivati, moschee, automobili e case. I coloni israeliani, i cui insediamenti sono illegali per il diritto internazionale, hanno moltiplicato i raid, alimentando una violenza che, negli ultimi anni, aveva già raggiunto livelli senza precedenti. L’esercito, questa volta, non solo li protegge, ma accompagna le loro azioni con violente incursioni nei villaggi palestinesi, assedi, una campagna di arresti e demolizioni di abitazioni e strutture. L’ordine è arrivato direttamente dal premier Benyamin Netanyahu e dal ministro della Difesa, Israel Katz, per una vendetta di Stato che si traduce in una punizione collettiva contro i palestinesi della Cisgiordania occupata.

I coloni erano già stati a Tell, un piccolo villaggio nei pressi di Nablus. Scendono dagli insediamenti illegali, quelli che riempiono la Palestina, come ha di recente affermato con fierezza il ministro delle Finanze israeliano, l’ultranazionalista Bezalel Smotrich. Non sono costruite a caso, le colonie. In un articolo del “Times of Israel”, sul recente finanziamento di Tel Aviv da 434 milioni di dollari, destinato all’istituzione di trentaquattro insediamenti, i giornalisti chiariscono che l’obiettivo è occupare quanta più terra palestinese possibile, utilizzando il minor numero di israeliani. Così nascono gli insediamenti: con gli outpost, ovvero con gli avamposti. Sono piccoli nuclei di caravan attorno ai quali si stabiliscono gruppi di israeliani, illegalmente, sulle alture sovrastanti o intorno ai villaggi palestinesi. Solitamente preferiscono le posizioni sopraelevate, così da controllare costantemente i palestinesi.

Poi giungono i militari. La missione dichiarata è proteggere gli israeliani usurpatori dai palestinesi, e non viceversa. Quando arrivano, sequestrano la terra palestinese per creare un cerchio sempre più ampio intorno all’outpost. A quel punto la colonia si allarga, con altri israeliani che portano con sé armi finanziate dal governo di Tel Aviv, e da gruppi d’interesse sparsi in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo. Un po’ alla volta, il filo spinato diventa muro, sorgono le torrette con le sentinelle e la macchina edile si mette in moto. Nel giro di pochissimo tempo, gru e ruspe tirano su i palazzi bianchi tipici delle colonie, costruiscono strade e arrivano, in dono, droni, quad e soldi: risorse sufficienti a sostenere economicamente le famiglie dei coloni, in modo che non debbano lavorare. Per molti, in Israele, il loro lavoro è proprio quello di insediarsi nella terra palestinese.

A Tel Aviv non la chiamano Cisgiordania; utilizzano piuttosto i nomi biblici di Giudea e Samaria. Il ministro della Sicurezza nazionale, il suprematista ebraico Itamar Ben Gvir, non perde occasione per molestare i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Si fa riprendere mentre li minaccia di distruggere le loro case e di mandarli via. Lo fa anche con i palestinesi con cittadinanza israeliana, com’è accaduto di recente con un uomo che lo ha contestato. “Ricorda quello che ti dico: tu sarai il primo che butterò fuori”, gli ha detto il ministro. “Io sono ebreo, questa è casa mia”.

La pulizia etnica è l’obiettivo finale della colonizzazione. I membri del governo Netanyahu lo hanno detto in tutte le salse. Per questo i coloni rappresentano uno strumento violentissimo e potente, che agisce protetto dall’esercito. Nel 2025, sono stati creati ottantasei nuovi avamposti, spesso sotto forma di “fattorie”, che controllano oltre 1.070.000 dunam, cioè circa il 18% della Cisgiordania. In due anni, sono stati costruiti oltre 222 chilometri di strade per consolidare il controllo del territorio. Le infrastrutture rappresentano una parte fondamentale del progetto di esproprio. Le strade, costruite per unire le colonie tra loro e collegarle a Gerusalemme, occupano chilometri e chilometri di terra palestinese. Queste vie, seppur costruite in Cisgiordania, sono oltretutto riservate esclusivamente ai coloni. Anche le strade, che dagli insediamenti consentono ai quad di raggiungere in pochi secondi i villaggi palestinesi, sono destinate solo agli israeliani. Se un palestinese dovesse mettere un solo piede su quelle strade, nel migliore dei casi verrebbe arrestato; più spesso sarebbe ucciso dalle sentinelle israeliane. Tra il 2023 e il 2025, Israele ha dichiarato 25.959 dunam come “terra di Stato”, facilitando ulteriori confische. Nel 2025, sono stati autorizzati cinquantaquattro nuovi insediamenti, e i piani edilizi prevedono oltre 63.000 nuove abitazioni. I coloni hanno superato quota 750.000. Nel 2026, sono state aggiunte altre trentaquattro colonie, con finanziamenti diretti per centinaia di milioni di euro. Il bilancio complessivo, destinato agli insediamenti, raggiunge circa diciannove miliardi di shekel, quasi cinque miliardi di euro, tra infrastrutture, sicurezza e controllo territoriale.

