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Sul declino industriale dell’Occidente (1)

Iniziato alla fine del secolo scorso, il fenomeno ha assunto dimensioni più rilevanti di fronte all’ascesa delle economie asiatiche. Tutto è cominciato con le delocalizzazioni produttive che i Paesi occidentali hanno scelto, spinti dal basso costo del lavoro in Asia. Un processo irreversibile?

10 Settembre 2026 Vincenzo Comito  349

Appare indubbio che, negli ultimi decenni, abbiamo assistito nei Paesi occidentali a un grande processo di deindustrializzazione. Ma quanto rilevante? Esaminiamo, prima di tutto, qualche cifra di base. “Il Sole 24 ore”, con un articolo di Carmine Fotina (“Manifattura e target Ue, l’Italia dovrà crescere di cinque punti”, 17 marzo 2026), ci fornisce una prima valutazione. Secondo l’articolo, tra il 2000 e il 2025, il peso del settore industriale sul totale del Pil è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. E in Gran Bretagna, nel solo periodo tra il 1997 e il 2005, si è perso più di un milione di posti di lavoro nel settore industriale.

Tutti i Paesi occidentali ne hanno dunque sofferto, anche se in misura differente, e la tendenza alla riduzione sembra proseguire nel 2026 e oltre, nonostante alcuni tentativi di rovesciare la tendenza. Forse non a caso i Paesi che hanno avuto più problemi, come la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, sono anche quelli che hanno cercato di varare con maggiore determinazione dei processi di reindustrializzazione. La Germania solo molto di recente sta cercando goffamente di fare qualcosa in proposito, mentre l’Italia appare forse la più smarrita e la più inerte di tutte.

Il processo di deindustrializzazione, però, non ha toccato soltanto i Paesi europei e gli Stati Uniti, ma anche un grande Paese asiatico come il Giappone; in questo caso, la Cina ha conquistato quote di mercato rilevanti in molti settori industriali prima dominati dal secondo Paese, sia in patria sia all’estero; e il processo continua. Ha fatto di recente sensazione l’acquisizione di una quota di controllo azionario della Sony da parte di un’impresa cinese. Qualcosa di abbastanza simile può essere registrata nella Corea del Sud. Si potrebbe comunque pensare che tale riduzione nel peso del settore industriale sul Pil nei Paesi occidentali sia dovuta, almeno in gran parte, alla naturale spinta di tutte le economie avanzate a concentrare, sempre più, l’attività sul settore dei servizi, come a suo tempo si registrò con il passaggio dall’agricoltura all’industria.

Il rovescio della medaglia: l’Asia e la Cina

Ma il processo di deindustrializzazione dei Paesi occidentali sembra andare ben al di là della “naturale” spinta verso i servizi; la situazione reale appare con maggiore risalto se guardiamo a quello che è avvenuto nel frattempo in Asia. Prendendo spunto da alcune osservazioni in merito – quelle di Emmanuel Todd, storico, demografo e antropologo francese –, possiamo a questo punto segnalare il peso anche solo dei Paesi dell’area culturale confuciana (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan e Paesi minori) sul totale mondiale della produzione di alcuni prodotti; in particolare, in Cina, Corea del Sud, Giappone si produce oggi  il 94% del naviglio mondiale, oltre il 90% delle batterie, circa l’80% dei chip, il 75% dei televisori, ancora il 62% delle vetture, includendo in questo caso tutti i Paesi asiatici, il 94% degli smartphone, con l’India (l’82% senza di essa), il 63% dei condizionatori, mentre sempre l’intera Asia produce ormai il 65% della chimica mondiale, mentre, per quanto riguarda l’installazione dei robot industriali, ancora Cina, Giappone e Corea del Sud pesano per il 75%-80% del totale mondiale.

La Cina da sola produce ormai l’80% dei pannelli solari, intorno al 90% dei robot umanoidi, il 95% dei container,  l’80% dei droni civili, ancora l’80% degli invertitori di corrente, il 75% di poliestere e nylon, circa il 75% delle batterie agli ioni di litio, il 75% delle grandi gru portuali, il 70% circa delle vetture elettriche e l’88% dei camion elettrici, il 70% delle macchine per lo scavo di tunnel (boring machines), ancora il 70% dei computer laptop e degli smartphone, e tra il 50% e il 60% di alcune produzioni di base, quali acciaio, alluminio e cemento, almeno il 46% di tutta la chimica, nonché dell’ottica per occhiali (percentuale in crescita per i due settori); “soltanto”, infine, il 40% delle apparecchiature per telecomunicazioni a ragione, in particolare, del boicottaggio attivo dei Paesi occidentali. Negli ultimi tempi, poi, le imprese cinesi sono all’attacco in alcune delle attività almeno in parte fino a ieri risparmiate, da quella degli occhiali a quella delle scarpe sportive e degli orologi, e anche delle cartucce per stampanti, tendendo a sgretolare delle posizioni di monopolio od oligopolio molto redditive. Più in generale, il Paese asiatico è di gran lunga al primo posto nel mondo per il livello della produzione industriale, superando di molto in tale classifica gli Stati Uniti e poi la Germania e il Giappone, e, secondo le previsioni dell’Ilo, dovrebbe collocarsi, entro pochi anni, intorno al 48% del totale mondiale.