Secondo i dati Ocha dell’Onu, sono almeno 1.988 i palestinesi cacciati dalle proprie case dalla violenza dei coloni. Intere comunità sono state costrette ad andarsene. Durante i raid, gli israeliani – spesso incappucciati e sempre armati di bastoni, spray urticante e armi da fuoco – distruggono le infrastrutture idriche, svuotano i serbatoi d’acqua e pascolano le pecore sui terreni agricoli, distruggendoli. Rubano greggi e terrorizzano le famiglie. Spesso, come dimostrano numerosi video registrati dalle telecamere di sorveglianza, tentano di appiccare il fuoco alle abitazioni dopo avere chiuso le famiglie all’interno. Uomini e donne, anziani e bambini vengono aggrediti con bastoni da decine di ragazzi a volto coperto. Spesso sono ventenni, o poco più che ragazzini, che scelgono di trasferirsi nelle colonie con lo scopo di cacciare i palestinesi e rubare la loro terra.

Denunciare le violenze è praticamente inutile. Quando l’esercito arriva sul luogo di un raid, innanzitutto arresta i palestinesi, mentre consente ai coloni, impuniti e arroganti, di stare a guardare. Chi si reca presso le stazioni di polizia israeliane, per segnalare le violenze, viene spesso trattenuto per ore, interrogato sui membri della propria famiglia, accusato di essere un terrorista, minacciato e arrestato. L’impunità dei coloni è totale. I palestinesi combattono, disarmati e indifesi, contro un sistema coloniale che si è dotato di finti strumenti legali, utilizzati sempre secondo un doppio standard.

È in questo contesto che, venerdì 24 luglio, durante un raid di venti-trenta coloni provenienti dall’insediamento illegale di Havat Gilad, nel villaggio di Tell, i palestinesi hanno reagito, mandandoli via. Erano arrivati fino alla moschea del villaggio, nelle prime ore della mattina. Solo qualche giorno prima, avevano attaccato la casa di una famiglia del posto. Nei suoi comunicati stampa, l’esercito ha utilizzato, per descriverli, il termine hikers, traducibile con “escursionisti”. Le “escursioni” o “passeggiate” sono quelle che i coloni compiono in maniera provocatoria ogni giorno nei villaggi palestinesi, per rivendicare quello che, in quanto ebrei, ritengono un diritto divino sulla proprietà dell’intera Palestina storica. Provocano e minacciano i residenti e le donne, bloccano le strade di passaggio, si aggirano intorno alle case, provano ad aprire le porte ed entrano nei cortili dei palestinesi. Prendono di mira persino i bambini, che per questo sono costretti a restare in casa o vengono tenuti costantemente sotto controllo dai genitori. Dopodiché si passa alle mani. Ultimamente utilizzano lo spray urticante e lo spruzzano anche all’interno delle abitazioni, dopo avere bloccato le porte. Infine, si arriva alla minaccia armata.

Nel 2025, l’Onu ha registrato 1.828 attacchi di coloni contro palestinesi o loro proprietà, circa cinque al giorno: il dato più alto dal 2006. Ma la realtà è ben peggiore. Le aggressioni hanno colpito circa 280 comunità, causando nove morti e 838 feriti. Nello stesso periodo, i palestinesi uccisi sono stati in totale 240, tra cui cinquantacinque bambini, in gran parte dai militari. Nel 2026, la violenza è ulteriormente aumentata, arrivando a circa sei attacchi al giorno e a oltre 850 feriti entro metà luglio: più di tre al giorno. Oltre il 55% dei feriti palestinesi, in Cisgiordania, è stato colpito in questo contesto. Tra gennaio 2025 e marzo 2026, le vittime sono state 273. Nel 2026, fino al 24 luglio, almeno ottantasette palestinesi sono stati uccisi, tra cui almeno sedici bambini. Di questi, ventuno sono stati uccisi dai coloni, che hanno anche ferito 850 persone.