Un’ultima cifra per quanto riguarda l’Italia: fatto cento il livello della produzione industriale del nostro Paese nel 2021, nel gennaio 2026 si era scesi a ottantanove, e comunque, dal 2023 all’agosto del 2026, si registra un peggioramento continuo della situazione. Naturalmente tali valori apparirebbero molto diversi, molto più a favore dell’Italia e dei Paesi occidentali in generale, se volgessimo indietro lo sguardo sino a trenta o quarant’anni fa.

Le ragioni della crisi

Le ragioni della débâcle industriale dei Paesi occidentali sono piuttosto note. Senza sottovalutare la naturale tendenza all’industrializzazione – che i Paesi asiatici avrebbero portato avanti da soli in ogni caso, ma forse in misura minore, con maggiori difficoltà e con tempi più lunghi in assenza dell’intervento delle imprese occidentali – in testa alle ragioni, figura il processo di delocalizzazione produttiva che i principali Paesi del Nord del mondo hanno messo in atto ormai da diverse decine di anni, spinti dal fatto che, in Asia, il costo del lavoro era molto più basso e anche, sia pure in seconda fila come importanza di motivazioni, dalla ricerca di nuovi mercati di sbocco, dalla volontà di indebolire i sindacati in patria e da quella di contrastare l’inflazione. Ma gli asiatici hanno imparato presto dall’Occidente, e oggi surclassano i Paesi del Nord del mondo in molte produzioni.

Per altro verso, le imprese occidentali, da un certo periodo in poi, hanno sistematicamente sottovalutato il ruolo della produzione e si sono concentrate sulla progettazione, il marketing e la finanza, da un lato, con la stessa progettazione e il marketing che apparivano al momento produrre un alto valore aggiunto, mentre dall’altro rimaneva la produzione, al fondo della curva, settore apparentemente a basso valore aggiunto, trasferito quindi nei Paesi asiatici. Oggi la Apple produce un quinto di tutti gli smartphone venduti nel mondo, ma non sarebbe in grado di farlo senza la Cina, che controlla il 50% di quote di mercato nel settore, più dei punti di passaggio obbligati strategici per le imprese del settore nelle batterie agli ioni di litio, nelle terre rare, nei circuiti stampati, e così via. Anche le produzioni decentrate in India devono fare riferimento, in parte, al Paese del Dragone. Non più soltanto un assemblatore a basso valore aggiunto, la Cina sta anche, se non soprattutto, emergendo come il centro mondiale dell’innovazione. Lo ho spiegato di recente con chiarezza Patrick McGee sul “FinancialTimes” (“How Asia Fuelled Apple’s Rise”, 2 aprile 2026). Ricordiamo, a questo proposito, che già nel 2024 la spesa in valore assoluto per la ricerca ha raggiunto in Cina quella degli Stati Uniti, mentre il divario tra i due Paesi tende a crescere in maniera sostenuta.

Il crollo della produzione automobilistica

Si può, per esempio, comprendere l’indebolimento del settore industriale in Francia prendendo in considerazione le vicende del settore automobilistico negli ultimi vent’anni. La Francia produceva 3,7 milioni di vetture nel 2002, ed è scesa a poco meno di 1,5 milioni nel 2025. I dati su “Les Echos” (Christian Saint-Etienne, “Pourquoi la réindustrialisation de la France patine”, 25 giugno 2026). Ancora più drammatico il quadro in Italia: si è passati da 1,823 milioni nel 1973 a 1.060 nel 2018, e fino a soltanto duecentomila unità circa nel 2025.

Il processo di delocalizzazione della produzione industriale va poi inquadrato in una più vasta tendenza alla globalizzazione spinta in campo produttivo, tecnologico, finanziario, militare, tendenza portata avanti in particolare dagli Stati Uniti, con un tentativo di approfondimento del suo dominio sul mondo. Questo nell’ambito di un quadro ideologico neoliberista, e con una forte tendenza all’attenzione alla finanza piuttosto che alla produzione. Ma i risultati alla fine non sono certo stati quelli sperati, e oggi il centro dell’economia e della tecnologia si va sempre più concentrando in Asia. Ecco cosa ha affermato il segretario statunitense al commercio, Howard Lutnik, il 20 gennaio 2026 a Davos: “La globalizzazione non è stata utile all’Occidente e agli Stati Uniti d’America, si tratta di una politica che è fallita”.

Simbolo evidente di tale fallimento è oggi il fatto che ogni dieci contenitori di merci che arrivano nei porti statunitensi carichi di prodotti asiatici ne tornano indietro, pieni di prodotti Usa, solo tre o quattro. L’ideologia neoliberista, imperante anche nell’Unione europea, ha impedito a Paesi tradizionalmente dirigisti, come la Francia, di avviare per tempo delle politiche industriali adeguate a combattere il fenomeno. Per molti anni, a Bruxelles, non si poteva neanche pronunciare l’espressione “politica industriale”; quando si è cominciato a capire come stavano veramente le cose, negli uffici dell’Unione si sono avviati dei progetti di intervento per molti settori, ma troppo poco e troppo tardi. I risultati di tali interventi sono stati sino a oggi abbastanza miseri.

Ci ritroviamo così in una situazione in cui anche la concezione e la messa a punto dei nuovi prodotti viene trasferita in Asia. Interessante, a questo proposito, appunto quello che avviene nel settore dell’auto. La nuova Buick Selecta della General Motors, nonostante il nome tipicamente statunitense, è stata interamente ideata e progettata in Cina da ingegneri locali, e se ne prevede la distribuzione anche al di fuori del Paese. Lo stesso sta avvenendo per diverse vetture tedesche, mentre anche Renault e Stellantis cercano di percorrere la stessa strada.

Caso particolare, la Gran Bretagna

L’ascesa della Cina è poi uno dei fattori, forse il più importante, che sta contribuendo al forte ridimensionamento del settore chimico in Gran Bretagna, dove, tra il 2020 e il 2026, il livello della produzione è diminuito del 40% in quello che era il gioiello della corona dell’industria britannica. Ma vi stanno contribuendo anche altre cause, quali il forte aumento dei costi dell’elettricità, la debolezza della domanda, l’indebolimento delle catene di fornitura, il mancato rinnovamento degli impianti produttivi, come afferma Peter Foster sul sito del “Financial Times” (“UK’s Ability to Make Medicines and Missiles Hit by Decline of Chemical Industry”, 5 agosto 2026). Così è sparita dalla scena una delle più importanti imprese chimiche del settore a livello mondiale, la Imperial Chemical Industry (Ici), così come in quello siderurgico si è ridotta a ben poca cosa la British Steel, allo stesso modo in cui si è dissolta nel nulla già molto tempo fa la Icl, che operava nel settore dei computer. Il forte ridimensionamento delle attività industriali può essere segnalato con riferimento al settore siderurgico. Nei primi anni Settanta del Novecento, si producevano in Gran Bretagna, ogni anno, circa trenta milioni di tonnellate di acciaio contro meno di tre milioni di oggi. Più in generale, il settore industriale pesava nel 1990 per il 17% del Pil del Paese, contro l’8% nel 2025.

Ma il caso della Gran Bretagna appare per molti aspetti particolare. Si trattò di un deliberato piano politico portato avanti dal governo Thatcher di ridimensionamento dei complessi minerari e industriali situati nel Nord dell’Inghilterra e nel Galles, spostando il centro dell’economia verso la finanza, i servizi e la City, peraltro attività politicamente più vicine al governo, come spiega su “Starmag.it” Pierluigi Mennitti (“Gran Bretagna e Germania, deindustrializzazioni a confronto”,14 agosto 2026).

L’industrializzazione ineguale dell’Asia

Il processo di delocalizzazione degli impianti industriali delle imprese occidentali, soprattutto in Asia (ma il fenomeno ha toccato, anche se in minor misura, pure alcuni Paesi dell’America latina, in particolare il Messico, mentre ha inciso poco invece in Africa), non ha riguardato in maniera uguale tutti i Paesi del continente. Esso si è sviluppato in maniera disomogenea nel territorio, creando così una specie di gerarchia tra i vari Paesi, dalla Cina in giù, anche se ha tolto dalla povertà estrema diverse centinaia di milioni di persone in molte aree. Per altro verso, il fenomeno non è stato certo esente da problemi anche gravi, come testimonia il ben noto episodio della strage causata in Bangladesh dal crollo di un edificio in cui erano ammassati centinaia di operai e operaie, che lavoravano, selvaggiamente sfruttati, per alcune case di moda occidentali, provocando la morte di decine di dipendenti.

Le difficoltà dei processi di industrializzazione in alcune aree sono illustrate dal caso dell’India, che molti in Occidente speravano di trasformare in una nuova Cina; certo, l’economia del Paese continua a svilupparsi a ritmi molto sostenuti, ma questo non basta. Il governo locale, sotto la guida di Narendra Modi, ha varato, nell’ormai lontano 2014, un piano per l’industrializzazione denominato “Make in India”; il progetto prevedeva che il Pil del settore industriale passasse dal 16% del 2014 al 25% di quello totale entro il 2022, e che venissero generati, nel frattempo, cento milioni di nuovi posti di lavoro. Ma i risultati a oggi non si sono rivelati molto brillanti. Una spinta migliore potrebbe venire solo dall’eventuale coinvolgimento della Cina nel processo. (Ne parleremo nella seconda parte di quest’analisi).

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