Allontanati da Tell, i coloni sono tornati, pochi minuti dopo, con rinforzi e sotto la protezione dell’esercito. I video mostrano un primo sparo esploso da un colono contro un residente palestinese. Dopodiché, sotto lo sguardo passivo dei militari, scoppia una colluttazione tra i coloni armati di pistole e fucili e alcuni palestinesi disarmati che tentano di allontanarli. Durante lo scontro, le immagini mostrano uno dei giovani del villaggio, Farouk Ramadan, mentre prende un fucile dalle mani di un colono e lo usa per sparargli. Nello scontro, viene ucciso anche un militare. A quel punto i soldati intervengono, uccidendo a distanza ravvicinata Farouk e altri tre palestinesi disarmati, tutti membri della famiglia Ramadan. I feriti israeliani vengono immediatamente soccorsi, mentre le ambulanze inviate per i palestinesi sono costrette dall’esercito ad attendere. Due dei feriti, trasportati all’ospedale di Nablus, vengono sequestrati dall’esercito, poche ore dopo, durante un’incursione militare nella struttura medica.

Nei giorni successivi si è consumata la vendetta. Smotrich ha chiesto l’occupazione dei villaggi, dichiarando che non è accettabile che “il nemico alzi la testa”. Ben Gvir ha invocato la distruzione di Tell, rivendicando l’utilizzo, in Cisgiordania, del “metodo Gaza”. Più di cento palestinesi sono stati arrestati, tra cui il padre di Farouk Ramadan. Nuovi checkpoint sono stati istituiti in Cisgiordania, e l’area di Nablus è stata completamente assediata. La Mezzaluna Rossa palestinese e Physicians for Human Rights – Israel hanno denunciato che i blocchi impediscono alle persone di accedere all’assistenza medica. Le ambulanze sono bloccate e diverse donne costrette a partorire in macchina, a casa o in strutture non attrezzate. I pazienti in dialisi hanno dovuto attendere per ore i permessi di transito. Intanto, di notte e di giorno, i coloni attaccano i villaggi. Due moschee sono state date alle fiamme e imbrattate di insulti razzisti e minacce di morte. Nuovi outpost spuntano come funghi, mentre vengono sradicati centinaia di alberi di ulivo e distrutti raccolti, automobili e abitazioni.

Oggi, 28 luglio, il premier Netanyahu incontrerà il presidente statunitense, Donald Trump, a Washington. Prima del suo arrivo, centinaia di ex funzionari israeliani dei servizi segreti, della sicurezza e dell’esercito hanno inviato una lettera al tycoon per chiedergli di convincere Tel Aviv a fermare le violenze dei coloni. A loro dire, la situazione in Cisgiordania potrebbe causare una crisi ben più grave di quella scaturita dopo il 7 ottobre, mettendo a rischio gli interessi di Israele e anche quelli degli Stati Uniti. Nel documento, si spiega che, se la violenza non verrà frenata, la Cisgiordania brucerà, il piano in venti punti della Casa Bianca non potrà mai essere attuato, e persino gli Accordi di Abramo andranno perduti. Ma in Israele, a ottobre, ci saranno le elezioni, e Netanyahu ha bisogno di recuperare voti. È sua abitudine farlo con guerre e sangue.

829
Archiviato inArticoli
TagsBenjamin Netanyahu Cisgiordania coloni attacco Eliana Riva

Articolo precedente

Renzi e la sua volontà di sopravvivere

Articolo successivo

Affinità elettive tra Sahra e Alice?

Eliana Riva

Articoli correlati

Il destino dei curdi: verso una pacificazione asimmetrica?

E c’è poi la guerra tra il Pakistan e l’Afghanistan

In Israele una cittadinanza basata sul razzismo

Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia

Dello stesso autore

Il destino dei curdi: verso una pacificazione asimmetrica?

E c’è poi la guerra tra il Pakistan e l’Afghanistan

In Israele una cittadinanza basata sul razzismo

Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Legge elettorale, la destra litiga ma va avanti
Stefania Limiti    8 Settembre 2026
La polis che manca
Stefania Tirini    7 Settembre 2026
Tajani, Crosetto e la rana bollita
Paolo Barbieri    31 Luglio 2026
Ultimi articoli
Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo
Guido Ruotolo    11 Settembre 2026
Argentina, miseria senza fine
Claudio Madricardo    11 Settembre 2026
Niger: il fallito golpe riguarda anche l’Italia
Luciano Ardesi    9 Settembre 2026
I talebani corteggiano Washington
Marco Santopadre    9 Settembre 2026
A Milano un ritorno al passato?
Vittorio Bonanni    8 Settembre 2026
Ultime opinioni
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Ultime analisi
Sul declino industriale dell’Occidente (1)
Vincenzo Comito    10 Settembre 2026
Tasse, il sistema inceppato
Paolo Andruccioli    31 Luglio 2026
Ultime recensioni
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA